Per l’Italia sono stati giorni di passione in tutti i sensi. Mentre ai primi di aprile si concludeva per i cristiani l’allenamento della Quaresima in vista della vittoria pasquale, il calcio italiano subiva con la Bosnia Erzegovina la sconfitta che ha sancito per l’ennesima volta la mancata qualificazione della Nazionale ai Mondiali.
Da tempo si parla di crisi del calcio italiano, religione laica con milioni di ferventi adepti. Un declino che avrebbe diverse cause legate tra di loro, sia di natura tecnica che economica e culturale. Tra queste ricorre frequentemente la poca eccellenza dei calciatori italiani, almeno rispetto al passato quando c’erano campioni del calibro di Baggio, Del Piero, Totti, Mancini, Pirlo, Cannavaro, Buffon e altri consegnati agli annali.
Se la scuola del calcio sembra aver perduto maestri ed allievi insieme, allo stesso modo la palestra ecclesiale sembra non formare più i grandi “atleti di Dio” del passato, quando la veglia pasquale suggellava la conversione del futuro sant’Agostino, o quando dal vivaio di don Bosco uscivano campioni di santità come san Domenico Savio, Santa Maria Domenica Mazzarello, la Beata Laura Vicuña, san Luigi Orione e decine di altri.
Ciò che accomunava i virtuosi del calcio e i virtuosi della fede era un mix di passione e di volontà, di costanza e di impegno, di disciplina mentale e fisica, di esempi da emulare. Ora queste figure sembrano per lo più scomparse o almeno nascoste. Più lontane, forse meno conosciute, o comunque non visibili nello spazio pubblico. Oggi pare che tra i calciatori italiani non ce ne sia uno che per qualità tecniche e carisma possa essere considerato tra i migliori al mondo nel proprio ruolo. Allo stesso modo sul versante religioso non si vedono grandi testimoni pubblici che, come padre Pio o madre Teresa di Calcutta, incarnavano con semplicità ed efficacia il Vangelo, provando che non era né utopia, né astrazione, e nemmeno una storia bella ma passata.
Davanti a questi grandi esempi, da una parte e dall’altra, sorge inevitabilmente la questione della relazione tra talento naturale e allenamento, o tra talento evangelico e pratica religiosa. In altre parole i campioni e i santi sono tali per un dono personale o per la continuità e intensità del loro esercitarsi? Per grazia o per impegno?
Certamente senza esercizio non si va lontano. Non per niente lo sport e la religione “si praticano”. Si dice “praticare lo sport” come si dice “praticare la religione”, tenendo conto che si può fare sport in modo occasionale e leggero, così come la religione può essere praticata in modo non costante e non profondo. Tuttavia, se qualcuno vuole raggiungere i livelli più alti, è necessario che il suo impegno diventi serio, tanto nello sport quanto nella religione.
È interessante osservare che il termine stesso “ascesi”, dal greco áskesis, significa proprio “allenamento”, “esercizio”, e in origine era detto “asceta” il soldato che si esercitava nell’uso delle armi, o il lottatore che affinava le sue abilità fisiche. L’áskesis venne poi applicata ai filosofi greci per indicare l’educazione dello spirito che aveva come fine la sapienza e le virtù morali, e solo in seguito l’ascesi fu adottata dalla tradizione cristiana, prendendo il significato di esercitarsi nel bene, governare gli istinti egoistici e vincere le passioni nocive allo scopo di avvicinarsi sempre più a Dio.
Già nel Nuovo Testamento san Paolo descrive la vita cristiana e il suo perfezionamento ricorrendo a metafore ascetiche attinte dall’atletica e dal combattimento (1Cor 9,24-27) e dall’autodisciplina filosofica (il vigilate e siate sobri in 1Tes 5,6 o l’idea di virtù in Fil 4,8), come a ripercorrere il cammino storico-concettuale del termine ascesi. Curioso notare, poi, che l’inventore degli esercizi spirituali, sant’Ignazio di Loyola, era un ex soldato, come a chiudere il cerchio sul primissimo significato militare dell’áskesis.
