MEDIO ORIENTE, ISREALE COLPISCE MEMBRI HAMAS A DOHA
Israele ha colpito alcune esponenti della delegazione di Hamas giunti a Doha per i negoziati di pace, causandone la morte. Mentre Washington è subito intervenuta per affermare di non essere stata avvisata in tempo da Tel Aviv circa appunto questo attacco, quest’ultima ha dimostrato di poter e voler agire senza seguire i cauti consigli di soggetti esterni, cosa che segna la ormai debole deterrenza americana, qui in una situazione ancora più grave dal momento che ad essere attaccato è un alleato formale degli Stati Uniti, con Trump che, al telefono con Netanyahu, ha esordito, secondo quanto riportato: “È inaccettabile. Ti chiedo di non ripeterlo”. Ma Isreale non ha nessuna intenzione di fermarsi, annunciando di voler proseguire con gli attacchi e “in tutte le nazioni che ospitano terroristi” intimando a Doha di consegnare i membri di Hamas presenti proprio nella capitale qatariota. Israele profitta del chiaro momento di difficoltà vissuto da Washington per via dei subbugli politici degli ultimi giorni e dal negoziato con il Cremlino, ora in fase di pericoloso stallo. Negli ultimi tre giorni infatti sempre Tel Aviv ha attaccato nei fronti di Palestina, Siria, Libano, Yemen, Qatar e le coste della Tunisia. Visibilmente preoccupati i paesi del Golfo, che intendono portare la questione sul tavolo dell’incontro arabo-islamico convocato in via emergenziale da al-Thani a Doha tra domenica e lunedì, non volendo più accettare attacchi israeliani sui propri territori, dubitando di conseguenza dell’affidabilità del partner ebreo e potendo pertanto rifiutarsi di ospitare in una delle capitali eventuali negoziati di pace. All’interno della Lega Araba, un paese antagonista di Israele ma che oggi svolge un ruolo di deterrenza anti-iraniano, cioè l’Egitto, ha già esposto le sue preoccupazioni su una eccessiva accondiscendenza verso Tel Aviv, proponendo di creare semmai una difesa araba comune contro Teheran in ambito quindi regionale, con al centro la tutela della sovranità degli Stati membri e le risorse naturali del mondo arabo. Eppure Al-Thani è oggi atteso da Donald Trumo, dove incontrerà il segretario di Stato Marco Rubio, per sondare la concretezza di una tregua a Gaza grazie alla sua mediazione, limitando cosí le azioni militari gerosolimitane, rivalutando pertanto il senso degli accordi di Abramo.
PARIGI, CADE IL GOVERNO DI BAYROU
La caduta del quarto governo francese si unisce a nuovi movimenti di piazza volti a bloccare la Francia. Per quanto però i due fatti viaggino in parallelo, sono frutto di due aspetti diversi del Paese: la prima è politica, la seconda sociale; ciò che accomuna due facce della stessa paralisi strutturale è per Parigi il fallimento del premier Bayrou di trovare una forma di governo centrista, dal momento che non ha più i numeri per governare, ricorrendo sempre più a forzature istituzionali nella speranza che l’Assemblea approvi i suoi disegni di legge. Situazioni che proprio la Quinta Repubblica intendeva scongiurare. Il governo Bayrou è infatti caduto sulla bocciatura del piano di bilancio per contenere l’aumento vertiginoso del debito pubblico francese (114%), unendo crisi istituzionale e crisi identitaria. Tale fallimento ha quindi alimentato le proteste del movimento “Bloquons tout” per contrastare le riforme Bayrou dopo le già note contestazioni alle politiche macroniane volte, secondo loro, a smantellare lo stato sociale, oggi tra i più indeboliti del continente visti i livelli di indebitamento, nonostante lo stesso Macron si rifiuti di tassare le classe più agiate, tra gli imputati agli occhi dei cittadini francesi della classe media di sfilacciare il tessuto sociale transalpino. Pare infatti che Parigi abbia oggi perso il contatto con le piazze, come mostrano i suoi livelli di popolarità e le attuali proiezioni di voto dove in testa è la destra del Rassemblement national.
