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Il prezzo della pace (67)

Due modelli di stabilità fondati sull'economia: oggi il Piano per Gaza, ieri il “porto franco” Nuragico.

Origami colomba della Pace

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Di Lorella Marietti

Che cosa promuove e alimenta davvero la pace? L’etica, la politica o l’economia? La domanda non è nuova e ritorna oggi con il Piano di Pace per Gaza, che mette un deciso accento sull’aspetto economico.

 

Infatti, al punto 9 del Piano, fa la sua comparsa un elemento tipico delle aziende, il board, o consiglio di amministrazione, quando si afferma che il comitato palestinese chiamato a governare Gaza avrà «la supervisione di un nuovo organismo internazionale di transizione, il Board of Peace, che sarà presieduto dal Presidente Donald J. Trump, con altri membri e capi di Stato che saranno annunciati, tra cui l’ex Primo Ministro Tony Blair. Questo organismo definirà il quadro e gestirà i finanziamenti per la riqualificazione di Gaza, fino a quando l’Autorità Nazionale Palestinese non avrà completato il suo programma di riforme, come delineato in diverse proposte, tra cui il piano di pace del Presidente Trump del 2020 (…)».

 

Il Piano Trump del 2020, qui nuovamente ripreso, era stato chiamato “Peace to Prosperity” (Pace alla prosperità) perché si basava sulla creazione di un ambiente sicuro che potesse attrarre il capitale internazionale. Un approccio che aveva a suo tempo sollevato dubbi e critiche per il suo preponderante focus sull’economia e sull’investimento, piuttosto che sulla risoluzione dei nodi politici.

 

Al punto 10 dell’attuale Piano si precisa anche che «un piano di sviluppo economico di Trump per ricostruire e rivitalizzare Gaza sarà elaborato convocando un gruppo di esperti che hanno contribuito alla nascita di alcune delle fiorenti e moderne ‘miracle cities’ del Medio Oriente».

Il riferimento alle “miracle cities”, le Città-Meraviglia premiate da concorsi internazionali come il New 7 Wonders Cities, sembra evocare il progetto turistico e immobiliare della lussuosa “Gaza Riviera” proposta da Trump all’inizio del 2025, oggetto di molte polemiche e bocciature. Così come il punto 11 sembra indicare la creazione di una zona franca “duty free”: «sarà istituita una zona economica speciale con tariffe e tassi di accesso preferenziali da negoziare con i paesi partecipanti».

 

Inoltre, sempre al punto 10, si legge che «molte proposte di investimento ponderate e idee di sviluppo entusiasmanti sono state elaborate da gruppi internazionali ben intenzionati e saranno prese in considerazione per sintetizzare i quadri di sicurezza e governance così da attrarre e facilitare questi investimenti».

 

In quest’ottica la pace appare quasi come prerequisito per sbloccare il valore latente del territorio, anziché come risultato di una soluzione politica che tiene conto della complessità della realtà mediorientale. Ma il linguaggio economico può davvero unire e pacificare?

 

La risposta potrebbe essere non solo affermativa, ma anche antichissima. In Sardegna questo modello di pace pragmatica sembra risalire all’Età del Bronzo e alla civiltà nuragica (1600 a.C. – IV secolo a.C.), sebbene con caratteristiche un po’ diverse. È la tesi di un porto franco sardo, proposta dall’archeologa Fulvia Lo Schiavo, secondo cui la Sardegna nuragica poteva aver assunto una funzione di “diritto di asilo” commerciale, operando come hub sicuro di trasformazione e ridistribuzione dei metalli strategici nel contesto geografico ed economico della sua epoca.

 

In poche parole, grazie a una concomitanza di fattori cruciali, l’isola sarebbe stata una zona protetta dove i mercanti potevano scambiare merci in sicurezza, evitando il rischio di essere attaccati e depredati dai pirati del mare. Una ricostruzione che aiuterebbe anche a spiegare perché la Sardegna nuragica costituisse quasi un mondo a sé, pur partecipando e traendo beneficio, nel corso dei secoli, dalle interconnessioni di scambi e di contatti culturali provenienti sia dall’Atlantico e dalla Penisola Iberica che dal Mediterraneo orientale.

