UCRAINA, DONBAS: RUSSI ANCORA IN AVANZATA
L’esercito della Federazione Russa ha in questi giorni intensificato le sue offensive intorno al Donbas, per respingere i tentativi di avanzata degli ucraini e costringerli alla resa. Le forze armate di Mosca attaccano in modo particolare la città di Pokrovs’k nell’oblast’ di Donec’k (centro urbano ormai ridotto a meno di 60 mila abitanti), anche per fiaccare il morale dell’esercito ucraino, certamente scoraggiato dal conflitto ed esausto, ma comunque reggendo. Soprattutto il governo di Kiev pare demoralizzato dalla patente apatia o distacco degli Stati Uniti, ormai inclini a fare pressioni diplomatiche che costringano Zelensky ad accettare la resa e trovare un compromesso con Mosca, sempre più contrari a continuare con il supporto militare e finanziario per la causa ucraina. Il presidente Volodymyr Zelensky e la premier Julija Svyrydenko non sono ancora intenzionati a cedere riguardo le concessioni territoriali, formali o sostanziali che siano, certi che in tal caso i caduti tra le fila dell’esercito di Kiev saranno inutili, tanto a Pokrovs’k quanto Myrnohrad: i soldati ucraini infatti da un lato cercano di resistere e dall’altro favoriscono la fuoriuscita degli altri commilitoni prima e nel mentre che i militari russi occupano interi distretti. Proprio in queste ore le forze russe hanno occupato il ventitreesimo villaggio nella regione di Dnipropetrovs’k e, stando ad alcune fonti, continuano a mobilitare nuove reclute per le già programmate battaglie di Lyman e Sivers’k, probabilmente le ultime due grandi roccaforti prima di dichiarare russo l’intero Donbas e accettare cosí la proposta americana di cessate il fuoco.
FRANCIA, PICCOLA MA IMPORTANTE VITTORIA DI LE PEN IN PARLAMENTO
Da quando esiste la Quinta Repubblica il parlamento francese non aveva mai votato un testo presentato dall’estrema destra. Il Rassemblement national (Rn) di Marine Le Pen ha pertanto ottenuto una vittoria, seppur di misura, convincendo l’assemblea a votare sull’abrogazione degli accordi franco-algerini del 1968, quando gli algerini stessi, ottenuta l’indipendenza da Parigi, ottennero un trattamento giuridico speciale in quanto immigrati in Francia. Si tratta di una piccolo punto in favore della Le Pen, dal momento che il testo non è vincolante e pertanto il presidente Macron può decidere se respingerlo o modificarlo. Il dato più importante è però quello strutturale. Anzitutto le difficoltà sistemiche in cui ormai versa la Quinta Repubblica hanno contribuito largamente alla sua incapacità di arginare le fazioni estremiste, specialmente se di destra, cosa successa in tal caso grazie al voto favorevole e determinante dei repubblicani, che fino a poco tempo fa si allineavano alla posizione mediana dell’Eliseo, anche per arginare il partito di Le Pen, cosa che invece non è accaduta questa volta e pertanto indebolendo ulteriormente la figura di Macron. Un altro aspetto importante da considerare: la forza di RN determina ormai lo spostamento del baricentro del potere politico dalla presidenza all’Assemblea nazionale, portando di conseguenza a un ribaltamento dei rapporti di forza: prova ne siano gli ultimi due anni, in cui le proposte di legge sono state sistematicamente bloccate dalla convergenza delle forze di opposizione contro il governo, tramite il potere di veto e forti dei seggi conquistati dopo le elezioni anticipate del 2024, arrivando oggi con il partito di Le Pen che riesce a far passare le proprie proposte legislative. Entrando ora nello specifico del fatto sopra ricordato, le pressioni di RN sulla politica migratoria francese, se ormai indirizzate in tal senso, sono potenzialmente destabilizzanti: tale risoluzione infatti renderebbe più ostici i criteri di accoglienza degli stranieri algerini in Francia, facilitandone le espulsioni e di conseguenza inasprendo i rapporti tra Parigi e Algeri, che invece l’Esagono sta provando ad addolcire, come testimoniato dalle ultime iniziative dell’Eliseo. I rapporti franco-algerini sono già difficili, specialmente se si considera che Parigi ha sostenuto il piano di autonomia marocchino per il Sahara Occidentale, fermo restando che le ostilità nei confronti di Algeri era già rintracciabili tra le fila dello stesso schieramento macroniano e filogovernativo, ad esempio le posizioni di Bruno Retailleau (Les Républicains, ex ministro dell’Interno), Édouard Philippe (Horizons, ex premier), Gabriel Attal (ex premier) e in diverse momenti pure Macron. Ultima considerazione. Le Pen ha ottenuto una vittoria sul piano sia simbolico sia istituzionale, portando il fu Front National del padre in parlamento a livelli di consenso mai raggiunti prima ed evidenziando un’agenda politica molto importante nella vita quotidiana dei francesi; Il Rn rappresenta in quanto partito una percezione nella società francese, dove i mancati risultati in materia di gestione del flusso migratorio, ovvero il fallimento delle politiche di assimilazione dello straniero sono spesso e storicamente forieri di un possibile conflitto civile.
