Essendo tutta la produzione poetica sarda informata di cultura pastorale, ciò si ripercuote in essa anche dal punto di vista metrico-stilistico.
Il bestiame minuto viene rappresentato dalle quartine, dalle ottave ecc. fino ad arrivare alle ‘’undhighinas’’ e ai senari doppi (metro usato nella poesia improvvisata sarda prima che Gerolamo Araolla introducesse l’endecasillabo, e, attualmente rinvenibile soltanto nel ‘’canto a curba’’ campidanese). In pratica, il bestiame minuto è simboleggiato dalle poesie espresse in strofe, comprese quelle costituite da versi liberi o, anche, da versi sciolti.
Il bestiame di grossa taglia e, quindi ritenuto il più nobile, lo troviamo rappresentato, invece, nelle poesie retrogradate. Queste ultime sono costituite da strofe e da ‘’retrogas’’ (ritornelli), elementi metrici che vengono collegati tra di loro tramite rime appartenenti ora alle strofe ed ora alle ‘’retrogas’’, in posizioni diverse, a formare la poesia nella sua unitarietà.
Questi collegamenti debbono essere considerati alla stregua dei vari tipi di pastoie utilizzate per limitare i movimenti degli animali grossi. Infatti possiamo trovare e riconoscere: ‘’trobeas’’ (quando vengono legate tra di loro le zampe anteriori o posteriori dell’animale), ‘’travas’’ (quando viene legata la zampa anteriore a quella posteriore dello stesso lato dell’animale), ‘’abbilandras’’ (quando viene legata, nel caso di bovino, una zampa anteriore con la cartilagine nasale o con un corno dell’animale). Ma anche ‘’pèigas’’, come nel caso dei ‘’mannales’’ (maiali da ingrasso), che si mantengono legati al muro, per una caviglia.
Le poesie senza nessun vincolo esterno e senza un necessario legame tra di loro, essendo più maneggevoli, vengono considerate come bestiame allo stato brado, sparpagliato disordinatamente, quasi trascurato, abbandonato a sé stesso, e, come si diceva fino all’inizio del 1900, ‘’che robba ‘e Trulliu’’ (come bestiame di Trulliu).
Trullio è, nel pantheon sardo, un diavolo al quale fanno capo gli animali senza padrone, gli animali selvatici, gli animali della foresta, dove egli vagava, per farsi vedere, a cavallo di un capriolo. Egli nutriva un odio mortale verso tutti gli umani e soprattutto verso i cacciatori, colpevoli di attentare al suo bestiame, e con i quali si instaurava una rivalità insanabile. Al pari della rivalità esistente tra i cacciatori e i gatti.
Trullio aveva il potere di trasformare le formiche in mucche, caratteristica, questa, considerata in Sardegna, tipicamente demoniaca, di cui possono fregiarsi volgarmente, anche alcune casate sarde. Depositarie anche di alcuni poteri legati al malocchio.
Col suo abbigliamento androgino, visto che indossa una gonna e ‘’su corittu’’ (il corsetto del costume tradizionale femminile sardo), induce spavento negli uomini, i quali vengono da lui costantemente minacciati di morte, come riporta un’antica poesia in lingua sarda che descrive oniricamente, sotto forma di incubo, un suo incontro notturno con un cacciatore in procinto di nascondersi in una posta per la caccia grossa. Poesia che trascrivo in calce.
La sua dimora, secondo la leggenda, si trova nei meandri del canyon di Gorroppu, uno dei canyon più profondi d’Europa, situato tra i territori di Orgòsolo, di Oliena, di Dorgali, di Baunei, di Urzulei e scavato dal rio Flumineddhu. Il quale, a dispetto del diminutivo, è il principale affluente del Cedrino e d’inverno, scorre con un impeto tale, che, per scalare i massi che trascina squassando l’interno del canyon, è necessario ricorrere ad attrezzature alpinistiche.
Nei pressi di Gorroppu, amavano pascolare le mandrie del possidente Norculanu, che possedeva anche un toro dalle corna d’acciaio, il quale, ogni sera, si allontanava dal resto del bestiame e scompariva senza lasciare traccia. Finchè Norculanu non decise di seguire l’animale scoprendo così che andava a combattere proprio contro Trullio fino all’alba, e sempre la leggenda dice che fu proprio il toro dalle corna d’acciaio ad uccidere Trullio.
Sa cantone de Trulliu
In su sonnu mi paria,
catziendhe a orettu,
in d-una notte ‘e luna giara,
in d-un’ istrana funtana,
inghiriada ‘e malesas,
de calarighes e ruos,
travigada dae crabolos.
A orettare mi cuo
sutt’a unu tetinosu.
Bidu hapo su crabolu
benzendhe a sa funtana:
lu punto, l’isparo e rùede;
si ndhe pesat e fùede,
in mesu sas malèsasa.
Una ‘oghe m’hat nadu:
‘’Attrividu catziadore,
su crabolu m’hal feridu,
su crabolu signaladu,
su ch’a caddhu mi setzia,
su caddhu meu famadu.
Eo a caddh’a isse curria,
e giraia sas forèstasa,
e tottu sal feral m’’idìana.
Istanotte dae me
ses a morte cundennadu!’’
L’hapo nadu: ‘’E chie sese?’’
Si presentat: ‘’So Trulliu,
misteriosu pastore, su pastore ‘e sas feras.
Istanotte dae me ses a molte cundennadu!’’
L’happo in cara miradu,
e comente fit bestidu:
in cara fit incrispidu,
chin s’alva longa a su chintu,
in bunneddha e in corittu,
chin sos corros folchiddhados,
e ciughiat a berritta
una peddhe de erittu.
In s’attu l’happo timidu:
mi detzido a l’isparare,
su fusile m’hat negadu,
a dossu si m’el lampadu,
fatto custu gridu a boghe:
‘’A innoghe, a innoghe,
m’est bocchendhe Trulliu!’’
Happo gridadu drommidu
in su lettu solu-solu,
mindh’ischido a s’ispaventu
e m’accatto a su mamentu
abbratzadu a su lettolu!
