“I love to turn you on” – Come vorrei farti vivere
LONDRA > A cavallo tra gennaio e febbraio 1967 i Beatles erano alle prese con le registrazioni di “Sgt. Pepper’s Lonely Heart Club Band”, l’album che li avrebbe trasformati da stelle del pop mondiale in autorevoli e imperituri artisti del Novecento.
Chi è stato così privilegiato da assistere e partecipare attivamente a quelle sessions, le ricorda come “esperienze sensoriali totali”. Per alcuni furono l’anticamera di una profonda riflessione artistica e di vita. Ma non fu così per tutti.
Tra i musicisti che in quelle settimane fecero visita ai Beatles negli studi londinesi di Abbey Road ci fu Brian Wilson dei Beach Boys. Dai registri risulta fosse presente alla registrazione finale di “A Day in the Life”, brano che chiude l’album. Era la sera in cui veniva sovraincisa (e raddoppiata) l’orchestra sinfonica di 45 elementi che caratterizza il crescendo finale del capolavoro di Lennon-McCartney e che risolve nel famoso accordo in MI maggiore, suonato contemporaneamente da otto mani in due pianoforti separati.
Secondo i testimoni, Wilson ne fu così impressionato che probabilmente subì una vera e propria “sindrome di Stendhal”, cadendo in seguito in una depressione artistica che durò molti anni.
In effetti “A Day in the Life” era una composizione (e una registrazione) straordinaria per quei tempi, qualcosa di “mai sentito prima” nell’industria discografica, e meritò senz’altro tutte le lodi che furono scritte su di essa.
A parte i Beatles, tutto merito di George Martin, il loro produttore e mentore, e del suo staff, composto da autentici maghi del suono come Geoff Emerick, Norman Smith, Alan Parson. Pare impossibile sia stata incisa con un semplice registratore a sole 4 piste analogiche, ma ancora oggi non si è riusciti a ricreare quelle atmosfere sonore, nemmeno con banchi da 64 piste digitali computerizzate.
Bizzarra nella forma canzone, nel ritmo e nel succedersi del testo, a più di mezzo secolo di distanza “A Day in the Life” conserva ancora quella freschezza compositiva e potenza sonora che ne fanno il capolavoro assoluto di Lennon-McCartney, uno dei brani dell’intero catalogo beatlesiano dove i due collaborarono realmente “fifty fifty” in fase di scrittura, sia nel testo che nella musica.
Come la definì Ian McDonald, autorevole critico musicale e scrittore britannico, “un’opera che resta fra le riflessioni artistiche più penetranti e innovative della sua epoca.”
