NEWSARDE.IT Il quotidiano online della Sardegna

Logo Newsarde
Home Notizie Cultura E l’uomo creò l’algoritmo.

E l’uomo creò l’algoritmo.

Dal Vaticano alla Silicon Valley, passando per l’Onu e l’IA Act: la Chiesa è tornata ad avere un ruolo da Leone nell’umanesimo?

CONDIVIDI

Di Lorella Marietti

Dopo Leone Magno che ferma le invasioni barbariche armato soltanto di parole e autorità morale, dopo Leone III che ridimensiona l’assolutismo dell’Impero Romano favorendo con Carlo Magno la prima forma storica e culturale di unità europea, dopo Leone XIII che introduce la svolta della Dottrina Sociale durante la Rivoluzione Industriale, ecco Leone XIV che mette l’accento sulla questione profondamente umana dell’Intelligenza Artificiale.

 

La tecnologia, infatti, sta correndo più veloce della nostra capacità di comprenderne l’impatto sulla mente e sulle relazioni umane, sul lavoro e la conoscenza, sull’economia e la democrazia sociale. Da qui la necessità sempre più stringente che lo sviluppo tecnologico rimanga al servizio della persona, e non il contrario.

 

Il fine è garantire che vengano rispettati i principi universali di giustizia, equità, responsabilità, consapevolezza, sicurezza e trasparenza, attraverso standard globali da fissare già nella progettazione algoritmica, insieme a quadri normativi, meccanismi di controllo e verifiche periodiche della IA ovunque operi.

 

Sono concetti che, da maggio a oggi, hanno avuto una notevole accelerazione, come se fosse avvenuta una reazione a catena innescata dall’enciclica papale. Non più un approccio puramente tecnico e giuridico, ma uno fondato sull’etica, l’umanesimo e la centralità della persona.

 

La cronologia parla da sé. Il 25 maggio 2026 Leone XIV presenta l’enciclica “Magnifica humanitas” in cui il tema dell’Intelligenza Artificiale viene riletto alla luce dei valori umani più profondi. Il documento sottolinea, ad esempio, che “l’uso dell’IA non è mai un fatto puramente tecnico: quando entra in processi che incidono sulla vita delle persone, essa tocca diritti, opportunità, reputazione, libertà” (MH 102).

 

In quest’ottica “chiedere prudenza, verifiche rigorose, e talvolta anche un rallentamento nell’adozione dell’IA non significa essere contro il progresso, ma esercitare una cura responsabile verso la famiglia umana. Questa esigenza è ancora più urgente perché esiste spesso uno squilibrio tra la velocità dello sviluppo tecnologico e il ritmo con cui maturano consapevolezza, norme, controlli e istituzioni capaci di governarne gli effetti” (MH 106). È evidente che non si tratta di un rifiuto della tecnica, ma di un invito a sincronizzare due velocità che oggi corrono su binari diversi.

 

Poche settimane dopo, il 4 giugno, una delle aziende leader del settore, Anthropic, pubblica il manifesto “When AI builds itself” in cui lancia un appello alle altre big tech per una pausa coordinata e verificabile nello sviluppo dell’IA. Il testo è anche una sorta di autodenuncia, perché l’azienda rivela che oltre l’80% della propria Intelligenza Artificiale ha iniziato a scrivere e ottimizzare il proprio codice da sola, mettendo a rischio la necessità del controllo umano.

 

Il parallelismo con l’enciclica salta agli occhi, tanto più che il Papa aveva evidenziato la non padronanza di questi sistemi ricordando che “tutti noi, compresi coloro che li progettano, conosciamo poco del loro effettivo funzionamento” […] gli sviluppatori non ne progettano direttamente ogni dettaglio, bensì creano un’architettura sulla quale l’IA “cresce”. (…) Si manifesta pertanto l’urgenza di un duplice impegno: da un lato, un approfondimento della ricerca scientifica, dall’altro, un esercizio di discernimento morale e spirituale”. (MH 98)

 

Questa posizione trova un’ulteriore sponda il 28-29 luglio, nella lettera “Pacing the Frontier” firmata da oltre 1.200 dipendenti delle principali aziende di IA, i quali chiedono strumenti di verifica che permettano, se necessario, di rallentare l’automazione della ricerca prima che la competizione commerciale spinga al rilascio di sistemi fuori controllo.

 

Il 6 luglio, a Ginevra, si aggiunge al coro la voce dell’ONU, che apre il primo “Global Dialogue on AI Governance”, riunendo tutti i 193 Stati membri. Il segretario generale António Guterres pronuncia parole che chiudono idealmente il cerchio: “Più l’IA avanza senza regole condivise, meno voce in capitolo avranno governi e cittadini sul risultato. Il nostro messaggio ai governi è semplice: non aspettate… la scienza è già qui. Non possiamo più dire che non sapevamo cosa stavamo facendo”.

 

Guterres chiede regole vincolanti sui sistemi d’arma autonomi letali e propone un patto internazionale per la sicurezza dei minori nell’IA. Nasce anche l’ipotesi di un’agenzia internazionale di ispezione algoritmica, sul modello dell’AIEA per il nucleare, pensata per impedire la corsa cieca all’IA, che pare riunire da un lato il sollecito del Papa a normare sul piano globale (MH 71-72), dall’altro la proposta di Anthropic di un monitoraggio internazionale e verificabile della potenza di calcolo.