 

La Sardegna nuragica occupava infatti una posizione geografica strategica nel commercio di quei metalli che costituivano il motore economico dell’epoca, fungendo da ponte tra il Mediterraneo Orientale – con le sue potenze consolidate come Cipro e l’Egeo – e le nuove fonti di risorse dell’Occidente, in particolare la Penisola Iberica e la rete commerciale atlantica. Lo indicano ad esempio i numerosi ritrovamenti sull’isola dei lingotti di rame oxhide (a pelle di bue) originari di Cipro e utilizzati nella metallurgia nuragica, come anche i bronzi iberici e le spade atlantiche, oltre che le brocche askoidi nuragiche rinvenute in Spagna e a Creta.

 

L’isola appariva non come un semplice consumatore periferico, ma come una parte essenziale nel circuito commerciale e nel mantenimento della “globalizzazione” del Bronzo.

Ma c’è di più: poiché una Pax Metallurgica richiedeva una capacità interna di proiettare deterrenza contro i predoni, quest’esigenza poteva essere ben soddisfatta dalla rete capillare di oltre 7.000 nuraghi – fortezze o centri comunitari che fossero – costruiti in tutta l’isola, una vera e propria struttura di potere in grado di mantenere l’ordine interno e pattugliare le coste.

 

Allo stesso modo le navicelle nuragiche in bronzo, unicum nel Mediterraneo per qualità e quantità, simboleggiavano una capacità marittima – reale o aspirazionale che fosse – essenziale per garantire la sicurezza anti-pirateria. Così pure i bronzetti (arcieri, cavalieri, pugilatori) proiettavano l’immagine di una società capace di difendersi e, soprattutto, di salvaguardare gli interessi commerciali che aveva accettato di proteggere.

 

La pace nuragica era, in sintesi, un brand di sicurezza necessario per attrarre e sostenere il commercio dei metalli strategici. E questa garanzia non doveva essere gratuita. L’autorità nuragica offriva verosimilmente un servizio di protezione del capitale mercantile, probabilmente in cambio di una negoziazione onerosa – un certo numero di lingotti di rame, ad esempio – che i mercanti erano disposti a sostenere pur di assicurare il proprio carico strategico.

 

Si può osservare che la Pax Nuragica era essenzialmente endogena. Sebbene integrata nei circuiti commerciali globali, la sicurezza era proiettata da una struttura di potere interna, autoctona. I nuraghi e la casta guerriera riflettevano una capacità di controllo del territorio sviluppata internamente. Il valore economico del rame, metallo indispensabile per la produzione del bronzo, era intrinseco e costante. Questa stabilità era relativamente solida perché basata su una domanda costante di materie prime e su una capacità endogena di deterrenza.

 

Al contrario, il modello di Gaza è esogeno: la stabilità è ottenuta e mantenuta attraverso l’afflusso di capitale esterno e la supervisione di un organo transnazionale. La dipendenza dal Board of Peace e dagli investitori internazionali espone la stabilità a una fragilità intrinseca. Come osserva Aaron David Miller, uno dei massimi esperti di Medio Oriente, la natura del conflitto israelo-palestinese ha radici in profonde ferite identitarie, storiche e politiche che non possono essere risolte da una pace economica.

 

In Sardegna il “porto franco” del Bronzo era resiliente perché la sua stabilità nasceva dal territorio stesso e rispondeva a una domanda costante. La pace nuragica era radicata in capacità interne e proteggeva ciò che aveva valore certo, mentre la pace di Gaza investe su beni secondari e finanziari – immobiliare e turismo – che hanno tempi lunghi di realizzazione e richiedono una continuità politica a lungo termine. Tra le torri nuragiche e i grattacieli promessi a Gaza, la differenza non è solo di millenni.

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