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Civiltà digitale e Maria: un incontro inatteso.

È il tema di fondo del convegno MEIC che si è svolto a Quartu Sant’Elena (Cagliari), intrecciando lo sguardo tecnologico con quello psicologico e spirituale.

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Di Lorella Marietti

La madre di Gesù ha sempre ispirato molti campi della cultura umana, dalla pittura alla musica, dall’architettura alla scultura, dalla letteratura all’arte popolare. Anche oggi che siamo immersi nel mondo degli algoritmi, la postura interiore mariana continua a offrire una nuova ricchezza di prospettive. Così tre relatori – un comunicatore digitale, uno psicologo e un teologo – si sono confrontati durante il convegno «La via di Maria al tempo dei social: custodire meditando nel cuore», organizzato dal MEIC (Movimento Ecclesiale di Impegno Culturale) nell’auditorium della basilica di Quartu Sant’Elena.

 

Dopo l’introduzione del moderatore Nicola Puddu, cronista e già direttore di Radio Sant’Elena, sono seguiti i saluti del padrone di casa, il parroco don Alfredo Fadda che ha tenuto a battesimo il neonato gruppo quartese del MEIC, ed è stato poi il turno della loro “madrina”, la delegata regionale del MEIC Maria Lucia Baire, che ha ricordato le origini storiche e culturali di questo importante movimento diocesano e nazionale.

 

La parola è stata passata al primo relatore, il comunicatore digitale Giampaolo Bruno, che è subito entrato in tema con una domanda diretta: «Quanti di voi stamattina, dopo esservi alzati, avete guardato il telefonino?». Il gesto dello scroll, quel continuo scorrere di contenuti, è ormai diventato il rito quotidiano di miliardi di persone. Gli algoritmi sono progettati per contendersi la nostra attenzione e il nostro tempo di permanenza sui social. I contenuti che generano rabbia, sdegno e paura ricevono più interazioni e si diffondono di più, perché la «faccina arrabbiata» vale cinque volte un «mi piace», mentre i contenuti sfumati vengono penalizzati. Il risultato sono le «echo chambers» e i «confirmation bias»: bolle di realtà su misura che confermano le nostre convinzioni, sottraggono la capacità di sorprenderci o cambiare idea, e premiano la reazione di pancia a scapito del pensiero critico.

Al contrario i due verbi mariani, il custodire attivamente (syntēreō) e il mettere in relazione (symballein), cambiano le regole del gioco. Perché invitano ad abitare la complessità senza cercare risposte immediate, a tenere insieme le tensioni invece di risolverle prematuramente, a rallentare prima di condividere, a porsi domande invece di cadere nelle polarizzazioni, a integrare le informazioni nel cuore (che nella Bibbia è l’organo del sentire, del pensare e dell’agire) trasformandole in conoscenza che forma.

 

Lo psicologo Riccardo Fessia ha portato questa riflessione sul piano clinico: nella sua professione incontra sempre più persone con sofferenze legate all’uso delle nuove tecnologie: ansia, depressione, isolamento sociale, disturbi alimentari, aggressività, aumento dei disturbi dell’attenzione. La difficoltà stessa a mantenere la concentrazione è «una reazione coerente a un ambiente in cui l’attenzione è la risorsa più contesa», così come il multitasking – la capacità di fare più cose contemporaneamente – comporta rapidi spostamenti di attenzione che si traducono in «fatica cognitiva, distraibilità e possibilità di fare errori». Oggi stiamo perdendo la capacità di creare uno spazio di silenzio che, lontano da tutti gli stimoli, ci possa permettere di pensare. Perché è nel silenzio che capiamo cosa ci manca e accogliamo la parola dell’altro: «per questo gli psicoanalisti stanno per la maggior parte del tempo in silenzio». E proprio la scoperta e la coscienza di una mancanza è in grado di farci capire qual è il nostro desiderio. «Per desiderio intendo vocazione– ha spiegato il dott. Fessia – e capire il nostro desiderio significa dare un senso alla vita, allargare gli orizzonti della vita, rendere la vita viva e degna di essere vissuta». Invece «il rischio è che se siamo bombardati continuamente da mail, da notifiche, da video», in una parola dal frastuono digitale, «non riusciamo a capire qual è il nostro desiderio, la nostra vocazione» e in più «rischiamo di realizzare il desiderio di un altro. Quello che ci viene suggerito dall’algoritmo». Viceversa l’atteggiamento interiore di Maria invita a vivere in pienezza e conduce verso la risposta piena alla propria vocazione.

 

Don Elenio Abis, assistente ecclesiastico del MEIC, ha chiuso il cerchio con la tradizione monastica cristiana della «cella del cuore»: un rientrare in sé stessi che è ben diverso dal chiudersi in sé stessi vissuto dai cosiddetti Hikikomori, che si ritirano dal mondo per autodifesa, paura del giudizio, senso di inadeguatezza o trauma (e proprio l’Italia ha il più alto tasso di ragazzi che hanno questo disturbo, osservava il dott. Fessia). Invece la cella interiore, di cui fa l’elogio il monaco camaldolese San Pier Damiani († 1072), è «l’officina spirituale» dove si restaura la propria immagine deturpata dalle «incrostazioni» che provengono dalla vita esterna e si depositano nello spirito, nell’anima e nel corpo, ha detto don Elenio, così che possiamo ritornare a essere «immagine di Dio». Ma la cella è anche «il campo di battaglia, l’arena dove si fa guerra ai demoni» e si conosce sé stessi. «Nella cella interiore siamo protagonisti, mai schiavi» perchè «qui si forma una maturità libera e una libertà matura». È anche passare «dal caos al cosmos», termine che rimanda alla bellezza (da qui deriva l’aggettivo cosmetico) e, di nuovo, all’immagine restaurata. La cella, poi, è dove il cuore crea spazi dilatati di carità (dilatentur spatia caritatis) per unirci agli altri e per rendere possibile una «stabilità» interiore. E proprio «Maria è modello supremo di stabilitas cordis».

 

Il convegno si è chiuso con una domanda posta dal moderatore ai tre relatori: è possibile il silenzio nel mondo dei social? Il comunicatore è stato cauto riservandosi di guardare all’evoluzione futura; lo psicologo ha sottolineato che il silenzio spaventa e bisogna imparare a conoscerlo e a praticarlo. Il teologo ha risposto con decisione: «È possibilissimo. Perché l’abbiamo creato noi questo rumore. E possiamo, se vogliamo, fare silenzio». Come quando saliamo in aereo e mettiamo il telefono in modalità offline. Allora «c’è da recuperare una disciplina interiore, che non è costrittiva, ma liberante». Lo psicologo si è detto d’accordo perché «una delle principali cause dell’ansia tra i giovani è la mancanza di regole», che stiano sopra di loro, che gli diano dei confini e gli permettano di contenere sé stessi e le proprie emozioni. «Una disciplina serena. Fisica, mentale e spirituale – ha aggiunto don Elenio – che ti fa fare esperienza di un dominio di te stesso. E si può».

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