di Pietro Corosu
Il 24 gennaio ricorre la quarta giornata mondiale dell’educazione, giornata istituita dall’Onu con l’obiettivo di rimarcare, sensibilizzare ed avvicinare studenti di ogni ordine e grado ed insegnanti educatori agli impegni scaturiti dall’approvazione dei goals dell’agenda 2030.
L’appuntamento ricorre un po’ in sordina nel panorama nazionale il cui palinsesto è pienamente occupato dall’incognita che tutti gli italiani aspettano -chi sarà il futuro presidente della Repubblica- ma anche dall’attesa sulla risoluzione europea per quanto riguarda le regole di contrasto al Covid che dovranno essere uguali per tutti i paesi tanti auspicano un nuovo corso meno burocraticizzato.
E’ opportuno ricordare che uno degli obiettivi cardine dell’agenda 2030 è la promozione di un’educazione equa ed inclusiva, creando le condizioni per un apprendimento permanente per tutti ed un’istruzione accessibile anche ai soggetti più deboli e vulnerabili sotto ogni aspetto. Ispirandosi a tali principi uno Stato può essere effettivamente riconosciuto come democratico e tutore dei suoi cittadini.
L’accesso all’istruzione soprattutto per i paesi in via di sviluppo che devono essere sostenuti nel raggiungimento dell’obiettivo da apposite linee di intervento da parte dell’organizzazione delle Nazioni Unite, costituisce un elemento fondante per il proprio futuro; istruzione significa anche condanna alla violenza, condanna alla disparità di genere, condanna della corruzione ma significa soprattutto evoluzione, sviluppo economico, benessere sociale e rispetto dei diritti umani componenti che concorrono a rendere uno Stato vivibile e a misura di cittadino; cittadino che deve rendersi partecipe di esso attraverso il lavoro, le tasse ed il sostentamento della famiglia.
Purtroppo, dobbiamo prendere atto del fatto che nonostante i protocolli d’intesa dell’agenda 2030 siglati da ben 192 paesi nel 2015, non si è posto alcun freno a quella che è da considerarsi la più grande ondata migratoria che la storia abbia mai conosciuto partita dai paesi africani in via di sviluppo nel 2013 dopo l’utopia della Primavera Araba, assaggio di un primo tentativo di democratizzare che il mondo arabo non ancora pronto a tale transizione ha completamente vanificato. La forte spinta migratoria dall’altra sponda del mediterraneo ci fa intendere che ancora si è lontani dal creare nei paesi in via di sviluppo le condizioni di vivibilità. Il discorso è molto ampio e complesso ma è della politica internazionale il compito di interagire per un serio e profondo cambiamento.
L’instabilità politica, i regimi dittatoriali hanno sempre costituito un ostacolo verso il cambiamento e la crescita dei paesi in via di sviluppo, gli sforzi di istituzioni e di associazioni non governative evidentemente non sono sufficienti con i loro programmi d’istruzione e di aiuto verso questi popoli, all’ONU tracciare un nuovo modello di rinascita che deve essere adottato da tutti anche attraverso azioni militari in regime di autotutela a garanzia del rispetto dei diritti umani.
