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NOTIZIE DAL MONDO nยฐ 07

Un riepilogo ragionato delle notizie del mondo

Notizie dal Mondo

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Di Nicola Rubiu

GOODBYE LENIN
Ancestralmente convinti di essere ancora Terza Roma, inconscio collettivo rinvigorito nei secoli via impero zarista
passando per i soviet, la Russia di oggi ha deciso di sparigliare le carte. Un giorno, una partita. Il 24 febbraio di
due anni fa tutto รจ stato rimesso in discussione. Non curanti infatti delle conseguenze che lโ€™invasione dellโ€™Ucraina
avrebbe portato per lโ€™aquila a due teste, o forse ragionate fin troppo bene, Mosca ha preferito uscire allo scoperto,
rompere il pressante accerchiamento targato Stati Uniti lungo lโ€™Est europeo, e aprire al Sol Levante. Per
dimostrare, anzitutto a se stessa, che la Storia non li ha espulsi dai sui ragionamenti. Per contare ancora nel suo
corso.
*
Difficile rintracciare nel mondo collettivitร  cosรญ ossessionata dal proprio passato. Certi che nei libri di storia ci
sarร  sempre un capitolo dedicato alle loro grandi gesta e influenza, i russi hanno raccontato di se come entitร  a
parte, terza via a cui tendere per dirimere le faccende del mondo quando queste si fanno difficili, quando pare
impossibile trovare una soluzione tra due duellanti. Perennemente altro dallโ€™occidente, convinti noi, spesso con
piglio di superioritร , che la sofisticazione di questo paese, se rintracciabile, sia presente solo nelle grandi cittร ,
Mosca o San Pietroburgo, cosรญ da sentirci rincuorati nel pensiero che i veri russi grosso modo ci somiglino, mentre
quelli cattivi vivano una loro realtร  parallela ai confini del mondo, pertanto non meritevoli di considerazione,
specialmente perchรฉ poveri e mediamente meno colti, la Russia ha sempre vissuto, da quando si racconta al mondo,
della sostanza che tesse ogni grande impero: di gloria, non di economia. Esattamente come affermava a suo tempo
Winston Churchill, per cui questo paese era โ€œun rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigmaโ€, seduti
nei nostri comodi divani o in qualche cafรจ letterario, ci diciamo capaci di capire i russi, senza per altro averli mai
visti veramente, ossia a casa loro. Piglio spiccatamente occidentalista, ridondante in ogni angolo del globo ma
autoreferenziale, dunque mancante del punto di vista altrui, indispensabile per cogliere lโ€™ethos antropologico di chi
non รจ noi. Quindi rinculiamo offesi, quando le nostre congetture non corrispondono a realtร , domandandoci
anzitutto come facciano questi a non voler essere noi, o per quale strano motivo, pur volendolo, non sia loro
consentito; puntualmente abbiamo persino la risposta pronta, ovvero quella per cui รจ tutta colpa del dittatore, del
cattivone di turno, escludendo categoricamente da questa convinzione che costui รจ esattamente come loro. รˆ anzi
un prodotto della loro storia e identitร : per doloso capovolgimento della credenza nostrana che vuole il leader
capace di tutto anche contro il volere di chi rappresenta. Squarciato pertanto il velo dellโ€™illusione, ci accorgiamo
impreparati dinnanzi ad un popolo violento e profondamente storico, perfettamente conscio di ciรฒ che vuole, al di
la dellโ€™oscenitร  del demiurgo che oggi presiede al Cremlino. Senza veli o vergogna, preferendo disporre ancora di
influenza sugli altri al posto di una maggiore ricchezza generale. Tradotto: di essere come noi.