Si può allora definire ascetico l’allenamento quotidiano di Cristiano Ronaldo, che si alza ogni mattina alle 5,30 per meditare e ringraziare silenziosamente, iniziando una serie di sessioni di lavoro fisico che vanno ben oltre le richieste della squadra, come mostra il video “Un giorno nella vita di Cristiano Ronaldo” (2025). Oltre al ferreo esercizio, Ronaldo ha una lista di “dieci cose bandite” che segue rigorosamente: niente alcool, fumo e cibo non sano; mai ore tarde e uscite notturne; vietato saltare l’allenamento (la costanza batte la motivazione), proibito lamentarsi (invece di lagnarti, lavora di più) e non essere insicuro (la fiducia in sé è una forma di responsabilità); non perdere il controllo (della disciplina, della calma, delle emozioni) e non circondarsi di persone negative.
Tuttavia, oltre alla pratica costante e continuativa dello sport come della religione, c’è un aspetto tutt’altro che secondario: il fatto di possedere dei doni personali e naturali, o dei carismi per grazia, che possono essere allenabili ma non sostituibili con l’esercizio. Ne sono un esempio la “visione di gioco” del mitico calciatore Leo Messi, o la bradicardia del leggendario ciclista Fausto Coppi, o la calma e l’autocontrollo del grande alpinista Walter Bonatti. Ma anche la “visione interiore” di padre Pio che gli permetteva di conoscere i peccati o le sofferenze delle persone prima ancora che parlassero, o il dono di saper consigliare tipico di don Bosco, o la straordinaria mitezza di san Francesco di Sales che rispondeva con calma e gentilezza ad attacchi o insulti, disorientando i suoi interlocutori che si ritrovavano a lottare contro il vuoto, perdendo la loro aggressività e in alcuni casi giungendo al pentimento e alla stima profonda.
Anche se un campione come Jannik Sinner ha ripetuto tante volte che il talento non esiste e bisogna guadagnarselo, in realtà sia lo sport che la religione forniscono esempi dell’indissolubile mescolanza dei due aspetti. Se lo sport insegna che per la vittoria non basta il talento ma ci vuole il lavoro e il sacrificio quotidiano, allo stesso modo nel percorso di fede non basta la grazia ma ci vuole una corrispondenza personale a questa grazia, un impegno quotidiano. San Gregorio di Nissa parla di sinergia divino-umana, perché la grazia non costringe alcuna anima e trasforma per divinizzazione soltanto chi lo vuole. In modo analogo san Tommaso d’Aquino diceva che la grazia non si sostituisce alla natura di una persona ma la perfeziona, portandola alla sua massima espressione.
Oggi, però, sembra esserci un problema comune tanto al calcio quanto alla religione: la formazione. Da una parte è venuta a mancare nello scenario calcistico italiano l’investimento nei vivai e nei Centri federali e la capillare formazione dal basso degli aspiranti calciatori. L’Italia privilegia i giocatori stranieri, forti fisicamente e meno tecnicamente, e si concentra sui risultati immediati a scapito dello sviluppo dei giovani e della filiera interna. Dall’altra parte emerge l’attuale poca capacità degli oratori e dei seminari di favorire vocazioni forti come un tempo, sia nella vita laica che in quella sacerdotale, e quindi una certa mediocrità cristiana. Eppure l’antropologia dei Padri della Chiesa parla di un essere umano che aspira a superarsi, un essere proteso verso qualcosa più grande di lui, e questa è anche la fondamentale aspirazione nella quale l’umanità esprime ciò che vi è in essa di più profondo: l’immagine di Dio, immagine che è il principio costitutivo dell’essere umano.
Immagine: Foto di Jessief da Pixabay.
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