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Geopolitica in equilibrio instabile tra crisi europee, nuove alleanze e ritorno delle sfere d’influenza

NOTIZIE DAL MONDO - Un riepilogo ragionato delle notizie internazionali

Notizie dal Mondo

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Di Nicola Rubiu

FRANCIA, CRISI GOVERNO: LECORNU SVENTA MOZIONI DI SFIDUCIA

Sébastien Lecornu, il neo e rieletto primo ministro francese, è riuscito fino ad ora a sventare le prime due mozioni di sfiducia da parte delle opposizioni, rappresentate dai due partiti Rassemblement National e La France Insoumise. Il nuovo governo è riuscito a non crollare in sede parlamentare grazie al decisivo sostegno dei socialisti, a cui lo stesso Lecornu promette la sospensione momentanea della tanto osteggiata riforma pensionistica. Se peró da un lato il peggio è stato schivato, dall’altro è bene rendersi conto come il governo Lecornu sia il riflesso della crisi politica in cui è caduta la Francia, crisi testimoniata appunto da questo oltremodo fragile accordo. La concessione sulla riforma delle pensioni – su cui ha chiaramente pesato una buona parola messa dal presidente Macron – segna ormai il pericolo che tanta fragilità intrinseca all’Assemblea nazionale arrivi a intaccare in ultimo l’Eliseo, emblema della stabilità della Quinta Repubblica voluta cosí da De Gaulle, dimostrata non a caso dal dietro front fatto proprio sul taglio alle pensioni voluto da Macron e approvato senza avere la maggioranza in parlamento, con i conseguenti tumulti di piazza di quest’ultimo periodo e, ricordando l’esito delle elezioni presidenziali del 2024, lo spostamento del baricentro politico dalla presidenza all’assemblea legislativa, quasi un inedito nella storia della Francia: non solo quindi le numerose concessioni alle opposizioni, ma ora la fragilità francese si fa più profonda. Lo scenario che si potrebbe prospettare, il peggiore visti precedenti mai cosí negativi come ora, è che la Quinta repubblica, incapace di prevenire l’indebolimento oggi della stessa presidenza quale cardine della stabilità dell’Esagono, sia giunta alla fine, incapace di trasformare a proprio vantaggio il cambiamento, in quanto abituata a governi emanazione della forza dell’Eliseo, a cui si sta legando una perdita di credibilità in politica estera, con Parigi che arretra in un continente africano da cui è sempre più fuori, e da un continente europeo dopo il sostegno al riarmo si fa sempre più fiacco.

GROENLANDIA, COPENAGHEN RISOLUTA A DIFENDERE ISOLA

Venerdì scorso Copenaghen ha annunciato il secondo pacchetto per la difesa dell’Artico e del Nord Atlantico, insieme  alle autorità di Nuuk e delle Isole Faroe. L’obiettivo è chiaramente quello di rafforzare la presenza danese nell’isola, dimostrazione di forza verso chiunque voglia interferire o proiettare influenza su quel territorio, con l’istituzione di un quartier generale per il Comando Artico a Nuuk e di un’unità militare specializzata nel campo logistico e del supporto. Risulta però centrale il ruolo che la Danimarca intenderà assumere sulle acque: Copenaghen infatti mira a porre in azione un tipo di pattugliamento aereo con capacità antisommergibile, in coordinazione con altri membri Nato, investendo poi su una flotta artica che consterà di cinque navi rompighiaccio. Tornando alla Groenlandia: la difesa dell’isola passerà attraverso l’uso dei droni e l’ammodernamento dell’aeroporto di Kangerlussuaq, nella zona sud-occidentale. Centrale sarà però l’installazione di un radar per la sorveglianza aerea intorno alle acque di Giuk-gap, a cui seguirà l’acquisizione di 16 nuovi F-35 oltre a quelli già in dotazione. Gli abitanti groenlandesi si dicono soddisfatti di questo progetto, dato che la visione di Copenaghen non è solo militare: la decisione di installare un nuovo cavo sottomarino tra Danimarca e Groenlandia migliorerà di conseguenza infrastrutture e collegamenti. Certo l’attenzione della Danimarca era obbligata vista la congiuntura internazionale e il patente braccio di ferro con Washington, segnalando agli americani anzitutto l’intenzione di non abbandonare un’isola ricca di materie prime, nonostante ufficialmente le ultime esercitazioni militari danesi fossero dovute a presunte attività russe nell’Artico.