 

Il segretario generale delle Nazioni Unite fornisce anche i dati di un altro problema dell’IA: la concentrazione delle capacità di calcolo nelle mani di un numero ristretto di aziende e Paesi.

In base al rapporto ONU, gli Stati Uniti e la Cina dispongono da soli di circa il 90% di tale capacità (circa tre quarti i primi, intorno al 15% la seconda) e i modelli di IA più avanzati vengono sviluppati da aziende con sede in queste due nazioni.

 

I Paesi in via di sviluppo, invece, non hanno le competenze, le infrastrutture e i finanziamenti necessari per progettare o verificare i sistemi di IA che utilizzano: un divario che rischia di ampliare ulteriormente le disuguaglianze globali e di creare una forma di sudditanza tecnologica.

Già a maggio Leone XIV aveva insistito sulla necessità che le conoscenze e le tecnologie non siano beni “concentrati nelle mani di pochi, senza adeguate forme di condivisione e di accesso”, alimentando “il divario tra inclusi ed esclusi” dalla rivoluzione digitale (MH 67).

 

Dal dialogo di Ginevra emergono dunque orientamenti che riecheggiano le preoccupazioni espresse nell’enciclica papale: “l’IA tende ad accrescere soprattutto il potere di chi dispone già di risorse economiche, competenze e accesso ai dati […] piccoli gruppi molto influenti possono orientare informazione e consumi, condizionare processi democratici”, ragione per cui “la proprietà dei dati non può essere affidata solo a privati, ma va regolamentata […] nella logica della condivisione.” (MH 108).

 

A Ginevra l’ONU discute anche della necessità di impedire che l’IA riduca la persona a mero dato statistico, orientamento che dialoga nuovamente con la preoccupazione del Papa sul fatto che “la pressione di nuove ideologie e di determinati interessi molto potenti” può ridurre la persona a “risorsa da usare e sfruttare” il cui valore dipende unicamente da “ciò che realizza o produce” (MH 51). È anche, aggiungeva il Papa, “un volto inedito” di “colonialismo ai nostri giorni”, che “si appropria dei dati, trasformando le vite personali in informazioni sfruttabili” (MH 178).

 

Oltre a ciò, Guterres evidenzia la minaccia che i contenuti generati dall’IA rappresentano per l’integrità delle informazioni e la fiducia nei fatti.

Allo stesso modo, l’enciclica papale dedica ampio spazio alla verità come bene comune e al corretto utilizzo di “strumenti che potrebbero favorire il confronto e la partecipazione” e invece sono spesso “impiegati per costruire narrazioni distorte e confondere i confini tra vero e falso, mescolando dati e opinioni. La disinformazione non nasce con l’IA, ma trova oggi in essa un moltiplicatore potente” (MH 132). Il Papa sollecita misure concrete quali trasparenza nelle logiche di selezione dei contenuti, tutela dei dati personali, giornalismo serio, un uso “corretto e critico” dell’IA (MH 136-137). Richieste che risuonano nelle stesse linee guida discusse a Ginevra sulla trasparenza algoritmica.

 

Il 2 agosto entra in vigore la fase attuativa più stringente dell’EU AI Act, il Regolamento Europeo sull’Intelligenza Artificiale, con l’applicazione di nuove regole in materia di trasparenza (inclusi marcatori leggibili dalle macchine per riconoscere i testi generati da IA), oltre a norme relative alle pratiche vietate e al controllo dei modelli di IA più avanzati che possono comportare rischi sistemici. Per le big tech che trasgrediscono sono previste multe fino a 35 milioni di euro o il 7% del fatturato. La responsabilità di far rispettare gli obblighi è condivisa tra l’AI Office centrale, le autorità nazionali competenti e gli stessi Stati membri, supportati da un Gruppo Scientifico formato da esperti indipendenti di Intelligenza Artificiale.

 

Quello che si sta delineando non è più solo un percorso tecnologico, informatico ed economico, ma multidisciplinare: dal diritto alla politica, dalla filosofia all’etica, la ricerca e lo sviluppo si aprono a tutto ciò che può ricondurre l’Intelligenza Artificiale a un cammino profondamente umano.

 

Forse non è un caso che il documento più avanzato sul rapporto tra IA e potere sia stato prodotto da un’istituzione millenaria come la Chiesa: un soggetto capace di guardare oltre il ciclo elettorale, oltre il trimestre finanziario, oltre il singolo Stato nazionale, parlando a miliardi di persone, su tutti i continenti, in tutte le lingue. Era già successo nel 1891 con l’enciclica papale Rerum Novarum sulla rivoluzione industriale. Ma oggi assistiamo a una diffusione ancora più globale di un testo del magistero della Chiesa. Perchè la Magnifica Humanitas, oltre a non esser rimasta confinata agli ambienti religiosi, è diventata oggetto di dibattito pubblico, presenza fissa nella classifica dei libri più venduti dell’estate e stimolo alla riflessione culturale mondiale, intercettando una domanda che riguarda l’intera umanità: quale futuro stiamo costruendo con l’Intelligenza Artificiale?

 

Immagine: Futuristic Adam, in fonte web: The European files.

 

 

 

 

 

 

CONDIVIDI

Cerca

Articoli recenti