ALESSANDRA PALA: Una manager sarda a capo del Project Management Office – EIT Urban Mobility
Intervista di Regina Serrittu
Oggi ci troviamo a Orosei, in provincia di Nuoro, a fare visita ad Alessandra Pala, manager di successo in ambito europeo. Attualmente lavora a Barcellona, ma le sue competenze abbracciano una vasta area dell’Europa continentale e, a volte, anche nei paesi mediorientali che confinano con il bacino del Mediterraneo e i Balcani. Alessandra è Responsabile del Project Management Office del EIT Urban Mobility.
(D): Vorremmo sapere direttamente da lei in cosa consiste il suo lavoro.
(R): Sono responsabile del Project Management Office del EIT Urban Mobility, un programma che viene finanziato dall’Istituto Europeo per l’Innovazione e la Tecnologia che ha sede in Ungheria, a Budapest. E’ una sorta di agenzia europea che finanzia 8 macroprogetti di sviluppo, tutti diversi tra loro, con un plafon che varia dai 30 ai 50 milioni di euro per ogni anno di competenza. Ci occupiamo di “Mobilità Sostenibile” e copriamo l’intera Europa, dalla Finlandia giù fino a Malta. Comunque, nel nostro ambito di competenza, non rientrano solo i paesi membri dell’Unione Europea. Spesso, infatti, ci interfacciamo con stati a noi limitrofi, come Israele, Ucraina, Tunisia.
(D): Da dove sei partita e come sei arrivata a ricoprire un ruolo così strategico in ambito europeo?
(R): Sono partita con un obbiettivo ben preciso. Quando ho scelto l’Università di Pisa, facoltà di Scienze Politiche ad indirizzo politico-internazionale, ero consapevole che mi avrebbe dato l’opportunità di lavorare al di fuori dei confini dell’Italia. E’ utilizzando le conoscenze e gli studi in ambito internazionale che, durante l’ultimo anno all’università, un mio docente mi consigliò di indirizzarmi verso la Cooperazione e lo Sviluppo, in particolare le ONG. Data la tipologia di lavoro, mi sarebbe risultato più agevole che in ambito nazionale. Quasi un trampolino di lancio verso altri ruoli e responsabilità, cosa che poi, puntualmente, si è verificata. In principio, a Roma, ho svolto molto volontariato in una ONG che si occupava di cooperazione allo sviluppo, e da lì come direttore esecutivo per due anni e mezzo presso la Federazione Internazionale dei Giovani Liberali (IFLRY) a Bruxelles. Dopodiché, per motivi personali, mi spostai in Ungheria, dove ho collaborato con un organismo intergovernativo ambientale, il Regional Enviromental Center for Central and Eastern Europe, che peraltro non esiste più in quanto è stato chiuso di recente. Lì mi sono occupata di progetti ambientali. Da qui sono passata a lavorare nei segretariati che si occupano di programmi interreg nel Sudest europeo e area del Danubio. Oggi, come detto, mi occupo del Project Management Office del EIT Urban Mobility.
(D): Sei soddisfatta del tuo lavoro, del livello di responsabilità e competenza che hai raggiunto?
(R): Assolutamente. Diciamo che ho trovato quello che stavo cercando. Mi ha dato la possibilità di viaggiare, di conoscere tantissime persone, di fare un lavoro interessante. Mi piacciono le regole in quanto ritengo di essere e di avere una preparazione strutturata. E mi piace creare strutture, che poi è ciò che attualmente sto facendo. Negli anni e negli incarichi che ho ricoperto ho contribuito a definire ruoli e programmi, bandi da molte decine di milioni di euro, un compito che mi ha dato tante soddisfazioni.
(D): Per svolgere questo lavoro, a contatto con contesti strutturati ma culturalmente diversi tra loro, quale lingua hai usato più di ogni altra?
(R): Sicuramente l’inglese. Peraltro, prima ancora dell’università, come scuola secondaria ho fatto il liceo linguistico. Fondamentale però è stato l’anno che ho trascorso negli Stati Uniti d’America come exchange student, dove ho solidificato quella dimestichezza con l’inglese che di fatto mi ha aperto le porte a tutto quello che è venuto dopo.
(D): Tra i progetti che sviluppate, rientra anche l’Italia?
(R): Certo che sì. Come ho detto ci occupiamo dell’intera Europa. L’Italia, tra l’altro, è una nazione che in base alla mia esperienza, che mi ha portato a lavorare in particolar modo con le regioni che si affacciano nell’area del mar Adriatico e del mar Ionio, crea, manda e gestisce più progetti in assoluto, più di molti altri paesi. Capisco che non ci si aspetti questo dal nostro Paese, ma è un sintomo del fatto che abbiamo dei buoni project manager, sicuramente persone capaci di scrivere progetti che poi alla fine vincono i bandi e ricevono i fondi comunitari.
(D): Per noi che viviamo in Sardegna, cosa puoi dirci sul fatto che da gennaio 2022 siamo rientrati come regione ad “Obbiettivo Uno”?
