L’accordo raggiunto oggi tra Israele e Hamas sulla prima fase del piano per Gaza è più di una notizia diplomatica. È un momento che ci interroga sulla natura stessa della pace.
Perché la pace è il desiderio più universale e insieme il più fragile. La cerchiamo, la invochiamo, scendiamo in piazza per ottenerla, eppure sembra sfuggirci continuamente. E questo non accade solo nelle guerre che fanno tremare il mondo, ma anche nel condominio dove due vicini non si parlano da anni per una questione di parcheggio, o nella famiglia dove un silenzio ostile sostituisce il dialogo, o anche sui social dove ogni discussione diventa trincea.
C’è qualcosa di paradossale in questa nostra incapacità di mantenere ciò che più desideriamo. Forse è proprio perché la pace non è uno stato, ma un verbo di movimento. Non è un traguardo da raggiungere una volta per tutte, ma un esercizio quotidiano, un muscolo da allenare continuamente. La pace è fatica, è scelta, è rinuncia a qualcosa di sé per costruire qualcosa di più grande.
Viviamo nell’epoca delle polarizzazioni, è vero. Il mondo digitale amplifica le differenze, trasforma le sfumature in bianco e nero, il dubbio in certezza urlata. Ogni questione diventa uno schieramento, ogni opinione una bandiera da difendere contro il nemico. Eppure, proprio in questo contesto così frammentato, un accordo come quello di Gaza ci ricorda che la pace è ancora possibile. Anche quando sembra impossibile. Anche quando le ferite sono profonde e il sangue versato grida vendetta.
Ma ecco il punto più sottile, quello che rende la pace così complessa: viene contestata anche quando arriva. Perché la pace vera, quella difficile, implica compromessi che nessuna delle parti vive come vittoria totale. Implica riconoscere l’altro, legittimare chi fino a ieri era solo nemico. E questo è un tradimento per chi voleva la resa incondizionata, per chi vedeva nel conflitto l’unica possibile giustizia.
La pace è un tradimento delle certezze assolute. È l’accettazione che la complessità del reale non si risolve con la vittoria di una parte sull’altra, ma con la fatica dell’incontro. In ogni gesto, in ogni parola, in ogni scelta di rinunciare all’ultima parola per lasciare spazio all’altro. Per questo la pace è così difficile da raggiungere e ancora più difficile da mantenere.
Eppure ogni tanto si accende un segnale di speranza. E questo è forse il senso più profondo dell’essere umani. Non la capacità di evitare il conflitto – quella ci manca evidentemente – ma questa tensione ostinata, questo slancio continuo verso qualcosa che sappiamo essere possibile anche se improbabile. È come se nell’animo umano ci fosse una bussola che punta sempre verso la pace, anche quando le nostre azioni ci portano nella direzione opposta.
Il cammino verso la pace non è mai lineare. È fatto di avanzamenti e arretramenti, di speranze e delusioni. Ma ogni passo, anche minimo, anche parziale, anche contestato, ci ricorda che siamo capaci di qualcosa di più grande della violenza. Che possiamo scegliere il dialogo al posto delle armi, il compromesso al posto della vittoria totale, il futuro condiviso al posto della distruzione reciproca.
Sul sito web “Gente di Sardegna” è riportato, tra i riti caduti in disuso, un antico atto di riconciliazione che avveniva in Gallura tra le famiglie divise da una faida. Si svolgeva all’aperto, in un luogo campestre in cui convenivano uomini armati di entrambe le parti, accompagnati da donne e fanciulli, che gridavano parole d’ira e gemiti di dolore. Un sacerdote si frapponeva tra gli offensori, riuniti alla sua sinistra, e gli offesi alla sua destra. Quando sollevava il crocifisso, gli uomini deponevano le armi e si scoprivano il capo, poi i due schieramenti avanzavano e si avvicinavano gli uni agli altri.
Il sacerdote saliva sopra una roccia o un altro punto sopraelevato, pronunciava un accorato sermone sulla pace di Cristo e infine, tenendo alta la croce, chiamava a sé gli offensori. Questi, a passo lento, pallidi e a capo chino andavano verso la persona che maggiormente avevano offeso, di solito la vedova, e le chiedevano perdono.
La persona offesa, spesso scossa da un gemito, apriva le braccia e, dicendo “Dio ti perdoni”, suggellava la pace con un bacio. Le donne delle due fazioni piangevano e ringraziavano Dio per la riconciliazione, invocando i loro cari uccisi durante la faida e pregando per loro. Le persone più direttamente legate ai morti si ritiravano nelle loro case, mentre tutti gli altri partecipavano a un banchetto fraterno e alla fine si cantava e si ballava insieme, sparando colpi in aria.
Questo antico atto di pace nella natura, che verosimilmente si svolgeva davanti alla chiesetta campestre intitolata al santo patrono locale, ci ricorda che la pace è sempre possibile fino a quando qualcuno è disposto a compiere il primo passo verso l’altro. E anche a Gaza il primo passo, per quanto fragile e incerto, vale più di mille discorsi sulla pace.
Immagine: Le bandiere di Israele e di Gaza-Palestina. Fonte: Shutterstock.
