Da una recente pubblicazione “Bio in cifre-2024” promossa dal MASAF e realizzato da ISMEA, in collaborazione con il CIHEAM Bari e con i dati forniti dal SINAB, si ha una fotografia molto accurata delle principali dimensioni strutturali e degli indicatori economici del settore biologico italiano, oltre che delle sue filiere.
Comparto, quello del bio, che ha forti ricadute agricole, ma anche ambientali e sociali, e che sta assumendo un ruolo sempre più fondamentale nelle politiche agricole comunitarie.
Basti considerare che a livello comunitario, nella specifica Misura SRA29 nel periodo 2023/2027, sono stati assegnati oltre 2,2 miliardi di euro, pari al 48% di tutti gli interventi agro-climatico ambientali e pari a quasi il 14% della spesa pubblica totale prevista per il secondo pilastro.
Con una Superficie Agricola Utilizzabile (SAU) di circa 2,5 milioni di ettari ed un incremento del 4,5% rispetto al 2022, l’Italia ha già occupato, come biologico, ben il 19,8% della sua superficie, avvicinandosi all’obiettivo comunitario del 25% di SAU biologica da raggiungere entro il 2030.
Valori che grazie alle 84mila aziende agricole presenti sul territorio nazionale, ci fanno conquistare la leadership in campo comunitario.
Basti pensare in Italia abbiamo un numero di aziende che è più del doppio rispetto a quelle presenti Germania ed un 30% in più in confronto alla Francia.
Guardando molto da vicino la realtà sarda, utilizzando sempre i dati elaborati dal SINAB, vediamo che nel 2023 c’è stato un incremento della SAU, arrivando a 175.059 Ha contro i 171.462 Ha del 2022, con una crescita netta di 3.597 Ha, pari al 2,1% sul totale.
Superficie che è rappresentata per circa l’88%, da colture foraggere, pascoli e da prati e solamente con il 3,5% d’alto reddito, come la vite e l’olivo e condotta in 2.434 aziende agricole biologiche nel 2024, contro i 2.310 del 2023, con un incremento del 5,4%.
Però non sono tutte rose e fiori.
Infatti, nella sua recentissima relazione speciale n. 19/24, la Corte dei Conti Ue mette in dubbio l’efficacia dei premi comunitari al biologico, che considera pochi per il raggiungimento dell’obiettivo del 25% della SAU del territorio comunitario, entro il 2030.
Per la Corte l’attuale strategia adottata, verso il comparto del biologico, presenta “carenze significative”, oltre al fatto che non sono stati definiti né una visione né valori-obiettivo, prestando troppo poca attenzione ai requisiti e alle esigenze del settore.
Con la naturale conseguenza che il comparto del bio è ancora relegato ad un mercato di nicchia.
“L’agricoltura europea sta diventando più verde e l’agricoltura biologica svolge un ruolo fondamentale in tal senso”, ha dichiarato Keit Pentus-Rosimannus, membro della Corte responsabile dell’audit.
E’ dagli storici Regolamenti 2092/91 e 2078/92 che l’UE favorisce e premia gli agricoltori che applicano il metodo dell’Agricoltura Biologica, sia come conversione che come mantenimento e, visto che nella passata programmazione l’Europa ha investito circa 12 miliardi di euro, ben vengano i 15 previsti nella presente programmazione.
Certamente, dai dati Eurostat, nel 2022 l’Unione Europea aveva il 10,5% della superficie coltivata con metodi dell’agricoltura biologica, con estremi che vanno dal 5% dei Paesi Bassi, Polonia, Bulgaria, Malta ed Irlanda per arrivare ad oltre il 25% in Austria.
Mentre, in Italia, ricordo che siamo arrivati, nel 2023, al 19,5% e ci stiamo dando ancora da fare.
In generale, però, i paesi comunitari si stanno impegnando poco, senza far sviluppare il mercato o incentivare la produzione, ricevendo le giuste bacchettate dalla Corte dei Conti dell’UE.
Di fatto, ed è sotto gli occhi di tutti, si sta venendo a creare un comparto legato ai sussidi, mentre bisognerebbe pensare, seriamente, più al mercato.
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