Quest’anno le due feste regionali di sant’Efisio e sant’Antioco sembrano essersi passate il testimone: il simulacro del primo martire è rientrato da Nora il 4 maggio, quello del secondo è uscito in processione il 5 maggio. Il motivo di questa intersecazione è dovuto alla data mobile della festa di sant’Antioco, che si celebra il secondo lunedì dopo la Pasqua, solennità che varia ogni anno in base al calendario lunare.
Secondo la tradizione agiografica e martirologica, entrambi sono morti sul suolo sardo a causa delle persecuzioni scatenate dagli imperatori romani contro i primi cristiani.
Il santo martire Antioco, che ha dato il nome alla cittadina e all’isola sulcitana, era un medico africano esiliato dall’imperatore Adriano nel II secolo d.C., mentre sant’Efisio era un soldato orientale ucciso sotto Diocleziano all’inizio del IV secolo.
La Sardegna li festeggia con processioni solenne, meravigliosi abiti tradizionali e una gara di devozione che sembra quasi un derby religioso, visti anche i diversi primati che contraddistinguono i due Santi.
Sant’Antioco è il patrono della Sardegna, come evidenziano le varie fonti e i documenti scritti nelle varie lingue utilizzate nell’isola nel corso del tempo (latino, italiano, castigliano e sardo logudorese), ma l’importanza di sant’Efisio aumentò così tanto, a partire da metà Ottocento, che talvolta vi è la convinzione che sia quest’ultimo il patrono della regione.
La festa di sant’Antioco è tra le più antiche di tutta Europa, mentre quella di sant’Efisio vanta il primato di essere la processione religiosa più lunga d’Italia con circa 65 km percorsi a piedi, nella quale il cocchio dorato del santo, trainato da una coppia di buoi addobbati a festa, è accompagnato da cavalieri, pellegrini a piedi, suonatori di launeddas e gruppi folk che indossano i costumi dei diversi paesi sardi.
Sant’Antioco è stato definito “protomartire” (Protomartyr Apostolicus) dopo il ritrovamento di un sarcofago-altare con il suo nome, nelle catacombe paleocristiane sotto la chiesa a lui intitolata, ed è ritenuto il primo evangelizzatore giunto nell’isola e il padre della prima comunità cristiana in Sardegna.
Sant’Efisio è considerato il liberatore per eccellenza dopo che l’isola venne salvata dalla peste del 1652 in seguito alle preghiere dei fedeli e gli è stato rivolto un voto perpetuo di gratitudine, che viene rispettato ogni anno con la processione in suo onore.
Di sicuro entrambi i santi hanno lasciato tracce profonde nella cultura isolana, toccando diverse sfere di influenza e importanza per i Sardi.
Del resto il culto dei Santi non è mai, per una città o una regione, un fenomeno unicamente religioso e devozionale, perché guardandosi intorno non è difficile trovare le tracce di un legame profondo con la storia e la cultura di quel luogo, con le attività di quel popolo. Ad esempio San Giacomo, dal quale ha preso il nome la città di Santiago di Compostela, è stato anche il simbolo della “Reconquista’ cristiana della Spagna per liberarsi dell’invasione musulmana; oppure a Prato, città di tessitori, il tesoro più grande è una reliquia di lana, la Sacra Cintola della Madonna.
Come osservava lo storico Hans Conrad Peyer, a partire dal basso medioevo la venerazione per il santo protettore di un luogo rispecchiava l’immagine che gli abitanti avevano del senso e dello scopo della loro città/stato.
Le possibili corrispondenze tra la venerazione di un santo e la formazione di un’identità culturale sono perfino oggetto di una corrente di studi, avviata proprio dallo storico citato, nella quale confluiscono le ricerche relative all’agiografia, all’immaginario urbano, all’autocoscienza della collettività, senza tralasciare le indagini iconografiche sui santi e sulle città.
Anche nel caso di Sant’Efisio e di Sant’Antioco si possono ravvisare due aspetti particolari, due tratti caratteristici, due “anime” della società sarda: il guerriero-cavaliere e il medico-guaritore.
La venerazione del soldato Sant’Efisio, figura coraggiosa e risoluta, capace di dare la vita per ciò in cui credeva, trova corrispondenza nell’eccellenza militare dei Sardi: viene subito in mente la Brigata Sassari, celebre e pluridecorato corpo di élite dell’Esercito Italiano, ma nel Medioevo anche la strategia militare dei Giudicati era degna di nota poiché utilizzava il sistema della muta (tre squadre a rotazione), decisamente innovativo rispetto alle dinamiche vassallatiche del sistema feudale.
Inoltre l’iconografia del santo martire, che spesso è raffigurato a cavallo, rispecchia la profonda connessione dei Sardi con il mondo equestre e la loro passione per l’abilità dei cavalieri, elementi che si esprimono sia con le corse acrobatiche come la Sartiglia sia con l’eccellenza dei fantini sardi riconosciuta in tutta il mondo.
Per quanto riguarda il guaritore sant’Antioco, come non pensare all’importanza e alla diffusione della medicina popolare sarda? Fino alla vigilia della seconda guerra mondiale aveva un ruolo di preminenza tale che la medicina ufficiale stentava a penetrare in modo capillare nelle comunità, e ancora oggi la medicina popolare sarda ha dimensioni più alte della media dei Paesi occidentali.
Sul sito “Sardegna Cultura” della Regione si legge che, secondo una ricerca recente, le persone che nell’isola ricorrono a questo sistema di cura tradizionale sono oltre centomila: ad esempio per i traumi dell’apparato osteoarticolare, per ustioni, sciatica, porri, emorroidi, fuoco di Sant’Antonio ed Herpes Zoster, malattie della pelle. Numerosi anche i fruitori del cosiddetto rito terapeutico contro gli stati critici attribuiti allo spavento.
Non si può tuttavia dimenticare che, in parallelo, si sono sviluppate anche alcune eccellenze mediche e scientifiche per le quali la Sardegna è conosciuta a livello internazionale, dalla ricerca genetica fino alla prevenzione e la cura della talassemia con terapie innovative.
Chi vince, allora, tra sant’Antioco e sant’Efisio? Nessuno dei due. O entrambi. Perché entrambi “parlano” sardo, sebbene in modo differente. Gli studi mostrano infatti come le medesime caratteristiche di un determinato santo vengano sottolineate o interiorizzate in modi diversi a seconda dei territori e delle culture locali.
In tale ottica l’immagine di Efisio, il soldato romano convertito che non esita a disobbedire agli ordini iniqui pur di rimanere fedele alla sua coscienza, risuona con la fierezza e l’indipendenza che hanno sempre caratterizzato l’animo sardo.
Allo stesso modo è possibile immaginare come il racconto della vita di Sant’Antioco, medico che curava il corpo e l’anima anche durante l’esilio in Sardegna, possa aver contribuito a forgiare un ethos culturale nel corso dei secoli, di generazione in generazione.
Figure, quelle dei santi, viste dunque non solo come protettori ma anche come esempi da seguire, modelli di valore o, come diremmo oggi, influencer.
Immagine di Sant’Efisio in fonte web Commons Wikimedia; immagine di Sant’Antioco in Pagina Ufficiale Facebook “Visit Sant’Antioco”.
