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🆕 “L’EMERGENZA” ALUNNI STRANIERI RIGUARDA LA SARDEGNA? I NUMERI DICONO DI NO

✅ I dati del Ministero dicono che in Sardegna solo lo 0,4% delle classi supera già oggi quella soglia

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Di Alessandro Mocci

Il decreto approvato dal governo il 24 settembre fissa al 30% il limite di alunni stranieri per classe. Ma i dati del ministero dicono che in Sardegna, dove la scuola perde 5.600 studenti l’anno per il calo demografico, solo lo 0,4% delle classi supera già oggi quella soglia

 

SARDEGNA > Il Consiglio dei ministri ha approvato il 24 settembre il decreto scuola voluto dal ministro Giuseppe Valditara, che introduce un tetto del 30% di alunni con cittadinanza non italiana per ogni classe, il divieto di burqa e niqab negli spazi scolastici (l’hijab resta consentito perché non copre il volto) e corsi obbligatori di italiano per i genitori non italofoni, finanziati con 14 milioni di euro. Il limite scatterà pienamente dall’anno scolastico 2027/2028, ma già da quest’anno gli uffici scolastici territoriali dovranno tenerne conto nelle iscrizioni in corso d’anno, distribuendo i nuovi arrivi tra le scuole di prossimità.

 

In Sardegna, però, il tema tocca un fenomeno quasi marginale. Secondo l’ultimo Notiziario del ministero sugli alunni con cittadinanza non italiana, appena lo 0,4% delle classi statali sarde supera oggi la soglia del 30%, la stessa percentuale della Puglia e una delle più basse d’Italia. A pesare sul dibattito nazionale sono soprattutto altre regioni: in Lombardia il 16,8% delle classi supera già il limite, il 15,6% in Emilia-Romagna, il 13,9% in Liguria. Il 65% degli alunni non italiani frequenta scuole del Nord, appena il 13% quelle del Sud e delle Isole, e la sola Lombardia ne ospita oltre 220mila, più di un quarto del totale nazionale. Anche i numeri assoluti, letti con più attenzione, ridimensionano l’allarme: su 914.860 studenti con cittadinanza non italiana censiti nelle scuole del Paese, il 65,4% è nato in Italia, ha frequentato l’asilo e le elementari italiane e parla la lingua come i compagni di classe. Se si contano solo i nati all’estero — quelli che possono davvero avere difficoltà con l’italiano, e sui quali la norma dovrebbe incidere — la quota di classi sopra il 30% crolla dal 7,6% del dato complessivo allo 0,6%.

 

Anche guardando ai numeri assoluti per regione, pubblicati nella stessa rilevazione ministeriale, il quadro sardo resta marginale: nell’anno scolastico 2022/2023 gli alunni con cittadinanza non italiana nelle scuole sarde erano 5.880 su un totale di 193.867, il 3% circa, contro una media nazionale dell’11,2%. Rispetto al 2020/2021, quando erano 5.493, il numero è salito di 387 unità — ma nello stesso periodo gli alunni con cittadinanza italiana in Sardegna sono scesi di oltre 10mila, confermando che il calo demografico pesa sulle aule sarde molto più di qualunque arrivo dall’estero. Il dato più recente disponibile, relativo alle sole scuole statali nell’anno 2024/2025 e diffuso dal ministero il 24 settembre, conferma la sostanziale stabilità del fenomeno in Sardegna: 5.751 studenti stranieri, un numero pressoché invariato rispetto ai 5.880 del 2022/2023, mentre a livello nazionale il totale nelle scuole statali si è attestato a 848.231, con il 63% concentrato al Nord. Lo stesso giorno, in conferenza stampa a Palazzo Chigi, Valditara ha fornito un altro dato a sostegno del decreto: “Sono 34mila le classi che hanno un numero di stranieri che supera il 30%”, con “un anno in meno di preparazione sull’italiano” per gli studenti stranieri di prima generazione e una dispersione scolastica implicita del 10% contro il 5,7% degli italiani — cifre nazionali che, come mostrano i dati regionali, riguardano la Sardegna solo in minima parte.

 

La sproporzione tra il peso della norma e la sua reale incidenza sull’isola è al centro delle critiche dell’assessora regionale alla Pubblica istruzione Ilaria Portas (Sinistra Futura), che in un post pubblicato sui propri canali social ha parlato di “propaganda ideologica che indirizza la rabbia delle famiglie contro un capro espiatorio, senza risolvere alcunché”. Portas ricorda che una soglia di questo tipo esiste già dal 2010, ma sostiene che “gli attuali orientamenti ministeriali scambiano la vera inclusione con soluzioni di facciata”: “L’integrazione non si misura con le quote numeriche, ma con la qualità dei processi educativi e culturali. Nei contesti ad alta densità migratoria, applicare un mero tetto rischia solo di negare il diritto all’istruzione. La crisi della scuola inclusiva non nasce dall’eterogeneità delle classi, ma dal definanziamento cronico del sistema: servono risorse strutturali, formazione per docenti e dirigenti, educatori specializzati e la presenza fondamentale dei mediatori linguistici e culturali.” L’assessora richiama anche la proposta di legge regionale sul sistema di istruzione presentata dal suo partito a luglio, i cui articoli 45 e 46 prevedono, dice, “indirizzi chiari e strumenti operativi per sostenere l’inclusione reale”: “È così che crediamo si debba affrontare democraticamente la gestione dei contesti scolastici, non con la retorica discriminatoria.”

 

Un’osservazione che in Sardegna si colloca in un contesto particolare: la scuola isolana non perde alunni per un eccesso di iscrizioni, ma per il crollo demografico, che nell’ultimo anno scolastico ha cancellato 5.600 studenti — quasi 35mila in meno di dieci anni — lasciando aule vuote in molti istituti, compresi diversi del Sulcis Iglesiente, invece che sovraffollate da nuovi arrivi.

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