UCRAINA, NUOVI RIFORNIMENTI PER KIEV TRAMITE “PURL”
Gli Stati Uniti hanno approvato nuovi aiuti militari per l’Ucraina in base al Prioritized Ukraine requirements list, un fondo di finanziamento sostenuto dai paesi Nato. L’accordo raggiunto prevede l’invio anzitutto di armi con costi specifici che si aggirano intorno ai 500 milioni l’una; erogazione questa che mira a completare una mobilitazione totale pari a 10 miliardi di dollari in forniture militari per Kiev. Nonostante però un mandato politico incentrato sul ribadire e concretizzare una scelta non più interventista per il popolo americano, l’invio di nuove forniture d’armi è stato approvato proprio dal presidente Donald Trump, contro quindi quanto aveva promesso in campagna elettorale e quanto tuttora promette, il quale fino a poco tempo fa aveva precisato che gli aiuti militari a Kiev erano il frutto in realtà di accordi presi in forma indiretta da parte di Washington oppure attuati per colpa di Joe Biden. Consapevole pertanto che nuovi rifornimenti giungeranno in soccorso della causa ucraina, il presidente Zelensky ha invocato un sistema europeo di difesa aerea con dentro anche Kiev, di fronte soprattutto agli ultimi episodi del conflitto, dove i russi hanno scagliato ben 3.500 munizioni con droni kamikaze, 2.500 bombe plananti e circa 200 missili.
MEDIO ORIENTE, ACCORDO PER RISOLUZIONE CRISI A SUWAYDA
Al termine dei colloqui tra ministri degli Esteri di Giordania, USA e Siria, ovvero sia Ayman Safadi, Tom Barrack e Asaad al-Shaibani, è stato concluso proprio a Damasco un piano in sette punti per chiudere la crisi nella città drusa di Suwayda: sarebbero infatti ben duemila i morti provocati dagli scontri armati tra drusi e beduini negli ultimi mesi, con oltre 789 civili giustiziati dalle forze di Damasco, con a capo oggi il presidente Al-Jolani. La risoluzione della crisi obbliga le parti a porre in essere corridoi umanitari per le popolazioni colpite, previo ripristino dei servizi essenziali, il dispiegamento di forze locali per securitare il passaggio, indennizzi agli sfollati, indagini sui dispersi e la condanna dei responsabili dei massacri sui civili. Secondo il ministro Safadi si tratta di un buon accorso in quanto garantisce una forma di controllo intorno al Sud della Siria, zona cuscinetto cruciale per la Giordania, mentre Barrack ha affermato che tale percorso sarà “lungo e fragile, ma necessario per ricostruire la fiducia”.
ASIA, EXPO CINA-ASEAN: OCCASIONI PER NUOVI ACCORDI INDUSTRIALI
Durante l’annuale edizione dell’Expo Cina-Asean, Han Zheng, vicepresidente della Repubblica Popolare Cinese, ha incontrato presso Nanning, distretto sito nella regione del Guangxi, i leader di Myanmar, Laos, Cambogia e Vietnam, a cui si è aggiunto il primo ministro birmano Nyo Saw, per discutere di sicurezza intorno ai confini della Cina e della protezione del personale e delle infrastrutture costruite proprio in quelle regioni da Pechino grazie ai numerosi accordi stretti con i vicini di qui sopra. L’occasione è arrivata per ribadire la vicinanza del dragone a quelle collettività cosí come la volontà dei mandarini di proteggere i loro regimi, in particolare quello birmano, oggi retto da una giunta militare, e confermando la collaborazione con il Laos per la preparazione del 65º anniversario delle relazioni bilaterali in vista del 2026. Nella mente pechinese l’attenzione è volta allo sviluppo di numerosi progetti industriali che già Xi aveva denominato “corridoio del riso e del pesce”.
GAZA, ONU: ANCHE PARIGI RICONOSCE STATO DI PALESTINA
Dinnanzi all’Assemblea generale della Nazioni Unite, il presidente Emmanuel Macron ha annunciato l’intenzione del suo governo di riconoscere formalmente lo Stato di Palestina, decisione che segue quelle precedenti di Regno Unito, Canada, Australia e Portogallo. Non si sono fatte attendere le parole di risposta da parte del primo ministro Netanyahu, bollando la scelta francese quale una “enorme ricompensa al terrorismo”: agli occhi infatti di Israele i tentativi dei leader occidentali di riconoscere la Palestina per far pressione sul governo di Tel Aviv affinchè blocchi le azioni miliari a Gaza sarebbe semplicemente un regalo ad Hamas. Eppure proprio in questi ultimi giorni, alcuni funzionari qatarioti hanno inviato a Washington su richiesta di Hamas stesso un documento in cui si propone un cessate il fuoco di sessanta giorni lungo la Striscia con in cambio la liberazione di alcuni degli ostaggi detenuti dal gruppo militare. Pertanto Donald Trump si è detto pronto a incontrare otto leader arabi per discutere con questi se sia possibile attraverso la loro collaborazione un progetto internazionale per gestire la sicurezza a Gaza prima che la questione passi all’Autorità nazionale palestinese (non riconosciuta da Washinton come rappresentate di un soggetto statuale). Non solo, il non riconoscimento di uno stato palestinese va di paro passo con il consistente invio di armi da parte americana a Israele temendo che Tel Aviv, continuando le sue incursioni militari nella Striscia, rimanga isolato in Medio Oriente. Il nuovo pacchetto di armamenti consiste infatti di: 30 elicotteri Ah-64 Apache (3,8 miliardi di dollari), con al seguito 3.200 veicoli d’assalto per la fanteria motorizzata (dal valore di 1,9 miliardi di dollari), e come se non bastasse l’inquilino della Casa Bianca ha ricordato di essere pronto a sanzionare in questa settimana la Corte penale internazionale (Cpi) – che infatti Washington non riconosce – rea di un mandato di cattura contro proprio Netanyahu.
