Nei vari stravolgimenti subiti, soprattutto dal 18° secolo in poi, ad opera dei poteri politico e religioso, il Carnevale sardo ha perso molte caratteristiche che lo rendevano unico.
Prima di tutto si trattava di una manifestazione non proprio allegra, ma triste, basata com’era sul ciclo agrario di morte e rinascita che presupponeva l’individuazione di una vittima sacrificale da condurre, tra vari supplizi, inevitabilmente alla morte. Ma, a parte lo scemare man mano delle vittime sacrificali in carne e ossa, dovuto ai vari provvedimenti legislativi, e non mi riferisco soltanto agli esseri umani, ma anche ad altri animali, perfino galline, sostituite, ridicolmente, da imitazioni di pezza, anche il Carnevale sardo si avvia all’omologazione.
Il Carnevale, in Sardegna, era costituito, soprattutto, da scene teatrali spontanee che si svolgevano per le vie dei paesi con nugoli di bambini festanti al seguito, senza che questi ultimi avessero, però, alcuna partecipazione attiva, perché il Carnevale vero e proprio, con tutto il suo carico di trasgressioni, era una questione da grandi, da cui i bambini erano completamente esclusi.
Queste scenette e i loro beffardi e comici protagonisti erano quelle che rimanevano nella memoria della gente anche dopo il Carnevale e venivano raccontati e tramandati sotto forma di aneddoti. Rappresentavano, per lo più, episodi biblici tratti dalla poesia estemporanea sarda, della quale la storia della religione cristiana e dei Santi è parte importantissima; molto rappresentata era la Fuga in Egitto, ma queste scenette carnevalesche potevano anche costituire una specie di dispetto nei confronti dei parenti benpensanti che, non di rado, preferivano rincasare.
Per quanto riguarda i costumi, invece, questi erano costituiti principalmente da stracci, da parrucche, da abiti di lavoro consunti e considerati ormai da buttare.
Alla base di tutto ciò c’erano, ovviamente, memorie tramandate dagli Avi, forza delle abitudini, superstizioni; non certo i moderni studi etno-antropologici che si avvalgono di mezzi digitali e che permettono di riscoprire maschere ormai in disuso o dimenticate, riportate alla luce con una precisione filologicamente perfetta, magari, per un malinteso senso di perfezione, a discapito della genuinità e della verità. Perfezione che non viene volutamente perseguita nei carnevali sardi, che sono tutt’altro che perfetti e non solo influenzati dalle condizioni economiche generali del periodo.
Tra i costumi non c’era alcuna competizione, come invece avviene attualmente, se non quella di essere il più possibile irriverenti verso il potere.
Uno dei vari aggettivi, forse il più rappresentativo, cui si può ricorrere per definire il Carnevale sardo è: sporco. Infatti, a parte il fatto che esistono ‘’maschere pulite’’ e ‘’maschere sporche’’, quest’ultime sono quelle che rivestono un maggiore potere magico-apotropaico, perché, soprattutto attraverso la fuliggine e il sangue, si è convinti che scaccino gli spiriti maligni e propizino una buona annata.
Per quanto riguarda le maschere facciali, i Sardi sono attratti irresistibilmente dagli animali da soggiogare, quasi a voler testimoniare, con questa contiguità animalesca, una infanzia mai superata.
Tra le varie tradizioni carnevalesche sarde che hanno goduto particolare favore e che sono ormai andate perdute, una era costituita da processioni che si svolgevano di casa in casa portando una cassa di legno con, all’interno, un uomo completamente nudo che si ergeva in piedi davanti ai presenti. Una scena così è attualmente improponibile, almeno in una manifestazione ufficiale, se non in particolari contesti, come, ad esempio, gli sberleffi della goliardia universitaria.
Queste sfilate venivano organizzate preventivamente da coloro che erano disposti ad ospitarle: le donne di casa, in onore delle quali, era, principalmente, fatta l’esibizione, partecipandovi in un crescendo di trasgressioni e di vere e proprie perversioni, preparavano dolci. Venivano inscenati balli, sia con l’accompagnamento della fisarmonica che dell’organetto o, in tempi più remoti, del ‘’canto a tenore’’ con canzoni piene di allusioni sessuali. Il tutto accompagnato da abbondanti libagioni che concorrevano ad allentare, ulteriormente, i freni inibitori dei partecipanti.
Si ha notizia di alcuni di questi uomini, che, pur di non rinunciare a questa esibizione, nonostante le temperature rigide, abbiano contratto infezioni letali.
Delle temperature in cui si svolgevano i carnevali sardi ce ne parla, nelle sue poesie, padre Bonaventura Licheri, il quale, contrariamente alla Sardegna assolata e turistica cui siamo abituati, ci descrive una Sardegna gelida e innevata, dove troviamo bambini orfani, scalzi e affamati che vagavano nel terreno coperto di neve e donne perseguitate per le superstizioni del tempo.
(Nella foto: Ivan Pili – Maschera sarda: Mamuthone – Acrilico su tela)
