Da oggi, una volta a settimana, per tre settimane, daremo spazio sulla nostra testata alla dottoressa Paola Locci, una giovane economista Sarda che attraverso le sue “lezioni” sulla crescita e lo sviluppo locale, ci mostrerà lo spaccato di una Sardegna economicamente possibile.
Partendo dall’esperienza personale ci racconterà cosa ha visto nella nostra Terra, tanto da convincerla a “rientrare” dopo anni di lavoro in giro per il mondo, soprattutto in America Latina e ci illustrerà i modelli vincenti che hanno fatto diventare grandi, territori improbabili. Buona lettura
(La Redazione)
di Paola Locci
Crescere è una questione di carattere: questa è una delle lezioni più importanti che la vita ha insegnato a me che con la crescita lavoro ogni giorno.
Mi chiamo Paola Locci. Da oltre 10 anni aiuto aziende e istituzioni di tutto il mondo a detonare il loro potenziale di crescita: ho guidato imprenditori a raddoppiare il fatturato in meno di un anno, preparato la strategia di CEO per diventare protagonisti sui mercati globali, dato consigli a CDA di grandi società per generare azioni con un forte risvolto sociale.
Non è mai semplice ottenere questi risultati: bisogna ribellarsi allo status quo; combattere contro le proprie false convinzioni; avere il coraggio di farsi domande difficili, persino dolorose.
E allora ecco che diventa necessario, solo per fare qualche esempio, tagliare intere linee di prodotto, o rifondare il proprio gruppo di collaboratori. Nascosto com’è tra incertezze, dolori e paure, è difficile da trovare, l’interruttore per la crescita.
E poi… ci vuole coraggio per premerlo. Ci vuole carattere per crescere, appunto.
Seo esulesa. Ho vissuto in Barbagia, a Desulo, fino ai miei 19 anni quando sono partita per Milano, dove prima ho frequentato l’università Bocconi e poi ho iniziato al mia carriera presso IBM. Da lì in poi, il mio lavoro di mentore di imprenditori e leader mi ha portato in giro per il mondo, a raccogliere sfide sullo sviluppo dall’estremo Oriente all’America Latina.
Negli anni in Colombia un’amica del posto mi raccontava spesso una barzelletta: “ci sono due uomini che discutono della creazione del mondo, il primo è colombiano, il secondo un forestiero.
Il secondo, invidioso della Colombia, si lamenta direttamente con Dio: “Perché a loro hai dato terre fertili, donne bellissime, il Carnevale migliore del mondo e a noi nulla di tutto questo?”.
Dio risponde alle sue lamentele: “Non ti preoccupare, vedrai che hijos de puta metterò in questa terra”. La cosa più divertente di questa barzelletta per me non era solo la comicità in sé, quanto il fatto che ne avevo sentita una molto simile in Sardegna negli anni della mia infanzia: “c’è una persona invidiosa dell’isola, del suo mare, della sua natura, delle sue ricchezze… e anche lì Dio rispondeva: “Non invidiarli, vedrai quanto stronzi saranno i sardi”.
I sardi, però, non sono stronzi, esattamente come non sono hijos de puta i colombiani. Ho pensato che avrei potuto aiutare anche la mia terra a crescere, esattamente come avevo fatto in America Latina. Per questo qualche anno fa sono tornata a casa, nel cuore della Sardegna.
Ho preso a scrivere una nuova pagina della mia storia nella mia isola, inserendomi in una storia più grande di me iniziata qualche tempo fa. Una storia che parla di fiducia.
Circa 30 anni fa l’Unione Europea ha affidato direttamente agli operatori economici dei vari territori la responsabilità di decidere sulle sorti dei propri territori e dunque sul loro futuro. Li ha dotati di uno strumento – i GAL, Gruppi di Azione Locale – nei quali questi operatori sarebbero stati la maggioranza. Tutti insieme avrebbero definito una strategia di sviluppo locale che sarebbe stata attuata con le risorse assegnate. Nei GAL l’assemblea dei soci sarebbe stata sovrana e ogni decisione sarebbe stata presa rispettando il meccanismo di “una testa un voto”. Quello che l’Unione Europea aveva previsto per stimolare la partecipazione attiva dei territori si chiama “approccio dal basso”: ogni individuo che compone la base si fa carico della propria responsabilità ed esercita il suo potere decisionale di scelta, dialogo e condivisione sul proprio futuro in maniera diretta.
