ITALIA-ARABIA SAUDITA, TAJANI: RIYAD CENTRALE NEL MEDITERRANEO
“I rapporti commerciali tra Italia e Arabia Saudita sono molto positivi, l’ho inserita nel piano per l’export italiano, le imprese del nostro Paese sono pronte a condividere il saper fare”. Con queste il ministro degli Esteri italiano Tajani è intervenuto nell’incontro ufficiale presso Villa Madama con il suo omologo saudita, Faisal bin Farhan. Al centro della giornata due importanti questioni: il rafforzamento della cooperazione economica e di quell diplomatica per risolvere la crisi in Medio Oriente, intorno alla quale lo stesso Tajani ha ricordato la disponibilità italiana a lavorare proprio al fianco anche di Riad per quanto riguarda il Corridoio Imec, che connette il subcontinente indiano all’Europa col tramite delle vie di comunicazioni levantine, in cui centrale è non a caso proprio l’Arabia Saudita. Sul piano politico, sempre il viceministro ha affermato poi che “tutta la nostra azione è rivolta a Gaza”, per giungere finalmente a un cessate il fuoco, fermare il massacro di civili e liberare gli ostaggi israeliani. “Lavoriamo insieme per la soluzione a due Stati”, ha aggiunto, ribadendo la necessità di una missione internazionale onusiana “a guida araba, anche saudita, per costruire lo Stato palestinese”. Da parte sua, Faisal bin Farhan ha ricordato la collaborazione con l’Italia e la “convergenza di vedute” riguardo a Gaza, affermando l’ urgenza di “arrivare a soluzioni pacifiche per tutti i popoli della regione” condannando l’uso della forza “contro i civili di Gaza e della Cisgiordania”. Sul versante economico, Bin Farhan ha ribadito l’importante posizione strategica dell’Arabia Saudita per l’Italia, fondamentale crocevia geografico per chi si affaccia sul Mediterraneo e intende percorrerlo dritti verso l’Africa. Salem Alsambi, membro dell’Italy-Saudi Business Council, ha spiegato che “le relazioni bilaterali sono forti e diversificate, comprendono economia, commercio e diplomazia. L’Arabia Saudita rappresenta un partner fondamentale per l’Italia nel Golfo, con la presenza di aziende italiane come Eni e Saipem in progetti energetici e infrastrutturali connessi alla Vision 2030”. Non solo, Yusuf Abdul Sattar Al-Maymani, vicepresidente del Saudi-Italian Business Council: “Dal 1932, anno della firma del trattato di amicizia, le relazioni hanno conosciuto una crescita continua, con l’Arabia Saudita tra i principali fornitori di petrolio e prodotti petrolchimici all’Italia e, al tempo stesso, con un export italiano sempre più rilevante nei settori industriali e manifatturieri. Le camere di commercio e le istituzioni di entrambi i Paesi hanno avuto un ruolo fondamentale nel sostenere missioni imprenditoriali e promuovere le opportunità legate alla Vision 2030. Il contesto regionale e i mutamenti nel mercato energetico globale possono incidere sul ritmo degli investimenti e della cooperazione. La vera prova sarà mantenere equilibrio tra interessi economici e progressi politici, in particolare sulla questione dei due Stati”. Tale incontro conferma dunque il ruolo che l’Arabia Saudita intende giocare nelle dinamiche che ormai interessano sempre piú profondamente il Mediterraneo, con l’Italia, che intende cogliere l’occasione per consolidare e riprendere spazi di manovra lungo il Nord Africa e in Medio Oriente.
CYBERSICUREZZA, AZIENDE CINESE DENUCIATE PER HACKERAGGIO
Il cyberspazio è certamente uno degli aspetti centrali che interessano, e che interessano sempre di più nel futuro, la competizione tra Washington e Pechino a livello planetario, con il coinvolgimento di attori secondari, pubblici e privati, ciascuno in base al proprio soggetto di riferimento. Il “Countering Chinese State-Sponsored Actors Compromise of Networks Worldwide to Feed Global Espionage System”, ha diffuso pubblicamente, denuncia a cui ha preso parte tra l’altro anche l’Italia attraverso le sue agenzie di spionaggio, una certa campagna propagandistica malevola da parte di Pechino. Il report chiarisce che gli hacker incolpati di tali attacchi erano già ben noti e quindi sotto indagine con sigle particolari quali Salt Typhoon, Operator Panda, RedMike, UNC5807 e GhostEmperor. Non si è trattato di operazioni isolate, ma di un insieme di gruppi di hackeraggio con base in Cina, che agiscono fingendo di essere aziende private ma che agiscono in parallelo con il Ministero della Sicurezza di Stato e con l’Esercito Popolare di Liberazione cinese. Le incursioni cibernetiche hanno minacciato reti di telecomunicazioni, infrastrutture militari, trasporti e persino strutture alberghiere, con il chiaro obiettivo di controllare i backbone delle comunicazioni e danneggiare i router degli operatori, rimanendo quindi invisibili per sabotare infrastrutture, tenere traccia di spostamenti e in generale della comunicazione di un Paese. Si tratta però di attività capaci di interferire sui sistemi nazionali dove questi risultano particolarmente e ancora deboli in tema appunto di cybersicurezza, manipolando configurazioni di rete. Dal rapporto emerge che le operazioni denunciate si collegano a tre aziende con sede in Cina – Sichuan Juxinhe, Beijing Huanyu Tianqiong e Sichuan Zhixin Ruijie – che forniscono le proprie tecnologie e knowhow al Ministero della Sicurezza di Stato.