Terminata lโ€™epopea medievale della Rus di Kiev, sconcertati di vivere in una immensa pianura che, priva di
barriere orografiche con cui schermarsi da future invasioni, faceva vivere le popolazioni slave orientali nel
costante terrore di scorgere lโ€™orizzonte senza fine, Ivan III, principe di Moscovia, brodo primordiale in cui ogni
russo racconta la nascita del suo popolo, dunque di se stesso, sposava nel 1469, caduta ormai Costantinopoli, Zoe
Paleologa, discendente dellโ€™ultimo imperatore bizantino Costantino XI. Massima sofisticazione narrativa. Inizio del
racconto secolare della Terza Roma, con cui i russi, studiando la storia tra i banchi, percepiscono la loro unicitร 
come popolo eletto. Allora la necessitร  di difendersi dagli ottomani, al tempo minaccia esistenziale per le
collettivitร  abitanti il continente, affrettava le diverse realtร  slave a stringersi sotto la protezione del principato
moscovita, il quale, acclamando a se la vera fede cristiana, pertanto quella di rito greco, dunque ortodossa,
legittimava la sua forza, costringendo alla conversione i vicini, amplificandosi verso Sud e Balcani, marcando
sostanza e alteritร  dal resto dei cristiani occidentali. Contro forse ogni convinzione dellโ€™allora principe Ivan e
patriarcato, riuscendo nellโ€™impresa, abbracciata subito da quella collettivitร  con grande afflato imperialistico,
scoprendosi capace di comandare sul mondo vicino, di estendersi su terzi, calmando lโ€™ossessione di cui tuttโ€™oggi
vivono i russi, di essere facilmente colti impreparati lรฌ dove si percepiscono piรน vulnerabili: la pianura. Tanta
riuscita segnerร  lโ€™identitร  slava e imperiale del russo, cosรญ dentro la sua carne che pure quando Pietro il Grande
vorrร  condurre la capitale dellโ€™impero sul Baltico chiamandola in suo nome, San Pietroburgo, per condurre sui
marosi i suoi sudditi, nella speranza di assimilare lโ€™ethos dei suoi a quello che si accingeva a diventare padrone
dellโ€™oceano, lโ€™impero britannico, dovrร  rinunciare. Impresa fallimentare, perchรฉ tentativo di assimilarsi
allโ€™occidente, a comunque altro da se, tra lโ€™altro marcando dโ€™ora in avanti la perenne presenza dei russi sulla terra
e non sulle acque, grande vantaggio degli inglesi, e segno di volersi concentrare sul continente, rifiutando la
narrazione di darsi allโ€™avventura per mare raccontando il mondo come raffigurazione di se, stampo della
globalizzazione anglosassone. Percezione della storia in piena continuitร  con il presente, contraria alla vulgata di
qui che vuole il senso del tempo come frazionato in epoche scandite dalla sola presenza dei leader, capaci secondo
noi di superare le volontร  del collettivo.
Grande errore รจ credere quindi che Russia zarista e Unione sovietica fossero due mondi lโ€™uno allโ€™opposto
dellโ€™altro. Dolo della politologia alle nostre latitudini, che impacchetta schemi fissati uguali su tutti, pure per chi
pensa convintamente diverso da noi, per cui al cambiare di un determinato sistema politico, questo conduca alla
trasformazione della persona. Vero il contrario. Il cambio di regime segna il momento per quel popolo di
preservarsi, mutando in superficie. Per non sopperire.
Lโ€™arrivo di Lenin e la fine dellโ€™impero zarista nel 1919 portava con se le rovine del glorioso passato, brutalmente
bloccato nel suo tentativo di continuitร  via sconfitta nella prima guerra mondiale e trattato di Brest Litovsk,
costringendo Mosca a rinunciare alla terre conquistate nei secoli. Allora lโ€™adozione di una nuova ideologia, fallita
la prima, quella panslava, portava i russi ad abbracciare il comunismo, la piรบ occidentale delle filosofie, perchรฉ
perfetta contraria della sua stessa genesi, il capitalismo, in quanto pensato solo per le collettivitร  allora
industrializzate, pertanto esclusa la Russia a priori, gigante declassato a regresso medioevale, dottrina allestita da
un pensatore tedesco nato in una cittร  profondamente cattolica (Karl Marx nasceva infatti a Treviri), mediamente
russofobo e antisemita. Il viaggiatore intelligente, che quindi ha smesso i panni del turista scoprendosi veramente
curioso del mondo, si chiederebbe allora il motivo. Perchรฉ un popolo cosรญ deciso nel mantenere la sua alteritร  dal
resto del mondo ha preferito adottare un sistema cosรญ vicino a noi? Tolto il velo di maja, la risposta gli si
paleserebbe dinnanzi, con suo forte sconcerto: per pura necessitร , con furbizia di ogni essere umano che prima o
poi racconta ciรฒ che deve fare come naturale, pur sapendo che in principio non fu cosรญ. Ciรฒ di cui hanno sempre
vissuto gli imperi.