AFRICA, CONCLUSI LAVORI DIGA GERD
Dopo quattordici anni di lavori si è finalmente conclusa la costruzione della Gerd (Grand Ethiopian Renaissance Dam, Grande Diga del Rinascimento Etiope), pensata e da oggi quindi capace di generare più di 5.000 Mw di energia sfruttando il corso del Nilo Azzurro. Il messaggio che in questi ultimi anni ha voluto inviare il governo di Addis Abeba ai Paesi vicini e a quelli del Nord Africa chiarisce pertanto le sue intenzioni di grande potenza nella regione e lungo il Corno d’Africa, soprattutto attraverso la narrazione che si è fatta intorno alla costruzione della diga stessa, ovvero sia quale volano di una prossima transizione energetica a guida chiaramente etiope, come ad esempio la produzione di auto elettriche – e commerciali – o la vendita di energia al resto della zona. Quali sono però gli obiettivi? Presentarsi anzitutto come soggetto profondamente cambiato dopo anni di scarsissimo dialogo diplomatico con gli altri Paesi africani, ragion per cui la disponibilità energetica offerta oggi da Addis Abeba è un modo per riavvicinare gli altri soggetti regionali: l’attivazione della diga si presenta quindi come elemento del soft power etiope, capace da subito di produrre risultati alquanto soddisfacenti, si pensi non a caso all’apertura della Somalia, rivale storico dell’Etiopia e in aperto conflitto con quest’ultima in tempi più recenti. Un secondo obiettivo è poi quello di porsi al centro degli equilibri politici tra i Paesi nordafricani e subsahariani. Il problema principale è infatti con l’Egitto, che non ha mai accettato ingerenze esterne da parte di Paesi terzi e intorno al Nord Africa, eletto a sua zona di elezione, aspetto questo che ha destato non poche preoccupazioni negli Stati subsahariani, che pertanto si sono visti esclusi proprio dal Cairo ad avere voce in capitolo su fonti di approvvigionamento energetico, possibilità oggi invece concreta specialmente ai loro occhi abbracciando il progetto della diga Gerd (Paesi come Kenya, Gibuti, Tanzania, Sud Sudan e Uganda).
ROMANIA, ALTRI DRONI RUSSI DOPO I FATTI IN POLONIA
Un drone russo ha violato lo spazio aereo della Romania, superando il controllo dei caccia F-16 di Bucarest. Per il ministro degli Esteri rumeno Toiu si è trattato di intrusione “inaccettabile e irresponsabile”, mentre l’Alto rappresentante dell’Unione Europea per la politica estera Kaja Kallas è intervenuta poco dopo affermando che questa è una “grave minaccia alla sicurezza regionale”, specialmente se si considera che si tratta della seconda ingerenza di armi russe in territorio Nato dopo i fatti accaduti la settimana scorsa in Polonia. In risposta, il segretario dell’Alleanza atlantica Rutte ha annunciato l’esercitazione Eastern Sentry, intorno alla quale si cerca di “aggiungere flessibilità e forza alla postura difensiva” dei Paesi europei dal Baltico al Mar Nero fino all’Artico; l’esercitazione si incentra sull’utilizzo di due F-16 e una fregata anti-aerea danese, tre Rafale inviate da Parigi più quattro Eurofighter tedeschi. Nel mentre Kiev ha colpito due delle maggiori raffinerie russe a Ufa, nella Baschiria, e a Kirishi, nel distretto di Leningrado, dove un impianto industriale produce oltre 350 mila barili al giorno, peggiorando la crisi energetica russa, (numerosi sono i video che mostrano code ai distributori), costringendo Mosca ha imporre il blocco delle esportazioni di benzina fino al 30 settembre e un divieto parziale fino al 31 ottobre.
