Nella sequenza di queste ultime settimane, in cui si è passati dal nero funebre della morte di papa Francesco al bianco candido della veste del nuovo pontefice Leone XIV, si è dato ampio spazio mediatico a una dimensione umana fondamentale, ritenuta però in crisi: quella simbolica.
Lo evidenzia un cardinale teologo e scrittore, Gianfranco Ravasi, ricordando il fascino e l’interesse esercitato dai simboli che si sono avvicendati in questo periodo nel nostro mondo sempre più tecnologico: la tomba spoglia di Francesco, la fissità quasi mistica di una folla enorme con lo sguardo rivolto verso un modesto comignolo, la solennità misteriosa del rituale del Conclave a porte chiuse da cui niente poteva trapelare o entrare…
Ma anche la riscoperta dell’attesa collettiva: in una società sempre frettolosa e impaziente, tutti aspettavano insieme la fumata bianca o nera, simbolo potente capace di evocare non solo il sì e il no, ma anche tutta la gamma degli opposti, ying e yang, luce e tenebre, perfino il bene e il male.
Per non parlare, poi, dello Spirito Santo: è stato sulla bocca di tutti nei giorni del Conclave, il più nominato dai giornalisti e anche dalle persone in piazza, come se ci fosse un desiderio condiviso di sollevare lo sguardo e di superare la dimensione solamente orizzontale di una realtà priva dell’infinito leopardiano.
È il fascino del sacro, che si esprime attraverso un linguaggio particolare: quello dei simboli.
Un codice che appartiene da sempre ai Sardi, popolo che conosce lo strato profondo della realtà. Infatti nell’acqua dei pozzi nuragici e delle fonti sacre coglie il grembo della vita, nei fili di Maria Lai contempla legami ancestrali da intrecciare, nelle pietre di Pinuccio Sciola ascolta la musica delle ere geologiche, davanti al focolare si lascia trasportare dai racconti del fuoco (“Is contus de fogili”, come dicono a Seui).
Del resto la Sardegna è l’isola dei coralli, cioè della bellezza sotto la superficie, che non si vede fino a quando non ti immergi fino in fondo e rimani senza fiato. È la terra delle fedi nuziali intarsiate di chicchi di grano, augurio di fecondità ma anche simbolo della morte del seme nella terra, che esprime la saggezza viscerale di far morire l’ego(centrismo) per far posto a qualcun altro, altrimenti l’amore non dà frutti.
L’antropologo Bachisio Bandinu dice che l’inconscio sardo è complesso e ha un mondo simbolico ricchissimo. Basta pensare che la parola coltello ha 22 metafore. Ad esempio si dice “parlare come la punta affilata di un coltello”, ma anche – all’opposto – “parlare come un coltello senza lama”.
I Sardi sanno che c’è un linguaggio nascosto che richiede acutezza. Sono emblematici certi nomi dati alle parti del corpo: sa campanedd’e s’uturu (la campana della gola) per dire “ugola,” sa pippia ‘e s’ogu (la bambina dell’occhio) per indicare la pupilla, su pisci ‘ e sa camba (il pesce della gamba) per nominare il polpaccio. Sembrano degli enigmi da risolvere. La definizione s’enna ‘e s’anima (porta dell’anima), utilizzata per la bocca dello stomaco, sembra poi celare tutti i sentimenti e gli stati d’ansia (incluso il mal d’amore) ricollegabili alla classica morsa allo stomaco.
Un altro studioso, il linguista e filologo Dino Manca, in riferimento alla comunicazione dei Sardi, dice che l’intera isola è una sorta di inconscio collettivo, immenso archivio di simboli che si è tramandato nel tempo, di generazione in generazione, e che si è strutturato attorno ad archetipi fondanti, a fantasie e immagini primordiali e condivise, a un ampio sentimento religioso e alle molteplici esperienze intrecciate con altri popoli. Un serbatoio sedimentato nelle profondità della psiche non solo dell’individuo ma di un’intera isola.
Infatti in Sardegna il simbolismo è presente nei miti come nelle feste religiose, nei nomi in coppia dei buoi di sant’Efisio come nelle spirali di su ballu tundu, nella lenta preparazione del pane come nelle sapienti creazioni artigianali, è un insieme di segni, gesti e codici che rivela il modo in cui un popolo concepisce se stesso e vede il mondo, fissandosi dentro la storia e al tempo stesso collocandosi oltre la storia.
Prendendo in prestito le parole dello studioso dei simboli Gerard De Champeaux, si può ricordare che i simboli aggregano le realtà apparentemente più eterogenee rapportandole tutte a una stessa realtà più profonda che è la loro ultima ragion d’essere.
La stessa etimologia della parola ‘simbolo’ racchiude questo concetto: infatti in origine il simbolo era un oggetto diviso in due (per esempio le parti di un vaso, un sigillo o di un monile) e si caratterizzava per il fatto che due persone, separandosi, ne conservavano ognuna una parte. Riaccostando in seguito le due metà, esse avrebbero riconosciuto i loro legami.
Immagine: Maria Lai, Tenendo per mano il sole – Foto di Musacchio lanniello, Courtesy Fondazione MAXXI, in fonte web: Ansa.it
