TREGUA GAZA, SI DISCUTE SUL PIANO PER CESSATE IL FUOCO
Nella mattinata del 9 ottobre, i delegati di Hamas e i funzionari diplomatici israeliani si sono incontrati, come annunciato da Donald Trump la settimana scorsa, a Sharm el-Sheikh, in cui hanno raggiunto un accordo per dare esecuzione alla fase iniziale del piano di venti punti che mira a porre in essere il tanto agognato cessate il fuoco a Gaza. Come già ricordato, il cessate il fuoco può dirsi raggiunto insieme all’esecuzione di altre prerogative, quali il rilascio degli ostaggi sia da parte israeliana che da parte palestinese, cosí come gli arrivi di ingenti aiuti umanitari e la tutela della sicurezza per i civili al momento delle evacuazioni. Non solo, l’esercito israeliano arretrerà lungo la cosí detta “seconda linea”, che permetterà a Israele, come concordato da Trump e Netanyahu presso la Casa Bianca il 20 settembre, di controllare il 53% della Striscia di Gaza. L’arrivo cosí atteso di una tregua che, si spera, sia la piú lunga possibile segna un momento di allentamento per ambo le parti in guerra. Da un lato infatti lo Stato ebraico era ormai sull’orlo di implodere al proprio interno: troppe le forze intestine ostili le une alle altre che reclamavano o la fine del conflitto già prima della firma del piano sopra ricordato o la guerra senza fine che mirava alla totale pulizia etnica del popolo palestinese cosí da concretizzare il celebre “Grande Israele” della Bibbia espandendosi fino al confine con l’Egitto. Dall’altro i palestinesi stessi, scesi in piazza festanti per la fine dei bombardamenti. Molto probabilmente il presidente Trump, su invito di Netanyahu, si recherà la settimana prossima in Israele per tenere un discorso di fronte alla Knesset e celebrare cosí il raggiunto cessate il fuoco.
ELEZIONI SIRIA, ANCORA SCONTRI ARMATI
Il 5 ottobre si sono tenute le controverse elezioni in Siria. Si è trattato, è bene ricordare, di votazione indiretta, in seguito alla quale il presidente Al Jolani è atteso per la nomina diretta dei suoi settanta deputati, che quindi andranno a comporre un terzo dei 210 seggi totali, su 119 parlamentari già designati, anche se sorge il problema dei rappresentanti delle regioni curde siriane e druse, in quanto esclusi da queste elezioni, ossia ben 21. Dinnanzi pertanto a tanta stortura, quale il senso politico di questa tornata elettorale dopo la fine del regime e la caduta di Damasco? Chiaramente il pieno controllo dell’organo legislativo: la guerra civile siriana infatti è lungi da una sua pacificazione, con lotte di potere ancora in atto tra curdi e siriani, con i primi appunto esclusi dalle ultime votazioni. Nella notte tra il 7 e l’8 ottobre infatti Aleppo è stata al centro di nuovi scontri armati, tra combattenti della parte settentrionale della città, prevalentemente curda, e le forze governative guidate da Hayat Tahrir al-Sham (Hts), sostenute dalla Turchia. Tali tensioni erano non a caso sull’orlo di implodere già il mese scorso, con una forte escalation degli scontri a est della stessa Aleppo e tra Aleppo e Raqqa, zona importante per il controllo della diga di Tishrin, con conseguente chiusura della celebre autostrada M4, crocevia tra la città e la sua parte periferica, e dei quartieri curdi di Sheikh Maqsoud e Ashrafieh. A raffreddare gli animi ci hanno pensato gli americani: l’inviato speciale statunitense Tom Barrack e l’ammiraglio Brad Cooper, comandante del Centcom, hanno esercitato una forma di mediazione tra le parti nel nord-est della Siria, dove si sono riuniti per incontrare le autorità curde, cosí da concordare in sicurezza un colloquio tra il leader curdo Mazloum Abdi a Damasco, il quale è stato accolto da Ahmad al-Shara’a, leader siriano filo turco. Si tratta però di un cessate-il-fuoco in bilico, molto fragile visti gli equilibri politici in gioco.