MAR ROSSO, SI INTENSIFICANO ATTACCHI YEMENITI CONTRO TEL AVIV
Gli Houthi continuano gli attacchi contro Israele, riaprendo il fronte sul Mar Rosso e proprio in Yemen. Domenica il bombardamento a grappolo in territorio israeliano ha dimostrato determinate falle nel sistema difensivo di Tel Aviv, nonostante il celebre scudo Iron Dome e il supporto americano con Thaad (uno dei più tecnologici sistemi terra-aria a disposizione). Malgrado le note difficoltà che stanno attraversando Hezbollah e le milizie sciite irachene, i ribelli yemeniti hanno comunque continuato i combattimenti: sono infatti piú di sessanta gli episodi da inizio anno, attraverso missili e droni kamikaze, dunque un costante pericolo per Israele. Il movimento paramilitare in questione beneficia certo di aiuti militari esteri, specialmente iraniani, eppure risulta incredibile la capacità di diversificare apparati logistici e strumenti di comunicazione vari, nonostante gli ingenti attacchi americani in sostegno a Tel Aviv li abbiano fortemente indeboliti, ma non eliminati, segno della minore capacità di deterrenza di Washington. Non solo, gli attacchi compiuti dagli houthi catalizzano intorno a se una forte propaganda: i loro combattimenti vengono infatti descritti come martiri, in segno di vicinanza e aiuto ai palestinesi e a quelle popolazioni colpite dalla violenza occidentale in Medio Oriente, propaganda utile tra l’altro a convogliare nuovi arruolamenti nelle file antisemite. Un’analisi dello Stimson Center avvisa poi che la Cina fornisce agli Houthi tecnologie dual-use, dai sistemi satellitari ai componenti per droni, per consolidare la propria influenza lungo il Mar Rosso minando la credibilità e deterrenza americana nei mari, fulcro della globalizzazione a guida statunitense: oltre il 60% dei traffici tra Cina ed Europa passa da Suez, permettendo alle navi cinesi di aumentare il loro tonnellaggio, senza troppe interferenze da parte appunto di Washington. Eppure Pechino teme che la questione si complichi eccessivamente; mantiene infatti un comportamento peculiare: non condanna i ribelli, ma invia le navi militari nel Mar Rosso, in segno quantomeno di responsabilità. La resistenza del movimento yemenita si fonda così su questi due aspetti: armi iraniane e supporto tecnologico cinese. Molto probabilmente vi è il coinvolgimento anche della Russia, in qualche modo fornitrice anch’essa di armamenti e sostegno logistico. La crisi locale si allarga quindi nello scenario globale, che pertanto si intreccia con questioni solo apparentemente regionali, essendovi coinvolta la principale e planetaria competizione tra potenze, in primis Usa e Cina.
ONU: FRANCIA, GERMANIA, UK CONTRO TEHERAN
Francia, Germania e Regno Unito hanno notificato giovedì presso il Consiglio di Sicurezza dell’Onu l’intenzione di reintrodurre automaticamente le sanzioni sospese con l’accordo nucleare del 2015 (Jcpoa) con l’Iran. Si tratta di una decisione, confermata tra l’altro ufficialmente da fonti diplomatiche europee, molto dura nei confronti di Teheran, la più severa degli ultimi anni. Nel testo inviato ai membri del Consiglio di Sicurezza, i tre Paesi hanno chiarito che per il mese corrente, quindi prima che le sanzioni diventino effettive, ci possono essere eventuali spiragli per un dialogo con l’Iran e definire cosí un nuovo accorso sul nucleare, cosí da arrivare a una distensione tra Usa e Iran e permettere le ispezioni ai siti nucleari per l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (Aiea), soprattutto i depositi di uranio al 60% che non sono stati colpiti dai missili americani e israeliani. La strada è però molto in salita, non si vedono infatti progressi all’orizzonte anche perché lo stesso Iran non dimostra collaborazione e nessuna preoccupazione per un ritorno delle sanzioni. Mercoledì i ministri degli Esteri di Germania, Francia e Regno Unito, avevano anticipato al segretario di Stato statunitense la loro volontà a procedere, con Teheran che ha già minacciato ritorsioni e la sua intenzione di chiudere qualsiasi collaborazione con l’Aiea, come chiarito dal viceministro degli Esteri Kazem Gharibabadi. La tesi a cui fa appello l’Iran è che una apertura negoziale con i paesi europei che minacciano nuove sanzioni non è lecita in quanto l’intesa in questione si basa su clausole da cui gli stessi americani si erano tirati indietro già nel 2015, salvo ora sostenere Tel Aviv bombardando i siti nucleari. Ma la premura degli europei è forse un’altra: concludere il processo prima che la Russia assuma la presidenza del Consiglio di Sicurezza a ottobre, temendo un possibile rallentamento politico, cosa che però non dovrebbe precludere un avvicinamento diplomatico con Teheran.
