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CULTURA – Piangere la vita, i nuraghe e lo sviluppo di una interiorità condivisa

In Sardegna l'uomo preistorico ha maturato una sua particolare spiritualità

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Di Salvatore Satta

L’uomo primitivo ha vissuto sempre difendendosi da tutto e questo lo ha portato a sviluppare una interiorità condivisa.

 

In Sardegna, invece, l’uomo preistorico, forse per la condizione di insularità, ha maturato una sua particolare spiritualità che ha poi manifestato nelle sue costruzioni sacre, raggiungendo l’apice con i nuraghe.

 

Il Sardo ha sviluppato un sentimento dello spazio chiuso e della pietra cava, che poi ha influenzato non solo la costruzione del nuraghe, non a caso considerato il manufatto con la più grande sproporzione tra il materiale usato per la sua edificazione e lo spazio interno fruibile, dimostrando così di conoscere già il sistema trilitico architravato, la volta a banda piatta e, soprattutto, la tecnica della copertura a tholos (tecnica che in sardo si chiama ‘’a pedra ‘e mancu’’), ma ha influenzato tutta la sua visione tragica della vita, ‘’appena appena’’ temperata da un sarcasmo di fondo, che lo porta a deformare perfino il suo volto con prolungati spasmi dei muscoli mimici, facendogli assumere l’espressione di un sorriso beffardo, soprattutto di fronte alla morte.

 

Infatti il Sardo vive, di norma, in un tunnel buio, senza alcuno spiraglio di luce, sottoposto agli strali del destino, ai quali cerca di opporsi con qualsiasi mezzo, dove sperimenta la solitudine più totale, sotto il più spietato fatalismo e anche arrabbiandosi se qualcuno cerca di far splendere in lui un barlume di speranza e dove la morte non è certo considerata il più grave dei mali.

 

Il proverbio sardo, infatti, dice che è vile colui che teme la morte, ma colui che la desidera è peggio.

 

Infatti la morte è vista come uno sfuggire alle proprie responsabilità, come un sollievo e un arrendersi di fronte alle difficoltà della vita.

 

Questa inversione di prospettiva ci rende diversi dagli altri popoli.

 

Come si vede dai canti funebri, dove le donne preposte sanno benissimo che piangono la vita e non la morte e ricorrendo alla memoria, danno nuova esistenza al defunto, senza alcuna aspettativa per un mondo migliore, ma, anzi, ricordando i dolori e le avversità che ha dovuto affrontare in vita.

 

La morte, in mezzo ai tormenti più terribili, è, invece, oggetto delle imprecazioni, più o meno fantasiose, contro il nemico, ma è sempre la vita ad essere, addirittura, augurata nella maledizione più tremenda che io conosca e, forse, che esista, ossia la maledizione barbaricina: ‘’ancu mai morgias’’! (che tu possa non morire mai!).

 

 

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