La sconfitta militare รจ marca indelebile per ogni popolo che si pensa grande ed eletto. รˆ esattamente questo il
momento in cui il leader rischia grosso, perchรฉ reo di aver fallito dove non poteva, colpevole di aver mostrato cosรญ
il popolo che presiedeva vulnerabile agli occhi del nemico. Ed ecco la rivoluzione ottobrina marcata sovietica:
tentativo di preservare lโ€™impero, per tenere a se genti etnicamente diverse sotto lโ€™egemonia russa, ma con un nuovo
racconto. Fallita la narrazione della Russia come madre di tutti gli slavi, la dottrina comunista ben si prestava a
parlare ancora alle genti europee orientali, in quanto professandosi atea e antioccidentale annullava lโ€™emblema
che ancora allora rendeva comunque difficile per Mosca tenere quelli sotto controllo imperiale, ossia la religione.
Lโ€™ateismo comunista uccideva le divinitร , riportando la Russia a stringere su di se le popolazioni vicine che
facevano del loro credo religioso, in particolare le asiatiche di fede musulmana, lโ€™alteritร  dallโ€™etnia slava e russa.
Ideologia poi declinata in sfida contro il mondo occidentale, dunque ingigantita fino a farsi globale, perchรฉ creduta
capace di parlare a tutti gli oppressi nel mondo. Grande scenografia, non a caso, del secondo dopoguerra, quando
paesi ex colonie di potenze occidentali diventeranno indipendenti, spesso adocchiando allโ€™aiuto sovietico dotato e
dotandosi di afflato socialista e pertanto antioccidentale. Riassunto della guerra fredda dallo scontro ideologico,
qui scambiato veramente per esistenziale, come se ad un certo punto i russi abbiano creduto veramente di essere
comunisti, se non per strumentario da egemonia.
Anche qui fu perรฒ sconfitta. E rieccoci al punto di partenza, alla defenestrazione del leader, per diverso sentire
della collettivitร .
Incapace di tenere a se un impero ormai eccessivamente esteso, per disabitudine del russo a pensarsi egemone oltre
i confini di casa, lโ€™ultimo segretario del partito comunista, quindi dello stato, Michail Gorbaฤรซv, decantava una
Russia diversa, aperta allโ€™occidente, dismettendo i panni del fardello dellโ€™egemonia, ormai divenuto insostenibile,
ma nella speranza cosรญ di preservare almeno lโ€™unitร  del potere di quellโ€™impero, cioรจ la Russia stessa. Termini mai
sentiti prima, quale democrazia e liberalismo economico, oppure trasparenza, che i russi degli anni Novanta
iniziavano ad accettare solo perchรฉ, non ancora chiara la fine della loro influenza storica nel mondo, intendevano
scoprire cosa si tramasse nelle segrete stanze, laddove rannicchiavano, increduli di fronte alla supremazia
americana, una classe dirigente ritenuta ormai corrotta, poi plasticamente rappresentata dal golpe inflitto a
Gorbaฤรซv stesso, colpevole, svelata la fine, di aver provato a introdurre realtร  diverse dallโ€™humus oltre cortina.
Non quindi perchรฉ stessero per diventare lโ€™Italia o il Lussemburgo. Doppio errore, nostro e loro; nostro in quanto
credevamo nellโ€™avvento della democrazia lungo la steppa e in Siberia, loro perchรฉ la fine nel 1991 dellโ€™Unione
sovietica non costringeva i russi ad accettare lโ€™atto compiuto, tanto che infatti la loro credenza, sia pure
accompagnata da tristi emozioni, fu quella che ad aver perso non era la Russia ma appunto lโ€™URSS. Shock post
traumatico da fine dellโ€™impero, mai veramente accettato da chi lo rappresenta, utile per non perdere lโ€™orgoglio. Ad
attenderli da quel momento una realtร  parallela, per loro talmente astrusa da cementarsi in un decennio che i russi
stessi descrivono persino peggiore di questo attuale, ma non tanto per meno crescita economica. Proprio per
riduzione della Russia ad attore regionale, scorno intollerabile. E cosรญ, volendosi disfare di tanta vergogna,
dimostrando lโ€™incompatibilitร  tra loro e lโ€™occidente, i russi sceglievano al Cremlino lโ€™ex agente del KGB dal
passato travagliato, profondamente offeso dalla fine dellโ€™URSS e testimone dellโ€™era di Boris Eltsin.