AFRICA, GUERRA IN SUDAN: URGE ACCORDO PER CESSATE IL FUOCO
Al-Fashir, capitale del Nord Darfur e ultimo baluardo di resistenza dell’esercito regolare nella regione, è caduta dopo 18 mesi di assedio dove centinaia sono stati i morti cosí come i casi di brutalità efferate contro soldati e civili, in un crescendo segnato dall’avanzata ormai incontrastata delle Forze di supporto rapido (Rsf) nelle regioni orientali del Sudan. Sul piano tattico, la caduta di questa città conferma la forza delle armate del generale Mohamed Hamdan Dagalo, detto “Hemetti”, nel Sudan occidentale, essendo riuscite a cristallizzare il controllo militare del presidio logistico Ovest–Nord verso Ciad e Libia che certamente faciliterà gli afflussi di armi e carburanti. La popolazioni reagirà, con episodi di guerriglia urbana e i soldati regolari che intensificheranno i bombardamenti e raggrupperanno miliziani contrari alla presenza dell’Rsf. Tale vittoria è nei fatti quasi solo tattica: gli equilibri nel Sudan sono stati e saranno sempre precari, rendendo insufficiente la stabilizzazione momentanea di quella regione geografica determinata dal solo rapporto delle forze in campo. Il Sudan rimane diviso da diatribe etniche interne e l’Rsf si trova da ora a gestire città e territori dilaniata dal caos della violenza e della povertà, privi di linee di comunicazione e collegamento. Quanto basta per affermare che la fine della guerra non sarà la vera fine del conflitto, cioè l’inizio di un periodo di pace. Di fronte ormai ai casi ampiamente documentati di pulizia etnica da parte dei paramilitari e a una crisi umanitaria in corso, Stati Uniti, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti ed Egitto sono entrati in contatto per raggiungere il prima possibile una tregua, anche se per ora non si vedono accordi all’orizzonte.
USA-CINA, VICINA INTESA SU TERRE RARE E DAZI
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump e il leader della Repubblica Popolare Cinese Xi Jinping si sono incontrati a Busan in Corea del Sud per trovare un’intesa su temi che vanno dalla guerra dei dazi alle terre rare, dalle guerre in diversi angoli del mondo al problema della sicurezza e del traffico di droga che arriva negli Stati Uniti dall’America latina, in modo particolare il fentanyl (oppioide impropriamente consumato oggi come droga e che ha causato milioni di morti). Il tycoon si è detto molto ottimista sull’andamento del dialogo con Pechino, definendo l’incontro “sorprendente”, specialmente per quanto riguarda il mettersi d’accordo sull’utilizzo delle terre rare e risolverne cosí la diatriba. In segno di avvicinamento, Pechino ha quindi deciso di sospendere le restrizioni all’export delle terre rare stesse tornando ad acquistare quantitativi di soia da Washington, che si impegna a ridurre parte delle tasse doganali che colpiscono i beni cinesi.
