di Paqujto Farina
Quando si dice “ironia della sorte”. Certo Francesco Cossiga si starà rivoltando dentro la tomba, nel vedere il seggio senatoriale, che era il suo, conteso da Marcello Pera, proprio colui con il quale ebbe uno degli “scambi di battute” (per usare un eufemismo) più memorabili della storia repubblicana.
E’ il 27 ottobre del 1998, e il Senato si appresta a concedere la fiducia al governo D’Alema, il primo del secondo dopoguerra ad essere guidato da un ex appartenente al Partito Comunista Italiano (nel 1998 era già PDS).
Francesco Cossiga, malgrado sedesse già nei banchi dei Senatori a vita in quanto Presidente emerito della Repubblica, non ci sta a rimanere con le mani in mano e fare il “pensionato” della politica e si attiva energicamente per trovare, in particolare nel gruppo dell’UDR, i voti necessari per permettere a “baffino” di ottenere la fiducia nella Camera alta.
Il suo atteggiamento, come era prevedibile, suscita irritazione nello schieramento di centro destra; malumore che il senatore di Forza Italia, Marcello Pera, si preoccupa di palesare a nome di tutta la minoranza, accusando Cossiga di fare “abigeato di voti, cosa naturale per lui viste le origini dei suoi avi barbaricini, ladri di bestiame”.
La risposta di Cossiga è entrata a pieno titolo negli “annali” di Palazzo Madama, tra quelle più belle e piccanti del leggendario “picconatore”.
”Purtroppo non sono barbaricino e i miei avi erano pastori, probabilmente hanno anche rubato pecore – esordì il senatore a vita -. La mia famiglia ha l’onore di annoverare per se forse ladri di pecore, ma anche l’onore del Risorgimento. Data la pesantezza dei suoi giudizi -aggiunse Cossiga rivolto a Pera- devo invece rilevare che nella tradizione italiana il nome di cose inanimate si da’ solitamente a coloro che sono di incerte origini. Lascio quindi derivare quale fosse il mestiere dei suoi avi”.
Dai banchi di centro destra si levarono subito pesanti proteste, ma Cossiga replicò immediatamente: “Bisogna che vi abituiate a sapere che non si insulta solo da una parte e che, chi offende gli altri, si deve abituare ad essere offeso”.
Alla fine della storia, comunque, D’Alema ottenne la fiducia al Senato con 188 si, 116 no e 1 astenuto grazie anche ai voti dei senatori dell’UDR (20 in tutto). Il partito fondato da Francesco Cossiga ottenne ben 11 rappresentanti nel Governo: 3 Ministri e 8 Sottosegretari di Stato.
