GOODBYE LENIN
Ancestralmente convinti di essere ancora Terza Roma, inconscio collettivo rinvigorito nei secoli via impero zarista
passando per i soviet, la Russia di oggi ha deciso di sparigliare le carte. Un giorno, una partita. Il 24 febbraio di
due anni fa tutto รจ stato rimesso in discussione. Non curanti infatti delle conseguenze che lโinvasione dellโUcraina
avrebbe portato per lโaquila a due teste, o forse ragionate fin troppo bene, Mosca ha preferito uscire allo scoperto,
rompere il pressante accerchiamento targato Stati Uniti lungo lโEst europeo, e aprire al Sol Levante. Per
dimostrare, anzitutto a se stessa, che la Storia non li ha espulsi dai sui ragionamenti. Per contare ancora nel suo
corso.
*
Difficile rintracciare nel mondo collettivitร cosรญ ossessionata dal proprio passato. Certi che nei libri di storia ci
sarร sempre un capitolo dedicato alle loro grandi gesta e influenza, i russi hanno raccontato di se come entitร a
parte, terza via a cui tendere per dirimere le faccende del mondo quando queste si fanno difficili, quando pare
impossibile trovare una soluzione tra due duellanti. Perennemente altro dallโoccidente, convinti noi, spesso con
piglio di superioritร , che la sofisticazione di questo paese, se rintracciabile, sia presente solo nelle grandi cittร ,
Mosca o San Pietroburgo, cosรญ da sentirci rincuorati nel pensiero che i veri russi grosso modo ci somiglino, mentre
quelli cattivi vivano una loro realtร parallela ai confini del mondo, pertanto non meritevoli di considerazione,
specialmente perchรฉ poveri e mediamente meno colti, la Russia ha sempre vissuto, da quando si racconta al mondo,
della sostanza che tesse ogni grande impero: di gloria, non di economia. Esattamente come affermava a suo tempo
Winston Churchill, per cui questo paese era โun rebus avvolto in un mistero che sta dentro ad un enigmaโ, seduti
nei nostri comodi divani o in qualche cafรจ letterario, ci diciamo capaci di capire i russi, senza per altro averli mai
visti veramente, ossia a casa loro. Piglio spiccatamente occidentalista, ridondante in ogni angolo del globo ma
autoreferenziale, dunque mancante del punto di vista altrui, indispensabile per cogliere lโethos antropologico di chi
non รจ noi. Quindi rinculiamo offesi, quando le nostre congetture non corrispondono a realtร , domandandoci
anzitutto come facciano questi a non voler essere noi, o per quale strano motivo, pur volendolo, non sia loro
consentito; puntualmente abbiamo persino la risposta pronta, ovvero quella per cui รจ tutta colpa del dittatore, del
cattivone di turno, escludendo categoricamente da questa convinzione che costui รจ esattamente come loro. ร anzi
un prodotto della loro storia e identitร : per doloso capovolgimento della credenza nostrana che vuole il leader
capace di tutto anche contro il volere di chi rappresenta. Squarciato pertanto il velo dellโillusione, ci accorgiamo
impreparati dinnanzi ad un popolo violento e profondamente storico, perfettamente conscio di ciรฒ che vuole, al di
la dellโoscenitร del demiurgo che oggi presiede al Cremlino. Senza veli o vergogna, preferendo disporre ancora di
influenza sugli altri al posto di una maggiore ricchezza generale. Tradotto: di essere come noi.