*
Usi ad ergersi custodi di un mondo a parte, civiltร  il cui dipanarsi si perde nei secoli, i russi dellโ€™oggi si scoprono
preoccupati del futuro. Esclusi dai ragionamenti di chi รจ detentore dello status quo, primi gli Stati Uniti, oggi meno
di prima ma comunque i numeri uno, il 24 febbraio 2022 si danno al gesto estremo, nella speranza di non
soccombere nellโ€™oblio, di preservare quel che rimane della narcisistica idea di se via sfera di influenza in Ucraina,
terreno che agli occhi del russo รจ sempre stato decisivo per le sorti del suo paese, pena finire inghiottito nelle fauci
del nemico che lรฌ vi si potrebbe stanziare con lโ€™intenzione di superare la pianura sarmatica e cosรญ minacciare la
madre patria. Incubo per cui oggi Vladimir Putin non dorme, per cui anzi non dorme due volte nello stesso letto,
sapendo perfettamente che una sconfitta costerebbe a lui forse perfino la pelle. Meglio non rischiare. Per questo,
rifiutata a occidente, Mosca volge il suo sguardo oltre lโ€™orizzonte, ad oriente. Lร  vive la popolazione che oggi
pensa di sfidare lโ€™egemone per lโ€™ultima volta, e che per farlo intende accettare la richiesta dโ€™aiuto moscovita, nella
convinzione tattica di fagocitare lโ€™orso depredandolo del suo bene piรน prezioso, di ciรฒ che esporta senza perรฒ mai
averlo prodotto. Le materie prime, confezionandogli un biglietto di sola andata dalla Siberia, che la Russia occupa
da tre secoli, puro abusivismo agli occhi di Pechino, dalla memoria storica muscolare, per cui lโ€™arrivo degli slavi
in Asia รจ solo ieri. Centrale quindi in questi decenni per Washington distaccare il drago dallโ€™orso, come ogni
regola imperiale insegna. Dividere i nemici per meglio controllarli. Per meglio affrontarli quando lโ€™ora sarร 
giunta, ovvero da soli, o anzi nella speranza che nel frattempo uno dei due soccomba prima dellโ€™altro. Russia e
Cina infatti non si sono mai amati; qui lo spiccato razzismo che i due popoli hanno reciproco fa da perfetto bemolle
per non capirsi, col pericolo di non riuscire mai ad intendersi, elemento semplicemente dirimente quando una
coalizione decide di affrontare il fronte nemico, tanto che celebre diventerร  la risposta che lโ€™allora segretario del
partito comunista Nikita Chruลกฤรซv diede ad un giornalista di ritorno dal suo ultimo viaggio in Cina che gli
chiedeva come fosse quel paese. โ€œCi sono i cinesiโ€, rispose. E noi europei? Il quesito rimane ancora senza
risposta. Convinti dalla fine della guerra fredda, da quando quindi รจ venuta meno lโ€™altra metร  del cielo, dove per
grazia ricevuta non ci siamo trovati a vivere, che il resto del mondo fosse ormai prossimo a divenire un nostro
riflesso, certo con tutti i suoi difetti ed imperfezioni, ma comunque una nostra propulsione, ostinati crediamo ora
che i focolai di guerra che da due anni, Ucraina e Gaza, stanno facendo ribollire il pianeta siano solo un brutto
incubo da cui a breve ci risveglieremo perchรฉ le cose tornino come prima, non capendo che รจ solo lโ€™inizio, ciclico
perchรฉ plasticamente storico, del verso a cui il mondo sta volgendo, in quanto si รจ rotto quel meccanismo che
permetteva precedentemente di vivere tranquilli e senza troppe preoccupazioni. In versi: quando mamma America
aveva ancora voglia di venirci in soccorso.
Ma rifiutare la realtร  รจ illusione pericolosa. Meglio accettarla, come consiglierebbe un bravo psicologo, e
comprenderla, contando pertanto sulle nostre doti migliori e sulla disponibilitร  a cooperare.
Altrimenti ci ritroveremo ancora spaesati tra incubo e realtร , senza avere la capacitร  di discernerne la differenza.
Cosรญ stanchi e impauriti, come il detective del capolavoro cinematografico โ€œFrankenstein Juniorโ€ di Mel Brooks,
quando costretto a scavare nella fossa del cimitero vicino al castello in cui รจ ospite la notte, si riferisce esausto
allโ€™aiutante, tuonando โ€œChe lavoro schifoso!โ€ – โ€œPotrebbe esser peggioโ€ – โ€œE come?โ€ – โ€œPotrebbe piovereโ€.

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