L’intuizione dell’Unione Europea è stata fenomenale. Istituendo i GAL, aveva capito tre cose fondamentali:
- La strategia è un fenomeno locale, sempre.
- La strategia è un fenomeno emergente che si genera solo dal basso.
- La strategia è ciò che si fa e non ciò che si dice.
L’Unione Europea era consapevole che solo con il coinvolgimento di un numero elevato di operatori privati che testano le decisioni strategiche nel mercato, concretamente, si sarebbe creata una strategia in grado di generare crescita. Solo dando fiducia ai territori si sarebbe avviato un processo efficace di sviluppo territoriale.
Nel marzo 2019 sono diventata Direttore del GAL BMG, il Gruppo di Azione Locale della Barbagia, del Mandrolisai, del Gennargentu. Avevo l’onore e l’onere di guidare la crescita della mia terra, per il futuro della mia gente.
Durante il mio mandato mi sono attenuta ai princìpi che ho elencato: gli stessi che vanno assolutamente rispettati quando si vuole ottenere come risultato un cambiamento radicale.
Avevo dalla mia la volontà del territorio e anche, almeno apparentemente, della politica locale. Con l’obiettivo di cambiare passo e di avviare finalmente un percorso di sviluppo, mi autorizzavano a fare scelte difficili: quelle che portano a dire tanti no, ad andare contro lo status quo. È inevitabile: è questo il principio del cambiamento, no?
Evidentemente non per la politica locale, che prima si riempiva la bocca di paroloni altisonanti e poi remava contro ostinatamente pur di conservare il passato.
Oggi non sono più Direttore del GAL BMG, destituita dal mio incarico per un pretesto vile e assurdo che ha avviato una battaglia legale attualmente ancora in corso. MA su questa una vicenda sulla quale non mi esprimerò, fiduciosa nella giustizia e nel tempo galantuomo.
Ma una cosa, in questa sede, la dirò: la mia posizione – coerente con le logiche dello sviluppo – è stata spesso interpretata dai politici locali come un atto di lesa maestà contro chi veniva a chiedermi di prendere decisioni in coerenza con le vecchie logiche. Quelle che, per capirci, in anni e anni non avevano portato a nessun risultato positivo per il territorio.
Come sempre in questi casi, piuttosto che proporre un’alternativa seria e concreta è stato più facile attaccare la persona. È stato più facile criticare me. Da qui sono nate una serie di leggende sulla sottoscritta. Hanno detto che sono superba. Hanno detto che sono poco diplomatica. Soprattutto, hanno detto che ho un brutto carattere.
Il mio non è brutto carattere, però. È l’unico carattere necessario per crescere.
Questa è la verità.
E allora, proprio perché sono stata criticata di parlare troppo e dire troppe verità scomode, parlerò ancora di più.
Tornerò qui, una volta a settimana per alcune di settimane, per raccontarvi qualcosa di quello che l’esperienza mi ha insegnato in fatto di crescita e sviluppo. Con fiducia nel fatto che siano parole in grado di far germogliare pensieri, riflessioni, dibattiti costruttivi. Che siano capaci di alimentare il vento del cambiamento collettivo.
Perché, per quanto si ostinano ad alzare muri e a difendere lo status quo, il futuro non si può far attendere troppo a lungo. E allora, meglio crescere con carattere. E farsi trovare pronti.
Lezione numero 1 – Non accettare mai di essere uguali agli altri
Siamo nati per competere, è scritto nel nostro DNA.
Chi cerca la competizione in campo aperto non ha un brutto carattere. Piuttosto, ha un carattere realista e attivo, l’unico potenzialmente vincente sul mercato.
Come ci insegna la biologia – e in particolare la teoria della selezione naturale – il cambiamento non è cosa per tutti. Il meccanismo della competizione che regola la selezione naturale è lo stesso che regola la creazione più grande dell’uomo: l’economia di mercato. Chi si adatta e sa competere cresce, tutti gli altri muoiono.
Chi compete, che sia una persona o un territorio, sa bene qual è il proprio vantaggio competitivo, ovvero quel talento che gli consente di posizionarsi in modo distintivo e rilevante rispetto agli altri.
Una persona o un territorio che ha coscienza di chi è e di cosa vuole per il proprio futuro difenderà sempre il suo vantaggio competitivo e non potrà mai accettare di uniformarsi a un piano o a uno standard: distruggerebbe parte del suo valore, e questo va contro natura.