Terminata lโepopea medievale della Rus di Kiev, sconcertati di vivere in una immensa pianura che, priva di
barriere orografiche con cui schermarsi da future invasioni, faceva vivere le popolazioni slave orientali nel
costante terrore di scorgere lโorizzonte senza fine, Ivan III, principe di Moscovia, brodo primordiale in cui ogni
russo racconta la nascita del suo popolo, dunque di se stesso, sposava nel 1469, caduta ormai Costantinopoli, Zoe
Paleologa, discendente dellโultimo imperatore bizantino Costantino XI. Massima sofisticazione narrativa. Inizio del
racconto secolare della Terza Roma, con cui i russi, studiando la storia tra i banchi, percepiscono la loro unicitร
come popolo eletto. Allora la necessitร di difendersi dagli ottomani, al tempo minaccia esistenziale per le
collettivitร abitanti il continente, affrettava le diverse realtร slave a stringersi sotto la protezione del principato
moscovita, il quale, acclamando a se la vera fede cristiana, pertanto quella di rito greco, dunque ortodossa,
legittimava la sua forza, costringendo alla conversione i vicini, amplificandosi verso Sud e Balcani, marcando
sostanza e alteritร dal resto dei cristiani occidentali. Contro forse ogni convinzione dellโallora principe Ivan e
patriarcato, riuscendo nellโimpresa, abbracciata subito da quella collettivitร con grande afflato imperialistico,
scoprendosi capace di comandare sul mondo vicino, di estendersi su terzi, calmando lโossessione di cui tuttโoggi
vivono i russi, di essere facilmente colti impreparati lรฌ dove si percepiscono piรน vulnerabili: la pianura. Tanta
riuscita segnerร lโidentitร slava e imperiale del russo, cosรญ dentro la sua carne che pure quando Pietro il Grande
vorrร condurre la capitale dellโimpero sul Baltico chiamandola in suo nome, San Pietroburgo, per condurre sui
marosi i suoi sudditi, nella speranza di assimilare lโethos dei suoi a quello che si accingeva a diventare padrone
dellโoceano, lโimpero britannico, dovrร rinunciare. Impresa fallimentare, perchรฉ tentativo di assimilarsi
allโoccidente, a comunque altro da se, tra lโaltro marcando dโora in avanti la perenne presenza dei russi sulla terra
e non sulle acque, grande vantaggio degli inglesi, e segno di volersi concentrare sul continente, rifiutando la
narrazione di darsi allโavventura per mare raccontando il mondo come raffigurazione di se, stampo della
globalizzazione anglosassone. Percezione della storia in piena continuitร con il presente, contraria alla vulgata di
qui che vuole il senso del tempo come frazionato in epoche scandite dalla sola presenza dei leader, capaci secondo
noi di superare le volontร del collettivo.
Grande errore รจ credere quindi che Russia zarista e Unione sovietica fossero due mondi lโuno allโopposto
dellโaltro. Dolo della politologia alle nostre latitudini, che impacchetta schemi fissati uguali su tutti, pure per chi
pensa convintamente diverso da noi, per cui al cambiare di un determinato sistema politico, questo conduca alla
trasformazione della persona. Vero il contrario. Il cambio di regime segna il momento per quel popolo di
preservarsi, mutando in superficie. Per non sopperire.
Lโarrivo di Lenin e la fine dellโimpero zarista nel 1919 portava con se le rovine del glorioso passato, brutalmente
bloccato nel suo tentativo di continuitร via sconfitta nella prima guerra mondiale e trattato di Brest Litovsk,
costringendo Mosca a rinunciare alla terre conquistate nei secoli. Allora lโadozione di una nuova ideologia, fallita
la prima, quella panslava, portava i russi ad abbracciare il comunismo, la piรบ occidentale delle filosofie, perchรฉ
perfetta contraria della sua stessa genesi, il capitalismo, in quanto pensato solo per le collettivitร allora
industrializzate, pertanto esclusa la Russia a priori, gigante declassato a regresso medioevale, dottrina allestita da
un pensatore tedesco nato in una cittร profondamente cattolica (Karl Marx nasceva infatti a Treviri), mediamente
russofobo e antisemita. Il viaggiatore intelligente, che quindi ha smesso i panni del turista scoprendosi veramente
curioso del mondo, si chiederebbe allora il motivo. Perchรฉ un popolo cosรญ deciso nel mantenere la sua alteritร dal
resto del mondo ha preferito adottare un sistema cosรญ vicino a noi? Tolto il velo di maja, la risposta gli si
paleserebbe dinnanzi, con suo forte sconcerto: per pura necessitร , con furbizia di ogni essere umano che prima o
poi racconta ciรฒ che deve fare come naturale, pur sapendo che in principio non fu cosรญ. Ciรฒ di cui hanno sempre
vissuto gli imperi.