ROMA, IMPORTANTE RIUNIONE DEL PROCESSO DI AQABA

Si è svolta a Roma nelle giornate del 14 e 15 ottobre, la riunione dei paesi membri del Processo di ‘Aqaba, forum che venne istituzionalizzato nel 2015 dal re di Giordania Abdullah II, nato all’insegna della lotta al terrorismo e all’estremismo. L’incontro è stato co-presieduto dal primo ministro Giorgia Meloni e dallo stesso Abdullah II, e ha visto la partecipazione dei rappresentati di Ciad, Nigeria, Paraguay, Sierra Leone, Togo, e Algeria, per discutere di come contrastare le attività terroristiche e i loro legami con i numerosi gruppi armati in Africa occidentale e nel Sahel. Il fatto che tale riunione si sia tenuta a Roma segna un importante svolta per la Penisola. Anzitutto, l’Italia viene ritenuta dai soggetti facenti parte del forum un interlocutore degno di ascolto, che quindi può accrescere la sua importanza; a partire dal secondo dopoguerra a oggi Roma infatti non ha mai avuto pretese di imporre la propria influenza a quelle latitudine: scelta sincera ma anche tattica dal punto di vista diplomatico che oggi torna a vantaggio della Penisola, soggetto visto come stabilizzante che vuole parlare alla pari con i paesi africani interessati al dialogo. Altro aspetto centrale nei rapporti con il continente africano è la crescente partnership con Amman, iniziata sul campo militare, dove si sono susseguite negli ultimi anni diverse esercitazioni congiunte, non ultima quelle di Kasotc, struttura militare giordana ritenuta all’avanguardia, a cui poi è seguita nel 2024 la creazione voluta da Amman di un hub per le forze speciali italiane, possibile centro logistico per le iniziative italiane in quei quadranti. In cambio Amman ha ottenuto da Roma ben 141 autoblindo B1 Centauro, oggi pienamente operativi nelle file dell’esercito giordano, aprendo la strada a forme di collaborazione sempre più presenti per quanto riguarda il piano delle ammissioni di personale militare straniero ai corsi di enti e istituti dell’esercito e nei percorsi di familiarizzazione sui Centauro alla Scuola di cavalleria di Lecce. Non solo, Italia e Giordania sono parte di un progetto alternativo alle vie della sete cinese, battezzato “Imec”, per aggirare il Canale di Suez e collegare India ed Europa, aspetto semplicemente centrale anzitutto per la Giordania, in quando diventerebbe uno snodo fondamentale tra Mediterraneo e Oceano Indiano e pertanto un partner importante per Roma nel pattugliamento di quelle rotte.

WASHINGTON, DELEGAZIONE UCRAINA DISCUTE CON AZIENDE DI ARMAMENTI USA

Due importanti esponenti del governi di Kiev, il capo dell’ufficio presidenziale Andrij Jermak e Julija Svyrydenko, hanno incontrato a Washington alcuni manager delle aziende di difesa degli Stati Uniti, tra cui Lockheed Martin e Raytheon, prima che prenda piede il tanto atteso colloquio tra Zelensky e Donald Trump. Cosa chiedo ora Kiev? Certamente i desiderati missili da crociera Tomahawk, che il presidente americano aveva pochi giorni fa minacciato di dare all’esercito ucraino come leva negoziale per costringere Mosca ad accettare le clausole per una cessate il fuoco; ma non solo, la riunione con le aziende di armamenti che collaborano a stretto giro con il Pentagono si è incentrata anche sulla forniture di nuove munizioni con cui dotare i temuti droni a schianto. Fonti vicine agli interlocutori hanno poi confermato che Svyrydenko ha in seguito dialogato con il segretario al Tesoro Scott Bessent per comprendere quale possa essere lo spazio di manovra o autonomia per Kiev nel delicato dossier delle terre rare nel Donbass, in modo che l’Ucraina non si ritrovi completamente fuori dai giochi ad accettare passivamente le decisioni di Washington e Mosca, per altro sul suo stesso territorio. Eppure, proprio nel giorno in cui si tenevano questi incontri negli Stati Uniti, a Bruxelles, in sede di Gruppo di contatto per la difesa dell’Ucraina (Udcg, gruppo di Ramstein), il governo tedesco ha annunciato un nuovo pacchetto di aiuti militari da oltre due miliardi di dollari da inviare all’esercito di Kiev. Il meccanismo con cui questo accadrà è semplice: 500 milioni di dollari serviranno per la compravendita di armi dagli Stati Uniti con la partecipazioni dei baltici più Svezia e Finlandia. In secondo luogo è previsto poi l’invio di sistemi terra-aria Mim-104 Patriot, missili Iris-T, radar, artiglieria più altri razzi e munizioni. Secondo il governo ucraino quindi 120 miliardi di dollari andranno a coprire lo sforzo bellico di Kiev sul campo nel prossimo 2026, invitando i partner Nato a dolvere quantomeno lo 0,25% del pil nazionale nel sostegno contro Mosca. Curioso a tal proposito l’affermazione del segretario della Guerra americano Pete Hegseth: “È giunto il momento che tutti i paesi della Nato traducano le parole in azioni concrete sotto forma di investimenti: tutti i paesi seduti a questo tavolo, senza scrocconi“. 

 

 

 

 

 

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