La selezione naturale così come la selezione di mercato premiano infatti il valore unico. Si premia ciò che è distintivo e rilevante rispetto alla massa: distintivo perché é differente da ciò che già esiste; rilevante perché è più utile di altre soluzioni presenti nel mercato. In parole semplici, il mercato dà soldi e consente di crescere a coloro che creano più valore per quell’ecosistema. Il potenziale di creazione di valore nel mercato è infinito. Più si è unici, più si crea valore. Più si comunica questa unicità più si cattura parte del valore che si crea.
Nei mesi in cui ho ricoperto il ruolo di Direttore del GAL BMG, i tentativi di standardizzazione che ho subìto sono stati diversi, ma il più eclatante è senza dubbio la PEC di sollecito del direttore del Servizio Sviluppo Dei Territori e delle Comunità Rurali, che, consapevole dei 5 anni di ritardo della Regione nell’implementazione della programmazione 2014-2020, intimava al GAL di standardizzare i bandi a quanto previsto dalle Misure di Verificabilità e Controllo già approvate per gli altri GAL sardi.
Vi spiego brevemente che cosa implicava questa standardizzazione facendo il caso concreto di un bando. Uno dei bandi per promuovere lo sviluppo territoriali mettendo a disposizione risorse e finanziamenti era dedicato alla creazione di una filiera nel comparto ovicaprino. Le filiere prevedevano la presenza di tre soggetti: agricoltori/allevatori, trasformatori e distributori (chi commercializza il prodotto). L’assemblea aveva approvato che la maggioranza dei distributori dovesse essere esterna al territorio: l’obiettivo per riuscire in qualche modo a superare l’isolamento del nostro territorio e vendere i nostri prodotti anche in città.
Con la standardizzazione voluta dalla Regione, si è uniformato l’intervento a quello di un altro GAL stabilendo che anche i distributori dovevano essere del territorio. Il tema era banale: i nostri agricoltori e allevatori già vendevano i prodotti nei propri paesi, per crescere si aveva piuttosto la necessità di avere distributori esterni capaci di vendere fuori. Il caso è lampante e ci fa capire che alla pubblica amministrazione mancano i concetti base di conoscenza del mercato. Una filiera con tutti gli attori del territorio ha poco senso e non crea neanche apprendimento all’interno della stessa.
Mi sono sempre chiesta quale sia la logica perversa che porta l’Unione Europea a creare i GAL per promuovere l’approccio LEADER e lo sviluppo dal basso per valorizzare l’unicità e la specificità di ciascun territorio se poi si standardizzano i bandi, che sono gli strumenti con cui va implementata la strategia di sviluppo voluta e decisa dal territorio.
I piani per la crescita sono la macchina di standardizzazione perfetta, una macchina che da 40 e passa anni tenta di farci convergere su questo o quell’altro modello facendoci perdere ogni giorno un pezzo della nostra unicità. Il risultato di questa operazione di standardizzazione è stato che ad inizio 2021 (e dunque a programmazione terminata) risultava impegnato (neanche speso) solo il 7% delle risorse destinate ai GAL (agli operatori del mercato rurale) per il settennato 2014-2020. Questo vuol dire, che il mercato non vuole un prodotto standard neanche gratis.
Mi piace invece ricordare una semplice premessa della competitività: nessuno è diventato prima competitivo per poi andare a competere con successo nel mercato globale. Al contrario, è proprio la concorrenza leale ed intensa, dinamica e diversificata, l’unica forza capace di distillare competitività. Non si diventa prima competitivi e poi si compete. Si diventa competitivi per aver gareggiato.
Matt Ridley nel suo ultimo libro, ”How Innovation Works”, solleva uno dei paradossi più interessanti dei nostri giorni: sebbene sia chiaro a tutti che la prosperità è figlia dell’innovazione, pochi di noi sono consapevoli che questo significa anche che è la nipote della libertà. È solo attraverso la libertà che si genera mentalità competitiva, che si creano quegli incentivi e quei meccanismi che generano quell’innovazione quell’unicità, quella diversificazione di cui abbiamo tanto bisogno.
Gli imprenditori competitivi, di qualsiasi dimensione e in tutti i settori, che si assumono il privilegio e la responsabilità di creare valore nella competizione, sono la più grande innovazione sociale che la libertà abbia finora prodotto. Sono loro la più grande fabbrica di prosperità di una società libera.
Allora vi chiedo: perché continuare a fare gli yes man di un modello di sviluppo che è un morto che cammina?
Perché non smetterla di standardizzarsi e iniziare ad accettare la propria unicità?