La sconfitta militare รจ marca indelebile per ogni popolo che si pensa grande ed eletto. ร esattamente questo il
momento in cui il leader rischia grosso, perchรฉ reo di aver fallito dove non poteva, colpevole di aver mostrato cosรญ
il popolo che presiedeva vulnerabile agli occhi del nemico. Ed ecco la rivoluzione ottobrina marcata sovietica:
tentativo di preservare lโimpero, per tenere a se genti etnicamente diverse sotto lโegemonia russa, ma con un nuovo
racconto. Fallita la narrazione della Russia come madre di tutti gli slavi, la dottrina comunista ben si prestava a
parlare ancora alle genti europee orientali, in quanto professandosi atea e antioccidentale annullava lโemblema
che ancora allora rendeva comunque difficile per Mosca tenere quelli sotto controllo imperiale, ossia la religione.
Lโateismo comunista uccideva le divinitร , riportando la Russia a stringere su di se le popolazioni vicine che
facevano del loro credo religioso, in particolare le asiatiche di fede musulmana, lโalteritร dallโetnia slava e russa.
Ideologia poi declinata in sfida contro il mondo occidentale, dunque ingigantita fino a farsi globale, perchรฉ creduta
capace di parlare a tutti gli oppressi nel mondo. Grande scenografia, non a caso, del secondo dopoguerra, quando
paesi ex colonie di potenze occidentali diventeranno indipendenti, spesso adocchiando allโaiuto sovietico dotato e
dotandosi di afflato socialista e pertanto antioccidentale. Riassunto della guerra fredda dallo scontro ideologico,
qui scambiato veramente per esistenziale, come se ad un certo punto i russi abbiano creduto veramente di essere
comunisti, se non per strumentario da egemonia.
Anche qui fu perรฒ sconfitta. E rieccoci al punto di partenza, alla defenestrazione del leader, per diverso sentire
della collettivitร .
Incapace di tenere a se un impero ormai eccessivamente esteso, per disabitudine del russo a pensarsi egemone oltre
i confini di casa, lโultimo segretario del partito comunista, quindi dello stato, Michail Gorbaฤรซv, decantava una
Russia diversa, aperta allโoccidente, dismettendo i panni del fardello dellโegemonia, ormai divenuto insostenibile,
ma nella speranza cosรญ di preservare almeno lโunitร del potere di quellโimpero, cioรจ la Russia stessa. Termini mai
sentiti prima, quale democrazia e liberalismo economico, oppure trasparenza, che i russi degli anni Novanta
iniziavano ad accettare solo perchรฉ, non ancora chiara la fine della loro influenza storica nel mondo, intendevano
scoprire cosa si tramasse nelle segrete stanze, laddove rannicchiavano, increduli di fronte alla supremazia
americana, una classe dirigente ritenuta ormai corrotta, poi plasticamente rappresentata dal golpe inflitto a
Gorbaฤรซv stesso, colpevole, svelata la fine, di aver provato a introdurre realtร diverse dallโhumus oltre cortina.
Non quindi perchรฉ stessero per diventare lโItalia o il Lussemburgo. Doppio errore, nostro e loro; nostro in quanto
credevamo nellโavvento della democrazia lungo la steppa e in Siberia, loro perchรฉ la fine nel 1991 dellโUnione
sovietica non costringeva i russi ad accettare lโatto compiuto, tanto che infatti la loro credenza, sia pure
accompagnata da tristi emozioni, fu quella che ad aver perso non era la Russia ma appunto lโURSS. Shock post
traumatico da fine dellโimpero, mai veramente accettato da chi lo rappresenta, utile per non perdere lโorgoglio. Ad
attenderli da quel momento una realtร parallela, per loro talmente astrusa da cementarsi in un decennio che i russi
stessi descrivono persino peggiore di questo attuale, ma non tanto per meno crescita economica. Proprio per
riduzione della Russia ad attore regionale, scorno intollerabile. E cosรญ, volendosi disfare di tanta vergogna,
dimostrando lโincompatibilitร tra loro e lโoccidente, i russi sceglievano al Cremlino lโex agente del KGB dal
passato travagliato, profondamente offeso dalla fine dellโURSS e testimone dellโera di Boris Eltsin.
