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In Sardegna sognare faceva rima con curare (62)

Dall’incubazione nuragica a quella punico-romana e cristiana, fino alla tradizionale medicina dei sogni.

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Di Lorella Marietti

Dormire per essere guariti da un sogno: una pratica comune a molti popoli antichi – la cosiddetta incubazione – che in Sardegna sembra essere già presente nella civiltà nuragica, come riporta Aristotele nella sua “Fisica”, e continua a essere praticata con i Punici e i Romani, come mostrano i templi dedicati al dio Bes/Esculapio, edificati sulla costa sud-occidentale sarda.

 

L’incubazione onirica era diffusa in tutto il Mediterraneo, da Roma al Sud Italia, dalla Grecia all’Egitto. Si svolgeva in un’area sacra e aveva come obiettivo quello di curare il corpo, la mente e lo spirito del pellegrino che giungeva in uno dei molti templi-ospedali.

 

Per predisporsi a sognare si seguiva un rituale di purificazione interiore e alimentare, che culminava in un sonno continuato e protetto per più giorni di seguito, verosimilmente indotto da erbe narcotiche.

 

La guarigione avveniva attraverso un sogno di origine divina che risanava il malato, come indicano le numerose iscrizioni votive che in certi casi parlano addirittura dell’apparizione in sogno del dio stesso, venuto a guarire istantaneamente il sognatore.

 

In alternativa si poteva ricevere un sogno rivelatore che dava indicazioni su come recuperare la salute psicofisica e che veniva interpretato da una figura sacerdotale in grado di comprenderne la simbologia e di prescrivere i relativi rimedi.

 

Due pratiche terapeutiche che, molti millenni dopo, saranno riprese in chiave moderna: da un lato con la “medicina del sonno” e lo studio dei suoi effetti rigeneratori sul sistema nervoso e le difese immunitarie, e dall’altro lato con la psicanalisi freudiana e junghiana centrate sull’interpretazione dei sogni.

 

Potrebbe in qualche modo ricollegarsi all’incubazione onirica pure il commento di Cicerone sulla terra sarda: in una lettera del 17 gennaio del 56 d.C., il grande oratore romano parla della Sardegna come di una terra che fa tornare la memoria e ricordare le cose dimenticate, come se anticipasse il riaffiorare dell’inconscio su cui fa leva la psicanalisi. Sigmund Freud nel suo “Die Traumdeutung” (L’interpretazione dei sogni), pubblicato nel 1889, scriveva che «i sogni ci rammentano continuamente cose a cui abbiamo cessato di pensare e che da lungo tempo hanno perso importanza per noi».

 

Ileana Benati, nella sua pubblicazione “I nuraghi: un’ipotesi simbolica”, inquadra il rito dell’incubazione come percorso di rinascita: la morte-sonno e la nuova vita-risveglio, resi possibili da uno spazio sacro che connette l’umano e il divino per offrire l’opportunità di mutare condizione. Lo stesso Cicerone, nel suo “Cato Maior de senectute”, osserva che nulla è tanto simile alla morte quanto il sonno, e gli animi di coloro che dormono mostrano massimamente la loro natura divina.

 

Nel libro “La religione primitiva in Sardegna”, lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni scrive che gli antichi Sardi «giacevano presso le tombe per cinque giorni: Aristotele, infatti, citava l’esempio, per lui leggendario, dei Sardi come tipico di un sonno così profondo da togliere all’uomo ogni coscienza del tempoE Simplicio aggiunge che i Sardi andavano alle tombe degli eroi per dormirvi lunghi sonni indisturbati, a somiglianza appunto di quegli eroi che parevano dormire ed eran morti».

 

Difficile dire con sicurezza se questi luoghi dell’incubazione potessero essere le tombe dei giganti o alcuni santuari nuragici che, a differenza delle prime, garantivano riparo dalle intemperie, dagli animali selvatici e altri elementi di disturbo.

 

Nelle epoche successive l’incubazione inizia a svolgersi in Sardegna all’interno dei santuari dedicati al dio della salute e della medicina (Bes per i Punici, Esculapio per i Romani) costruiti sull’isola a partire dal III-II sec. a.C., come indicano i ritrovamenti nelle antiche città di Bithia e di Nora.

 

Con l’arrivo del cristianesimo in Sardegna, il rito dell’incubazione si sarebbe spostato nei santuari campestri, in quelle singolari strutture per i pellegrini esistenti solo in terra sarda e conosciute come cumbessias. Il linguista Massimo Pittau evidenzia il collegamento tra il termine “cumbissía, cumbessía” e il latino “cumbere” (giacere, coricarsi, dormire) e poiché il vocabolo “incubazione” deriva dal latino “cubare, (in)cumbere” è probabile che cumbissía significasse anche «dormitorio per la incubazione».

 

Del resto nella Bibbia è data grande importanza ai sogni, sia nell’Antico Testamento (ad esempio con Giacobbe e Samuele) che nel Nuovo Testamento (i sogni di san Giuseppe, dei Re Magi, di san Paolo). Spesso i sognatori biblici ricevono indicazioni sulle scelte da compiere nella loro vita e i loro sogni li avvicinano a Dio e al loro prossimo.

 

La pratica dell’incubazione onirica è presente anche nell’antica tradizione cristiana bizantina, secondo la quale i pellegrini si recavano nella Basilica di Costantinopoli dedicata ai Santi Medici Cosma e Damiano e qui dormivano direttamente in chiesa, chiedendo sogni chiarificatori in risposta ai loro dilemmi e domandando la guarigione dei propri mali, come riportano numerosi libri di miracoli.

 

Nella medicina tradizionale sarda, «bisusu avisusu», i sogni sono avvisi. Il sonno guaritore e l’attività onirica sono associati alla terra, alle erbe e ai luoghi. Claudia Zedda ha approfondito questa tradizione popolare leggendola in continuità con l’incubazione nuragica e concentrandosi sull’aspetto della cura e della comprensione dei sogni, nel solco di una sapienza che offre tesori e strumenti da riscoprire.

 

In un’ottica di rinascita e di nuova consapevolezza risuonano anche le parole di san Paolo, il quale ricorda ai cristiani che è «ormai tempo di svegliarvi dal sonno» (Rom 13,11) e li esorta: «Svégliati, tu che dormi, risorgi dai morti e Cristo ti illuminerà» (Ef 5,15).

 

Immagine: “Il sogno” di Pierre Puvis de Chavannes, 1883, olio su tela, Museo d’Orsay, Parigi.

 

 

 

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