ASIA, PREMIER CINESE IN COREA DEL NORD
Nel rapporto tra Pechino e Mosca, la Cina intende evitare che la Corea del Nord possa cadere in una possibile sfera d’influenza russa. Per questo motivo il premier mandarino Li Qiang è in queste ore a P’yŏngyang: dal punto di vista meramente strategico infatti la Corea rappresenta per Pechino un formidabile cuscinetto che dopo la guerra del 1953 tiene lontani dal Regno del Centro ben 28 mila soldati statunitensi, dispiegati non a caso nella Corea del Sud. Non solo, i cinesi oggi, ormai interessati oltre la Siberia russa ad espandere la propria influenza per ragioni di approvvigionamento di materie prime anche lungo il Polo artico, necessitano di stabilità sul fronte nord-orientale, ossia di un partner che tenga buona Mosca. Secondo infatti il governo mandarino, la Corea del Nord, essendo ancora uno dei Paesi più poveri al mondo, ha bisogno ancora che quel buon 98% del suo commercio sia proprio con Pechino, vicino imponente sotto ogni aspetto, con quest’ultima che fornisce a P’yŏngyang alimenti, assistenza energetica e infrastrutturale. Eppure negli anni piú recenti, il peso della Repubblica Popolare si è fatta sentire, cosa che inizia infatti a infastidire la Corea del Nord, che almeno sul piano securitario, per tenere in vita quel poco di autonomia che le è rimasta, inizia a guardare appunto verso Mosca, con la quale ha firmato un patto di difesa reciproca (da qui infatti l’invio di soldati nordcoreani a combattere in Ucraina). Equilibrismo strategico del leader Kim Jong-un per non soccombere a nessuno: Russia, Cina, Giappone o Stati Uniti che sia. La missione ora svolta dal premier cinese si sta tenendo proprio in coincidenza delle celebrazioni per la fondazione del Partito del lavoro di Corea e segue la partecipazione di Kim e Putin alla parata militare svolta a Pechino in commemorazione della fine della seconda guerra mondiale a inizio settembre. Giochi diplomatici di questo tipo funzionano infatti in assenza di tensioni, proprio ciò su cui punta Pechino: tenere buone relazioni con i suoi vicini, sapendo di essere loro storicamente un soggetto antagonista, e che sono pronti a guardare a Washington (la Russia, la Corea del Nord e l’India di Modi).
CORNO D’AFRICA, LETTERA DI DENUNCIA ALL’ERITREA IN SEDE ONU
Nella lettera inviata dal ministro degli Esteri etiope, Gedion Timothewos, al segretario generale dell’Onu, António Guterres, si legge l’accusa contro l’Eritrea e la fazione radicale del Fronte Popolare di Liberazione del Tigrè (Tplf) di essere entrati a far parte con dolo della nuova alleanza “Tsimdo”, aspetto che segna le nuove dinamiche e ostilità nel Corno d’Africa. Eritrei e tigrini infatti avrebbero tacitamente messo in atto l’attacco del 27 settembre a Woldiya, vinte dalle milizie del Fano dalla regione dell’Amhara. Pare quindi che l’accordo di pace siglato a Pretoria nel 2022 sia ormai fallito, ragion per cui i fattori scatenanti la guerra del Tigrè, quali scontri tra gruppi etnici, debolezza istituzionale e competizione per le risorse, si sono del tutto aggravati. Se infatti per il governo etiope la denunzia contro l’Eritrea rientra in una cornice narrativa utile a rafforzare il suo consenso popolare e patriottico e magari anche una nuova campagna militare nel Corno d’Africa, per Asmara, invece, l’instabilità etiope rappresenta un duplice vantaggio: impedire lo sbocco al mare consentendo all’Eritrea di essere l’ago della bilancia in quella zona del continente africano: Isaias Afewerki, presidente dell’Eritrea, continuamente richiama all’importanza di una “prevenzione offensiva”, al fine di tenere l’Etiopia in un momento di debolezza ai suoi confini, per evitare che emerga quale potenza dominante.