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Usi ad ergersi custodi di un mondo a parte, civiltร il cui dipanarsi si perde nei secoli, i russi dellโoggi si scoprono
preoccupati del futuro. Esclusi dai ragionamenti di chi รจ detentore dello status quo, primi gli Stati Uniti, oggi meno
di prima ma comunque i numeri uno, il 24 febbraio 2022 si danno al gesto estremo, nella speranza di non
soccombere nellโoblio, di preservare quel che rimane della narcisistica idea di se via sfera di influenza in Ucraina,
terreno che agli occhi del russo รจ sempre stato decisivo per le sorti del suo paese, pena finire inghiottito nelle fauci
del nemico che lรฌ vi si potrebbe stanziare con lโintenzione di superare la pianura sarmatica e cosรญ minacciare la
madre patria. Incubo per cui oggi Vladimir Putin non dorme, per cui anzi non dorme due volte nello stesso letto,
sapendo perfettamente che una sconfitta costerebbe a lui forse perfino la pelle. Meglio non rischiare. Per questo,
rifiutata a occidente, Mosca volge il suo sguardo oltre lโorizzonte, ad oriente. Lร vive la popolazione che oggi
pensa di sfidare lโegemone per lโultima volta, e che per farlo intende accettare la richiesta dโaiuto moscovita, nella
convinzione tattica di fagocitare lโorso depredandolo del suo bene piรน prezioso, di ciรฒ che esporta senza perรฒ mai
averlo prodotto. Le materie prime, confezionandogli un biglietto di sola andata dalla Siberia, che la Russia occupa
da tre secoli, puro abusivismo agli occhi di Pechino, dalla memoria storica muscolare, per cui lโarrivo degli slavi
in Asia รจ solo ieri. Centrale quindi in questi decenni per Washington distaccare il drago dallโorso, come ogni
regola imperiale insegna. Dividere i nemici per meglio controllarli. Per meglio affrontarli quando lโora sarร
giunta, ovvero da soli, o anzi nella speranza che nel frattempo uno dei due soccomba prima dellโaltro. Russia e
Cina infatti non si sono mai amati; qui lo spiccato razzismo che i due popoli hanno reciproco fa da perfetto bemolle
per non capirsi, col pericolo di non riuscire mai ad intendersi, elemento semplicemente dirimente quando una
coalizione decide di affrontare il fronte nemico, tanto che celebre diventerร la risposta che lโallora segretario del
partito comunista Nikita Chruลกฤรซv diede ad un giornalista di ritorno dal suo ultimo viaggio in Cina che gli
chiedeva come fosse quel paese. โCi sono i cinesiโ, rispose. E noi europei? Il quesito rimane ancora senza
risposta. Convinti dalla fine della guerra fredda, da quando quindi รจ venuta meno lโaltra metร del cielo, dove per
grazia ricevuta non ci siamo trovati a vivere, che il resto del mondo fosse ormai prossimo a divenire un nostro
riflesso, certo con tutti i suoi difetti ed imperfezioni, ma comunque una nostra propulsione, ostinati crediamo ora
che i focolai di guerra che da due anni, Ucraina e Gaza, stanno facendo ribollire il pianeta siano solo un brutto
incubo da cui a breve ci risveglieremo perchรฉ le cose tornino come prima, non capendo che รจ solo lโinizio, ciclico
perchรฉ plasticamente storico, del verso a cui il mondo sta volgendo, in quanto si รจ rotto quel meccanismo che
permetteva precedentemente di vivere tranquilli e senza troppe preoccupazioni. In versi: quando mamma America
aveva ancora voglia di venirci in soccorso.
Ma rifiutare la realtร รจ illusione pericolosa. Meglio accettarla, come consiglierebbe un bravo psicologo, e
comprenderla, contando pertanto sulle nostre doti migliori e sulla disponibilitร a cooperare.
Altrimenti ci ritroveremo ancora spaesati tra incubo e realtร , senza avere la capacitร di discernerne la differenza.
Cosรญ stanchi e impauriti, come il detective del capolavoro cinematografico โFrankenstein Juniorโ di Mel Brooks,
quando costretto a scavare nella fossa del cimitero vicino al castello in cui รจ ospite la notte, si riferisce esausto
allโaiutante, tuonando โChe lavoro schifoso!โ – โPotrebbe esser peggioโ – โE come?โ – โPotrebbe piovereโ.
