La ricorrenza dell’otto dicembre è tradizionalmente chiamata in lingua sarda “sa festa de Sa Purissima” o “sa die de Sa Purissima”: un titolo antichissimo che anticipa di molti secoli il dogma dell’Immacolata ed è tuttora utilizzato nella liturgia bizantina, ed è ripreso perfino nel Corano.
Nel primo caso lo si ritrova, ad esempio, nell’Horologion delle Chiese ortodosse, in cui si prega:
«… godendo della tua assistenza, o Purissima, io non ho nessun timore».
Nel Corano, dove la madre di Gesù è l’unica donna chiamata per nome, si legge che gli angeli le dissero: «Maria, Dio ti ha prescelto e ti ha reso pura e ti ha eletta su tutte le donne del creato» (Sura 3,42).
In Sardegna vi sono diverse chiese intitolate alla Purissima e sono sorte tutte prima del 1854, anno in cui papa Pio IX ha proclamato dogmaticamente che Maria è stata concepita dai suoi genitori senza la macchia del peccato originale (Immacolata Concezione). Si possono ricordare la Chiesa della Purissima a Cagliari (edificata nel 1554), a Iglesias (consacrata nel 1728), a Lodè in provincia di Nuoro (1739).
La Sardegna fa dunque parte – è il caso di dire a pieno titolo – della storia particolare di questo dogma (verità di fede), che si articola in tre periodi: il primo (IV-IX sec.) riguarda l’intuizione e la convinzione spontanea dei credenti nell’Oriente cristiano, come sant’Efrem ((306-373) che nei suoi Inni definisce la Madonna «tutta pura, immacolata, incorrotta, inviolata»; il secondo periodo (XI-XIV sec.) è contrassegnato in Occidente dalle discussioni dei teologi favorevoli e contrari, mentre il popolo di Dio non sembra avere dubbi sul fatto che Maria sia la primogenita dei redenti; il terzo periodo vede la maturazione e poi la definizione del dogma con la bolla Ineffabilis Deus dell’8 dicembre 1854, dopo una consultazione universale in cui il papa Pio IX chiede ai vescovi di tutto il mondo un rapporto scritto sulla percezione e la devozione del clero e dei fedeli nei riguardi dell’immacolato concepimento di Maria, ricevendo un responso pressoché unanime.
Nelle chiese sarde l’iconografia della Purissima è già quella dell’Immacolata Concezione: Maria a figura intera, splendente di luce, sopra una mezza luna crescente (con le punte della falce lunare rivolte verso il basso perché illuminata dall’alto) mentre tiene sotto i piedi la testa del serpente vinto, simbolo del peccato originale e del male, e porta sul capo una corona di dodici stelle.
L’immagine nasce dall’unione di due passi biblici, presenti rispettivamente nel primo e nell’ultimo libro: la profezia di Genesi in cui Dio dice al serpente: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe: questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno» (3,15) e la descrizione della Donna dell’Apocalisse (12,1): vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e coronata di dodici stelle. A completamento del quadro si può aggiungere il vangelo di Luca in cui l’angelo dell’Annunciazione saluta Maria con l’appellativo «piena di grazia» (1,28) prima della sua maternità e il vangelo di Giovanni in cui il Verbo che si è fatto carne è definito «pieno di grazia» (1,14): dall’incrocio dei due testi emerge la dipendenza della pienezza di Maria dalla pienezza di Dio, si delinea il profilo dell’Immacolata resa costitutivamente tale dall’Immacolato per eccellenza, appare il legame tra il Redentore e colei che è stata redenta anticipatamente in vista dell’Incarnazione di Dio nel suo grembo.
Nella tradizione sarda la festa della Purissima era in origine anche la giornata in cui era vietata qualsiasi attività lavorativa, in caso contrario gli animali degli agricoltori e degli allevatori sarebbero stati colpiti dalla caduta delle corna. Qui appaiono due elementi interessanti.
Il primo è che sembra curiosamente esserci una sovrapposizione tra la tradizione ebraica e quella cristiana, perché la giornata in cui gli ebrei cessano ogni lavoro è il sabato, che per i cristiani è il giorno dedicato a Maria.
La caduta delle corna, invece, sembra ricollegarsi al simbolismo della luna, perché le corna bovine la simboleggiano, soprattutto nelle culture neolitiche, per la loro forma a falce – però in questo caso si tratterebbe di luna calante visto che le corna cadono.
Il senso popolare della tradizione sembra aver colto e reinterpretato queste due analogie.
Si può pure notare che, dal punto di vista simbolico, è ricorrente nelle diverse culture religiose l’identificazione tra la luna e il femminile, come mostrano le numerose dee lunari, figure però non necessariamente positive o comunque ambivalenti, come per esempio la Grande Madre cretese e la Dea Bianca celtica che simboleggiano sia la vita che la morte, la babilonese Ishtar dea della guerra, la dea Ecate della magia nera e della negromanzia, la dea vergine cacciatrice Artemide o Diana, l’egiziana Iside dea della magia, della fertilità e della maternità.
Tuttavia, Maria non è immagine della luna come loro, ma è in piedi su di essa, come se in lei si fossero riunite, purificate e perfezionate le diverse immagini femminili, come a indicare la Donna cosmica o universale, l’eterno femminino, la natura profonda della donna chiamata non solo a discernere tra il male e il bene come una nuova Eva, ma anche e soprattutto a vincere il male.
Ed è come se, ogni anno, l’otto dicembre ricordasse questa vocazione femminile ad ogni donna e ad ogni uomo.
Ph.: Cristiano Cani (https://www.flickr.com/photos/cristianocani/)
