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LIBRI – “IL PRINCIPE DELLA REPUBBLICA” DI ROBERTO DERIU

✅ Giovedì 7 maggio alle 17.30 verrà presentato a Nuoro alla Biblioteca Satta

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Di Paqujto Farina

NUORO > Verrà presentato in prima regionale a Nuoro, giovedì 7 maggio alle ore 17.30 nell’auditorium della biblioteca Satta, “Il principe della Repubblica” – Protagonisti e dinamiche della democrazia in Italia -, il nuovo libro di Roberto Deriu (Castelvecchi, 210 pag.), a cura di Carlo Sanna con prefazione di Arturo Parisi.

 

At­traverso un dialogo tra esperienza e teoria, “Il Principe della Repubblica” raccoglie oltre trent’anni di scritti politici, una riflessione organica sul­la natura della democrazia e sulle dinamiche del potere.  Un’indagine sul ruolo dei partiti, il valore dello Stato di diritto e la tensione tra élite e partecipazione.

La politica emerge come pratica con­creta, segnata da vincoli, risorse e decisioni, ma anche come arte del servizio e della responsabilità.

Tra analisi disincantata e tensione etica, il volume propone strumenti per comprendere e abitare la complessità della vita pubblica, restituendo alla poli­tica il suo significato più esigente e necessario.

 

È stato presentato in anteprima nazionale a Palermo il 24 aprile scorso e in occasione dell’appuntamento nuorese di giovedì 7 maggio abbiamo scambiato alcune considerazioni con l’autore su diversi temi da lui trattati.

 

Da più parti si respira l’esigenza, l’auspicio, affinché i cattolici riaprano il discorso sociale, e quindi politico

 

“Già il nome da Pontefice, Leone XIV°, richiama quello che è il programma di Papa Prevost. Riaprire la questione sociale dentro la Chiesa. In modo forse meno suggestivo di Francesco, meno millenaristico, più concreto, più riformista, cioè cristiano. Non c’è riflessione seria che non interpelli il cristiano all’azione politica. Nel momento in cui noi vediamo una società sofferente, ingiusta, siamo mossi alla ricerca della giustizia; così quando vediamo che non è libera muoviamo alla ricerca della libertà. In questo senso il cristiano è il “sale della terra”, colui che lavora su ciò che manca, sull’insoddisfazione. Questo è il tipico lavoro della politica, quella democratica e riformista.

Poi c’è un’altra politica, la politica della conservazione.”

 

Conservazione di cosa?

 

“Non tanto delle forme esteriori, delle tradizioni, ma la conservazione dell’ordine sociale. Chi è forte vuole rimanere forte, chi è ricco vuole rimanere ricco. È per questo che io, personalmente, quando la politica, forse arbitrariamente, si è divisa tra destra e sinistra, ho fatto la scelta di non stare a destra. Perché comunque non mi interessava un discorso di conservazione dello status quo, ma di cambiamento.”

 

Si parla anche di destre sociali

 

“Anche nella tradizione democristiana in tanti sono andati a destra e hanno provato a costruire soggetti e politiche che però non hanno avuto grande successo. Molti si sono intruppati nella creatura politica di Berlusconi.

Che Berlusconi fosse un riformista io non lo credo. C’erano troppi interessi da salvaguardare, da proteggere, da conservare. Quindi quel conservatorismo, a mio parere, non è aderente alla necessità di una politica dell’insoddisfazione. Come ho detto, mancanza di libertà, mancanza di giustizia, mancanza di uguaglianza, che sono invece le motivazioni dei cristiani quando si accostano alla politica, sempre volti al cambiamento.”

 

Bipolarismo vs Centrismo

 

“Che si debba per forza stare destra contro sinistra, io non lo penso. Se vogliamo, non è neanche vero. Noi ci siamo dati un sistema elettorale, la rivoluzione con il passaggio dal proporzionale al maggioritario al quale anche io ho contribuito, e oggi me ne sono pentito. Ma il maggioritario ci spinge ad “affasciare”, destra da una parte e sinistra dall’altra. Pur di avere più forza degli altri ci spinge a fare dei “fasci”, a raccogliere anche chi magari non è d’accordo. O chi, magari, ci trascina in una direzione sbagliata che noi non vogliamo, o meglio, non vorremmo.

Ma è molto difficile fare Governo senza raccogliere istanze “centriste”. Tant’è che entrambe le coalizioni vogliono essere sempre definite di centrodestra o di centrosinistra. Adesso abbiamo la novità del campo largo, dei progressisti. Però quando si governa c’è sempre da valutare, nel mezzo della scena, tutte le opzioni; non si può essere strabici e guardare a destra e sinistra contemporaneamente senza vedere ciò che si ha di fronte. Quando siamo al Governo, la società noi la guardiamo dal centro, cioè nell’equilibrio degli interessi che devono essere mediati.”

 

La grande lezione della Democrazia Cristiana

 

“Si, i problemi tecnici della mediazione, della trattativa, del negoziato, che io nel libro ho approfondito.

Quello del negoziato non è solo un meccanismo, un apparato tecnico. È, forse, la struttura stessa, fondante, quasi filosofica della politica; per questo motivo c’è una parte del libro interamente dedicata a questo.”

 

Poi ci sono i contenuti

 

“Da giovanissimo, avevo 22-23 anni, sono stato membro dell’ultimo Consiglio nazionale della Democrazia Cristiana. È difficile per me dimenticare di esserne stato parte effettiva. Non ero solo un semplice iscritto al partito, ma un dirigente nazionale, seppur in rappresentanza dei giovani.

