GUERRA UCRAINA, ANCORA SANZIONI CONTRO MOSCA
Nella speranza di ricondurre Mosca a più miti consigli riuscendo cosí a raggiungere il tanto agognato cessare il fuoco in Ucraina, il presidente americano ha imposto pesanti sanzioni alle due principali aziende petrolifere russe, Rosneft e Lukoil. Ovviamente questo ha portato a un aumento repentino dei prezzi del petrolio sul mercato globale, costringendo le società energetiche cinesi ha sospendere l’acquisto del greggio sul breve periodo; temendo ripercussioni dello stesso tipo sul piano economico infatti anche l’India valuta in queste ore una misura sospensiva, riducendo gli import dalla Siberia per non incorrere nelle sanzioni secondarie da parte di Washington. Il segnale che Donald Trump ha voluto inviare al Cremlino è che sia ormai giunto il momento della tregua nel conflitto in Ucraina, obiettivo a cui gli americani sono determinati, dimostrando cosí di disporre di ampi strumenti coercitivi per appunto condurre Putin al tavolo delle trattative. L’intervento del leader russo non si è fatto attendere, dichiarando che le azioni compiute dall’amministrazione americana sono da catalogare come “atti ostili”, avvertendo poi che la scelta di imporre sanzioni contro quello che rimane il primo Paese al mondo a produrre materie prime non farà altra che logorare sempre di più le economie occidentali (calo dell’offerta e conseguente aumento dei prezzi), affermando che “è ovviamente un tentativo di fare pressione sulla Russia, ma nessun paese e nessun popolo rispettabile decide mai qualcosa sotto pressione”. Mentre il tycoon ha immediatamente replicato: “Sono contento che la pensi così. È positivo. Vi farò sapere tra sei mesi. Le buone conversazioni con Putin non hanno portato da nessuna parte”. Certo l’entourage del presidente Trump non ha mancato di ricordare che, nonostante l’annullamento del tanto atteso incontro al vertice a Budapest, prima o poi un prossimo incontro ci sarà. Con il negoziato in sospensione a data da destinarsi è chiaro come ora le due potenze intendano gestire il proprio giardino di casa, in particolare gli Stati Uniti. L’introduzione delle sanzioni sul greggio infatti potrebbe portare le collettività europee occidentali a dipendere interamente dagli idrocarburi americani, ottenendo cosí le quote di mercato che prima spettavano alla Russia. Allo stesso tempo però Mosca mira a guadagnare tempo e risorse nel campo di battaglia ucraino, cristallizzando le posizioni acquisite lungo la linea di Kinbur e del Donbas, facendo leva sul fatto che una tregua è ora irraggiungibile visto che l’esercito russo continua con le sue offensive nei dintorni di Donec’k e Pokrovs’k. Nella mente del Cremlino e di Putin gli obiettivi politici saranno considerati raggiunti quando la tregua potrà essere spacciata per vittoria agli occhi dei russi.
MEDIO ORIENTE, TURCHIA ATTORE DIRIMENTE
Secondo Donald Trump, la Turchia è ormai potenza certificata, rappresentata dalle istanze massimaliste di Recep Tayyip Erdoğan. Le parole del presidente americano non sono infatti fuorvianti. Ankara è riuscita in questi ultimi anni a unire le proprie ambizioni di potenza sul Medio Oriente alle preoccupazioni americane di lasciare troppi margini di azione a russi e cinesi tra Libia e Siria. Ma non solo: è stato proprio Erdoğan, probabilmente dopo l’incidente della Mavi Marmara del 2010, a costringere Hamas ad accettare la tregua con Israele poi siglata in Egitto presso Sharm el-Sheikh, segno delle simpatie degli statunitensi nei suoi confronti, anche perché fortemente osteggiato da Netanyahu, sicuro di non gradirlo tra i vari mediatori. Non a caso fonti successive che hanno descritto i preparativi alla firma della tregua a Gaza hanno rivelato che Erdogan, conscio del margine di manovra garantitogli da Washington, ha minacciato che se le cose fossero andate male già prima di arrivare a Sharm el-Sheik non avrebbe esitato a tornare ad Ankara con tutte le conseguenze del caso: niente accordo e calo della popolarità