BUDDUSO’ > La Sardegna è disseminata di tesori nascosti, e non solo in senso figurato. Alcuni di questi in sardo vengono chiamati ‘’siddhados’’ o, a seconda delle zone, ‘’pòsidos’’.
Questi tesori sembra siano stati nascosti da persone in fuga, o perché i loro villaggi sono stati attaccati e conquistati da forestieri per motivi politici, e quindi per venire annessi con tutti i beni, sia mobili che immobili, oppure per motivi etnici, dovuti a risse e successive vendette tra giovani di comunità diverse, oppure, anche, in fuga dai cosiddetti ‘’mori’’ o corsari che assalivano, soprattutto, i paesi della costa orientale sarda e che hanno dato vita a tutta una serie di poesie che ha influenzato in modo significativo anche la lingua. Infatti ‘’moro’’, ‘’moriscu’’ è un aggettivo che significa forestiero, che proviene da fuori della Sardegna, alla stregua di barbaro per gli antichi Romani.
Ci fu un periodo in cui si sviluppò una vera e propria professione, quella dei cercatori di ‘’siddhados’’, i quali cercavano questi tesori in modo sistematico (‘’a reteu’’), ma i luoghi privilegiati erano i siti archeologici dove c’erano evidenti emergenze nuragiche (nuraghe, tombe dei Giganti, pozzi sacri) e neolitiche come le ‘’domus de janas’’. Qui il ruolo dei cercatori di ‘’siddhados’’ si sovrappone e si confonde, anche inconsapevolmente, con quello dei cosiddetti ‘’tombaroli’’. Infatti i primi, essendo completamente all’oscuro delle più elementari nozioni archeologiche, ma cercando, avidamente, ‘’dobloni’’ e monete d‘oro, trascuravano, o, addirittura, distruggevano, tutto il resto.
Ma non bastava trovare, anche se faticosamente, i ‘’siddhados’’. Una volta trovati, bisognava ricorrere a dei rituali esoterici, che non sono più conosciuti, se non in piccolissimi brandelli, per poterne entrare in possesso.
Il metodo principale per scoprire dove si trova un ‘’siddhadu’’ è quello di farselo rivelare da un folletto scherzoso, chiamato in sardo ‘’su mascadore ‘e sette berrittas’’ (il saziatore dai sette copricapi oblunghi alla frigia, caratteristici del costume maschile tradizionale sardo; ‘’mascare’’, in sardo, significa: saziare), il quale viene, nel dormiveglia, a saltellare, disturbandole, sul petto delle persone addormentate. L’abilità e la difficoltà sta proprio nel riuscire ad afferrare uno dei sette berretti in uno stato di coscienza non ideale. Ovviamene, molte volte, il ‘’siddhadu’’ viene trovato per puro caso.
Ma in Sardo, esiste anche ‘’su mascadore’’ senza funzioni specifiche riguardo a ‘’sos siddhados’’: è anch’esso un folletto cui si attribuiscono smarrimenti e sparizioni, sparizioni anche di bambini, i quali non possono né confermare e né smentire, ma che, però, vengono ritrovati dopo poche ore sani e salvi.
Attualmente ‘’su mascadore’’ viene confuso con ‘’su male de su ‘arriadore’’ (il male di colui che carica), ma questo è una specie di oppressione che assale una persona supina, quasi dandole la sensazione di svenire, non riuscendo più a sentire la forza di gravità, perdendo la concezione del peso e del tempo e dello spazio. Trovandosi, per caso, completamente soli, senza alcuna volontà, in un luogo qualsiasi, ecco ci si imbatte nel tesoro. Esso appare improvvisamente. E proprio in questo preciso istante ci si sente chiamare per nome e, istintivamente, si è portati a voltarsi subito senza riflettere, compromettendo, così, in modo definitivo l’acquisizione del tesoro.
Secondo la procedura ortodossa, infatti, dopo essere stati chiamati per nome, non ci si deve voltare prima di aver messo qualcosa (per esempio un lembo di stoffa) sui bordi del coperchio dello scrigno per impedirgli di richiudersi irrimediabilmente con forza, tranciando di netto tutto ciò che avrebbe incontrato nel suo pur breve tragitto.
Un’altra regola da rispettare è il più assoluto silenzio tra la scoperta e l’esserne entrati concretamente in possesso, pena la scomparsa del tesoro stesso.
Ho citato due regole, relative a due diversi ‘’siddhados’’, da me conosciute per acquisire il prezioso contenuto, perché sono due regole di cui la memoria popolare di Buddusò ricorda e che hanno un qualche fondamento di verità storica tramite testimonianze di persone degne di fede e toponomastica (località dei ritrovamenti).
Uno di questi tesori non acquisiti riguarda uno zio del poeta di Buddusò, Barore Tuccone, Bacchis Tuccone, maestro elementare (su mastru Tuccone), che indossava un paio si occhialini rotondi, dalla montatura metallica, ed è vissuto tra gli ultimi anni del 1800 e i primi del 1900. Egli aveva un braccio amputato, si diceva, per aver trovato ‘’unu siddhadu in su tirighinu de tiu Zoseppe Molinu’’ (un tesoro nel vicolo di zio Giuseppe Molinu), allora in aperta campagna, e il braccio gli era stato tranciato dal coperchio dello scrigno del tesoro, perché quando ha sentito nominare il suo nome, egli si è girato senza peritarsi di evitare la chiusura dello scrigno.
Mentre il secondo tesoro, consistente in due pentole colme di monete d’oro, è stato trovato, nelle ‘’domus de janas di Santu Sebustianu’’ da ‘’tia Caderina Dente’’ (zia Caterina Dente), la quale raccontò della scoperta appena ritornò a casa sua e, dopo essere ritornata alle ‘’domus de janas’’, trovò le pentole colme di cenere.
E’ chiaro che i racconti e le leggende attorno a questo argomento fioriscono copiose e, attraverso la tradizione orale, nutrono la letteratura popolare, ma come in tutte le leggende e i racconti c’è sempre un fondo di verità.