E dico questo. La DC non è mai stata un partito integralista; ha vissuto una fase molto difficile di contrapposizione con la società italiana che è stato il referendum sul divorzio nel 1974. Quella è stata una battaglia in controtendenza rispetto alla storia della Democrazia Cristiana, una battaglia che fu persa. In quella fase la DC uscì dalla sintonia col paese reale. Molti democristiani votarono perché il divorzio fosse mantenuto. Perché si era contraddetto un metodo sino ad allora sempre usato; quello di un approccio laico e di un’interpretazione cristiana della democrazia.”

 

Il contenuto vero, fondante della politica è sempre stato la democrazia

 

“C’era un uso popolare, anche nei paesi sardi, quello di definire la Democrazia Cristiana partito, “sa democrazia”. Perché comunque il fulcro non era il cristianesimo, se non nella partenza. Il punto centrale, nel senso dell’attività, dell’attenzione e della prospettiva, era appunto la coltivazione e la crescita della democrazia.

Come è stato possibile che l’Italia sia diventata democratica, uscita da vent’anni di governo fascista. Su questo bisogna leggere Moro.

Moro rappresenta il punto più alto di preoccupazione della Democrazia Cristiana sulla tenuta democratica del Paese. Ecco quindi il perché dell’apertura a sinistra, il centrosinistra e poi il compromesso storico, il governo di solidarietà nazionale. Si tentava di allargare le basi democratiche, di contagiare i tradizionali partiti di sinistra con il metodo democratico.

E lì bisogna spiegare cos’è il “metodo democratico”. Nel libro mi dilungo con tutta una parte dedicata a questo tema, dove non possiamo fare a meno di valutarne i principi liberali.”

 

Liberale e liberismo

 

“Il concetto di “liberale” in Italia è tendenzialmente abusato, se ne stravolge il significato.

Liberale non significa essere propensi ad assecondare il capitalismo in qualsiasi direzione esso – il capitalismo – vada. Non è nemmeno liberismo ma piuttosto l’assenza di regole nell’Economia, la mano invisibile che aggiusta tutto. No, il liberalismo è innanzitutto l’ideologia del costituzionalismo, ovvero la limitazione dell’assolutismo, la limitazione dei poteri e il suo equilibrio. Un concetto che nei giorni scorsi Re Carlo III° d’Inghilterra ha ricordato nel suo discorso al Congresso degli Stati Uniti d’America. E in questo oggi io vedo l’attualità di questo libro, temi che sono cruciali.

Una democrazia senza liberalismo, cioè senza Stato di diritto, dove non ci sia l’equilibrio tra i poteri e la sottomissione degli stessi alla legge, alla giustizia, alla Costituzione prima di tutto, non è una democrazia. È altro. La possiamo chiamare “democratura”, democrazia illiberale come la chiamava Orban, che per fortuna abbiamo messo da parte. Però possiamo smarrire il senso, il significato della parola democrazia se si omette di dire “liberale”. La formula più tecnica, più giuridica, più esatta è Stato di diritto.”

 

E qui entra nel dibattito Marco Pannella

 

“Mi si potrebbe chiedere: ma tu come passi da Moro a Pannella? Moro costruiva la democrazia in Italia nella fatica di dover accompagnare delle grandi masse rappresentate da partiti che si allontanavano, molto lentamente, dall’ortodossia marxista e, soprattutto, leninista. Pannella stava a tutela della qualità liberale della democrazia, come dire, più “radicalmente”, ovvero alla radice. Moro tentava di diffonderla, Pannella di difenderla nella sua essenza, nei suoi contorni anche teorici. Si appostava nei punti di crisi.

Uno di questi erano le carceri. Una democrazia con delle carceri disumane, degradanti, non è una democrazia. Perché nel punto più difficile, più sordido, dove viene custodito il reo, dove l’individuo viene privato della libertà personale, dove la “buona società” tenta di espellere il deviante, è lì che lo Stato deve essere agli antipodi del criminale e non, a sua sua volta, delinquere violando i più elementari diritti dell’uomo. È una zona di confine.”

 

Stato e diritti dell’individuo

 

“È la vita privata, un’altra zona di confine. Parliamo del divorzio, dell’aborto, della normativa sul fine vita ed altre come la tolleranza verso quelle differenze nel mondo, così forti, da avere i 3/4 della popolazione mondiale sull’orlo della fame.

Pannella, possiamo dire, ha presidiato, in coerenza con la visione della democrazia, i punti dolenti.

Moro, invece, aveva un’altra funzione. Guidava un intero popolo verso l’accettazione anche teorica e culturale del concetto di democrazia, in un quadro dove coesistere era molto complicato, dove era l’intero mondo che doveva coesistere, quando ancora c’era la separazione tra Est e Ovest.”

 

 

Politico, scrittore e giornalista, Roberto Deriu è stato per due mandati presidente della Provincia di Nuoro. È Consigliere regionale della Sardegna dal 2014. Nella massima Assemblea sarda attualmente ricopre il ruolo di capogruppo del Partito Democratico.

Autore di saggi politici e opere narrative, con il romanzo “La pantera di Bultei” ha vinto il Premio Internazionale Spoleto 2021.

Come giornalista, ha diretto la rivista politica «Chimera». Conduce la trasmissione culturale Gutenberg su Radio Onda Sarda.

 

Alla presentazione, oltre all’autore, interverranno Piero Comandini, Silvio Lai e Giuseppe Meloni.

I lavori saranno coordinati da Elena Carta.

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