per lo stesso Trump. Sfruttando la contingenza politica a seguito della firma della tregua a Gaza, la Turchia si ritaglia cosí una sua sfera di influenza dentro Israele, semplicemente l’incubo che Netanyahu sperava di scongiurare, anelando quello spazio solo per Tel Aviv. Questo infatti il senso del viaggio compiuto dal presidente turco nel Golfo, durato tre giorni e conclusosi il 23 ottobre, per siglare decine di accordi con Kuwait, Qatar e Oman. Eppure la meta privilegiata rimane in ogni caso proprio Doha, target non a caso preso di mira dagli ultimi attacchi israeliani, con cui Gerusalemme ha voluto inviare un chiaro avviso alla Turchia, che si starebbe prendendo gratuitamente troppe libertà d’azione dove non dovrebbe facendo da sponsor alla Fratellanza Musulmana di cui fa parte Hamas. L’unione di intenti tra turchi e qatarini ha dato quindi il via al negoziato per la tregua a Gaza a cui ha fatto seguito la disponibilità dell’Oman a cooperare insieme al Qatar stesso. Grandi esclusi gli egiziani e i sauditi, ancora scossi dai fatti del 7 ottobre ma soprattutto dalla violenza di Israele, che potrebbe minare gli accordi di Abramo e pertanto in definitiva gli equilibri levantini voluti da Washington per bloccare Teheran. Nella mente di Ankara quindi qualora nascesse un nuovo ordine medio orientale dal fallimento degli accordi sopra ricordati, a causa della crisi interna di Israele e di un ritorno al programma nucleare iraniano, ma che comunque potrebbe andar bene agli Stati Uniti, a intestarsene la paternità non potrà che essere la Turchia.
TENSIONE PECHINO-CANBERRA, COINVOLTI DUE VELIVOLI MILITARI
L’attuale congiuntura internazionale focalizzata su Ucraina e Gaza conduce le sue conseguenz anche altrove. Si innalzano anche le tensioni tra Australia e Cina a causa del lancio di due razzi di segnalazione sganciati da un caccia cinese, che avrebbero potuto sfiorare un aereo da pattugliamento australiano P-8A Poseidon, situato nei dintorni delle isole Paracelso. Secondo Canberra, l’azione cinese è stata chiaramente “pericolosa e poco professionale”: nessun danno ma conferma di un atteggiamento sempre più aggressivo da parte di Pechino in quelle aree. In risposta il governo pechinese ha invece accusato l’Australia di portare avanti una “propaganda distorta e assurda”, per smentire quanto affermato dalla stessa Canberra sull’inaffidabilità delle forze armate cinesi. Stando a quanto affermato poco dopo dal ministero della Difesa mandarino la colpa sarebbe da attribuire all’aereo australiano dal momento che avrebbe “violato lo spazio aereo cinese”, giustificando con motivi di sicurezza la manovra del caccia come “legittima, professionale e contenuta”.
IRAQ, BAGHDAD E WASHINGTON ANCORA CONTRO ISIS
Il capo del governo iracheno Mohammed Shia’ al-Sudani ha annunciato che, nonostante il celebre ritiro dell’agosto 2021, un piccolo contingente di consiglieri militari americani, quantificati tra i 250 e i 350, rimarrà in Iraq. Decisione, da quanto si apprende, temporanea, a maggior ragione nonostante l’accordo con Washington che prevedeva la fine definitiva della coalizione nata contro l’Is entro settembre 2025. Le basi che accoglieranno le truppe ancora di istanza sul territorio di Baghdad saranno anzitutto due, ossia Ain al-Asad e al-Harir, cosí da corroborare gli sforzi militari tra Iraq e Siria contro quel che rimane dello Stato Islamico in quelle zone. Si tratta, secondo quanto affermato dallo stesso Al-Sudani, di impedire con gli americani che possano propagarsi senza controllo gli effetti della caduta a Damasco del regime degli Asad, capace di aprire pericolosi vuoti di potere tra Tigri ed Eufrate. In altre parole: che Teheran possa trarne vantaggio o che tornino al potere ex capi jihadisti. La linea di dialogo aperta dal primo ministro iracheno con Washington segna la speranza e la volontà per Baghdad di non ricadere al centro di guerre intestine o vittima per l’ennesima volta delle aspirazioni di potenza iraniane nella regione.
