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«Magnifica Humanitas»: l’intelligenza artificiale arriva in parrocchia.

A Quartu nella parrocchia di Santo Stefano «tre voci in dialogo» sulla prima enciclica di papa Leone XIV, uno dei testi più dibattuti delle ultime settimane.

Magnifica Humanitas

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Di Lorella Marietti

«Non è protagonista la macchina, ma l’uomo». Con questa affermazione Maria Luisa Secchi, giornalista e presidente dell’UCSI Sardegna, ha sintetizzato il significato della «Magnifica Humanitas», il nuovo documento del Papa dedicato non all’intelligenza artificiale in sé, ma alla sua relazione con l’umano.

 

Il tema è stato approfondito a tre voci nell’incontro che si è svolto il 24 giugno a Quartu Sant’Elena, in una sede non convenzionale: una parrocchia. Non un’aula universitaria, non un convegno per specialisti. Una scelta che è già un messaggio: la rivoluzione digitale riguarda tutti.

 

La Secchi ha ricordato che molti studiosi ritengono l’IA paragonabile per impatto alla rivoluzione industriale di oltre cent’anni fa. Non si tratta solo dell’arrivo di nuove tecnologie: sta cambiando il modo in cui viviamo, lavoriamo, comunichiamo, apprendiamo e immaginiamo il futuro. Il Papa ribalta tuttavia il punto di vista consueto: invece di partire dagli algoritmi, parte dalla dignità della persona, dalla sua libertà, dalla sua coscienza, dalla sua capacità di relazione. Possiamo valutare e gestire queste tecnologie soltanto se sappiamo chi è l’uomo e sappiamo custodire la sua umanità.

 

In quest’ottica due immagini bibliche antitetiche vengono rilette dal Papa in chiave tecno-digitale. Le illustra Don Giulio Madeddu, consulente ecclesiastico UCSI e parroco della chiesa Santo Stefano. La prima icona è la torre di Babele: l’illusione umana dell’autosufficienza e dell’onnipotenza, con le sue conseguenze di frammentazione, individualismo, omologazione e perdita del linguaggio comune. La seconda immagine è la ricostruzione di Gerusalemme nel libro di Neemia: qui le macerie della città diventano un punto di ripartenza per tutti e per ciascuno. Neemia unisce preghiera, riflessione e azione, motiva e coinvolge il popolo: ognuno ha il suo tratto di muro da edificare. In altre parole nessuno può affrontare da solo la rivoluzione digitale. Servono le famiglie, le scuole, le parrocchie, le comunità, le istituzioni, le imprese.

 

La domanda che emerge dall’enciclica è precisa: quale umanità costruiremo attraverso l’IA? Una nuova Babele, dove la tecnologia concentra il potere nelle mani di pochi? O una nuova Gerusalemme, dove il progresso è orientato al bene comune? Don Giulio ha sottolineato che nel documento la parola «dignità» ricorre oltre cento volte, «libertà» trentacinque, «relazioni» trentasei, «coscienza» ventiquattro. Il concetto di persona va declinato a partire da questi pilastri. Perché il rischio più grande non è l’avanzare della tecnologia, ma che l’essere umano perda la consapevolezza di ciò che è.

 

Simone Bellisai, web developer e content creator, introduce due premesse fondamentali. La prima è che ogni affermazione sull’IA rischia di diventare obsoleta in fretta, data la velocità vertiginosa dello sviluppo. La seconda, più inquietante, è che tutti – compresi i progettisti – conoscono poco del reale funzionamento di questi sistemi. Nell’ultimo documento di Anthropic, uno dei principali laboratori mondiali, si legge che l’80% dell’ultimo modello è stato scritto dalla stessa IA. Quasi ci trovassimo davanti a una nuova specie di neuroni digitali. I sistemi di chat come ChatGPT o Gemini sono solo la punta dell’iceberg.

 

In più l’addestramento dell’IA non è neutro: i principali Paesi dove i modelli vengono sviluppati sono Stati Uniti e Cina, l’Europa è assente, e questo influenza la scelta dei testi utilizzati, gli imprinting culturali, gli stili letterari. Inoltre, essendo una tecnologia in mano a società private, le loro logiche di competitività sul mercato e le loro dinamiche interne non sono neutrali.

 

Non a caso Leone XIV parla di «disarmare l’IA», usando un linguaggio che evoca la corsa agli armamenti nucleari della guerra fredda, quando le due grandi potenze dell’epoca, il blocco sovietico e gli Stati Uniti d’America, gareggiavano nel riarmo per superarsi a vicenda. E il Papa esorta a frenare la produzione continua di IA al fine di fare chiarezza e di darsi delle regole tutti insieme. Una sorta di accordo diplomatico globale, come quello che pareva impossibile ai tempi di Reagan e Gorbaciov, e invece avvenne.

 

Nel solco, poi, di numerose applicazioni positive dell’IA in diversi campi – dalla medicina all’agricoltura, dall’istruzione al patrimonio artistico – la giornalista chiede al comunicatore digitale quali benefici pratici potrebbero esserci sul piano pastorale.

 

Bellisai porta un esempio concreto: gli animatori dell’oratorio estivo, che ricorrono all’IA per preparare giochi e attività. Sarebbe inutile vietarlo, magari dicendo che dobbiamo essere più creativi, più empatici e più umani. Molto meglio formare all’uso consapevole, orientando la tecnologia verso compiti che fanno risparmiare tempo, in modo da investirlo in relazioni, celebrazioni ed esperienze condivise. Ad esempio l’IA può tradurre documenti per comunità multietniche, stilare calendari, alleggerire le attività burocratiche e organizzative dei sacerdoti, (basta pensare alla programmazione delle benedizioni pasquali a domicilio).

 

Certamente la prima cosa che può fare la comunità parrocchiale (e non), osserva Simone Bellisai, è creare dei momenti informativi come questo sul mondo digitale, sul funzionamento di questa tecnologia, sui social media. Molti genitori chiedono in parrocchia: come faccio a togliere lo smartphone dalla mano di mio figlio quando siamo tutti seduti a tavola? Oppure si domandano se ha senso mandare dei messaggi sul telefono dei figli per attirare la loro attenzione.

 

Ma non dobbiamo dimenticare la domanda vera: quando un ragazzo posa il telefono, cosa trova intorno a sé? Quali risposte, quali conversazioni, quali alternative, quali modelli, quali esperienze? In famiglia, a scuola, in parrocchia, tra gli amici… La riflessione può e deve partire anche da questo. Che poi riguarda proprio il nostro modo di essere umani.

 

Don Giulio Madeddu sottolinea al riguardo  che il Papa parla di «alleanza educativa per l’era digitale». Perché tutti abbiamo bisogno di formarci reciprocamente. Non solo i ragazzi ma anche i genitori, gli insegnanti, i catechisti, gli animatori, i religiosi, il clero, le comunità locali… E in quest’ottica si potrebbe utilizzare come piattaforma parrocchiale la dottrina sociale della Chiesa: è il riferimento fondamentale a cui il Papa dedica molta parte dell’enciclica  per ricordare che la persona viene prima della prestazione, la dignità viene prima dell’efficienza e ogni scelta deve essere orientata al bene comune, alla solidarietà, al fare ognuno la propria parte. Sono processi da avviare, sviluppare e coltivare (e non addestrare) insieme, sapendo che tutti possono imparare da tutti.

 

 

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