(R): Io non ho mai lavorato in Sardegna, per la Sardegna o avendola comunque come partner. Sicuramente essere di nuovo in “Obbiettivo Uno” porterà più risorse all’Isola. Ma attenzione. Ciò significa che dovremmo anche essere in grado di spenderle entro un certo e preciso periodo di tempo. Come tutti i fondi FESR abbiamo quest’obbligo, così come tutte le altre regioni. Altrimenti queste risorse vengono disimpegnate e di fatto perse. E’ bene che ci siano ma deve corrispondere una programmazione efficace, la successiva spesa e un controllo altrettanto efficace sulla rendicontazione. Questo ultimo aspetto, da ciò che mi ricordo, in passato aveva costituito un serio problema. Per avere efficacia è necessario quindi che la struttura Regione lavori su tutto lo spettro che insiste e gestisce queste ingenti risorse comunitarie.
(D): Il problema del controllo della rendicontazione è sempre un aspetto critico, e non solo nella nostra Regione. Perché?
(R): Per poter rendicontare la spesa dei fondi comunitari all’Unione Europea bisogna passare attraverso un controllo nazionale, un audit a due livelli. Il che vuol dire che deve esserci una struttura creata a livello nazionale, così come deve averne una la Regione Sardegna che certifichi i costi dei singoli partner di progetto. Se questo iter subisce un rallentamento o addirittura si blocca, questi fondi che sono stati spesi ma non rendicontati alla Commissione Europea, non verranno rimborsati. Si consideri anche che la procedura europea non dispone una elargizione in un’unica soluzione del 100%, ma avviene per stadi, man mano che si inviano le rendicontazioni. Vale il principio che più si spende e si rendiconta e più vengono elargite risorse.
(D): E’ già successo che, come Regione Sardegna, siamo incorsi in tagli di questa natura, e abbiamo dovuto rendere risorse già assegnate…
(R): Esatto. Più che restituire parlerei però di fondi che non ci vengono assegnati, che vengono tagliati. Ma ripeto, non è un problema che riguarda solo la Sardegna, ma l’intera Italia. Come detto, siamo uno dei Paesi UE che ricevono più risorse e allo stesso tempo tra quelli che subiscono più tagli per le criticità legate al controllo sulle rendicontazioni.
(D): Hai accennato al fatto che esistono programmi che esulano dai confini dei 27 stati membri e abbracciano nazioni extraeuropee. E’ capitato anche a te di seguirne direttamente?
(R): Non solo è capitato, ma rientra quasi nelle procedure UE di erogazione fondi nei programmi Interreg, che coinvolgono anche Stati non facenti parte dell’Unione Europea. Si utilizzano altri fondi, come ad esempio quelli IPA, destinati ai Paesi in lista di “pre accesso” all’Unione, oppure gli NDICI, quelli che hanno sostituito i vecchi fondi ENI di “vicinato”. Tra questi abbiamo già detto dell’Ucraina, ma anche Egitto e Giordania. In questo caso i programmi Interreg vengono creati utilizzando fondi sempre comunitari, ma prevedendo la partecipazione di paesi extraeuropei. Uno, ad esempio, riguarda anche la Sardegna, il Crossborder ENI CBC MED, che coinvolge gli Stati della sponda nord del Mediterraneo e quelli della sponda sud, ovvero i paesi del Nord Africa, in tutto 14 nazioni. Un altro ancora insisteva nell’area del Danubio, per il quale ho lavorato e dove abbiamo utilizzato tre fondi europei diversi. Coinvolgeva la Serbia, il Montenegro, la Bosnia Erzegovina, l’Ucraina, la Moldavia. Quando si utilizzano questo tipo di risorse la divisione geografica viene fatta in base agli scopi che ciascun territorio coinvolto persegue. Ecco quindi il programma ”Area Danubiana” che interessava il bacino del Danubio oppure quello in programma “Adriatico-Ionico” che si occupa delle Regioni e dei relativi Paesi che si affacciano sui due mari, ma coinvolge, per motivi come detto di “buon vicinato” e “diplomatici”, anche nazioni come la Serbia o la Macedonia. Sono decisioni squisitamente politiche che non hanno niente a che fare con mere esigenze geografiche.
(D): Il tuo è più di un semplice lavoro, eppure sei riuscita a gestire bene la tua professione e la famiglia, cosa non sempre facile. Come hai fatto a conservare quell’equilibrio tra il tempo da dedicare agli affetti e contemporaneamente a seguire progetti di portata comunitaria senza che ne risentisse la vita con i tuoi cari?
(R): Bella domanda questa (ride), soprattutto in questo periodo, perché il lavoro mi porta ogni mese a Barcellona, spesso anche più volte al mese. Con la famiglia e con un bambino ancora relativamente piccolo, 12 anni, è sicuramente difficile. Anni fa, quando mio figlio era in età infantile ed io ero costretta a frequenti viaggi e spostamenti che mi portavano lontano dalla famiglia, era sicuramente più gravoso di oggi. Ma ho un marito che contribuisce molto a gestire il tutto.
(D): Un’ultima domanda. Pensi che un giorno il tuo attuale incarico ti porterà a lavorare e sviluppare progetti anche in Sardegna?
(R): Tempo fa ho riflettuto su questa ipotesi, ragionando sul fatto di potermi riavvicinare alla mia terra. Devo però constatare che le proposte contrattuali attualmente offerte dal mondo del lavoro, in Italia e in Sardegna in particolare, non sono tali da soddisfare le mie esigenze professionali.
® Copyright NewSarde – Riproduzione riservata
