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SARDEGNA SIMBOLICA – Buon Natale, anzi Bona Paschixedda (seconda parte)

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Di Lorella Marietti

Chiamando “Pasqua” il suo Natale, la lingua sarda pare racchiudere in una parola secoli di meditazioni cristiane.
Ma non è la sola: la medesima tradizione si conserva in Spagna, dove il Natale è detto “Pascua de Navidad” e perfino il fiore rosso della Stella di Natale si chiama in spagnolo “Flor de Pascua”. Quale delle due terre ha influenzato l’altra?

 

Si può ipotizzare che le definizioni linguistiche di entrambi i popoli siano derivate da Costantinopoli: infatti nel rito bizantino si proclama che “Natale è Pasqua” e sia la Sardegna che la Spagna sono state bizantine, la prima a partire dal 533 e la seconda dal 552.

Nella tradizione di Bisanzio l’icona del Natale raffigura il Bambino fasciato in una mangiatoia a forma di sarcofago e la grotta della sua nascita è rappresentata come una tomba, così da prefigurare il sepolcro dove Gesù, di nuovo fasciato, verrà messo il Venerdì Santo per risuscitarne all’alba di Pasqua.

 

In Sardegna la lunga età bizantina si è protratta fino al 1000 circa e alla nascita dei quattro giudicati e proprio nella Carta de Logu dei Giudici di Arborea sono elencate le feste cristiane che contengono nel loro nome la parola Pasqua. Sono praticamente le stesse della Spagna, dove la festa del 6 gennaio è detta “Pascua de Epifanía” e la Pentecoste è conosciuta anche come la “Segunda Pascua” o “Pascua Granada”, in modo analogo alla Sardegna, che ha in più il termine “Pasqua dell’Ascensione” in alcune zone, e infine la Pasqua spagnola è chiamata “Pascua de Resurrección”.

 

Ma non è tutto, perché nella tradizione natalizia della Sardegna e della Spagna vi è un altro termine che sembra evocare il tema pasquale: la Messa del Canto del Gallo, chiamata “Sa Miss’è Puddu” in sardo e “Misa de Gallo” in spagnolo. Sebbene indichi la Messa di mezzanotte della Vigilia di Natale, il suo nome richiama alla memoria il canto del gallo più famoso del Nuovo Testamento: quello che accompagna il rinnegamento di Gesù da parte di Pietro, noto episodio nel contesto della Passione di Cristo, raccontato unanimemente dai quattro Vangeli.

 

L’origine della Messa del Canto del Gallo è attribuita a papa Sisto III che, nel V secolo, la istituì per celebrare la nascita del Messia con una veglia di mezzanotte alle porte del 25 dicembre: da qui la denominazione “ad galli cantus“, che si suppone legata al fatto che questo animale canta a quest’ora (oltre che all’alba e in altri momenti della giornata).

Gli studiosi non sono però concordi sul perché di questa denominazione: secondo alcuni dipendeva dal fatto che, per gli antichi Romani, il canto del gallo a mezzanotte segnava già l’inizio del nuovo giorno; secondo altri il nome dato a questa Messa avrebbe un legame con il simbolismo del gallo, animale associato al sorgere del sole e dunque figura del Cristo “Sole di giustizia” (Malachia 3,20) e “Sole che sorge dall’alto” (Luca 1,78); per altri ancora la definizione sarebbe di origine popolare e si ricollegherebbe a un’antica leggenda in cui si narra che il gallo fu il primo animale ad assistere alla nascita di Gesù e lo annunciò a tutti.

 

Poco documentata, e giudicata la meno credibile, è la teoria secondo cui il nome della “Messa del Gallo” risalirebbe a un’antica tradizione popolare che prescriveva come menù della Vigilia un gallo arrosto. In realtà questa ipotesi ha un nesso con un curioso testo in lingua etiopica della letteratura cristiana apocrifa, il “Libro del Gallo”, in cui si racconta che Gesù durante una cena riporta in vita un gallo arrostito e gli dà la capacità di parlare, incaricandolo di seguire Giuda: il gallo scopre l’imminente tradimento dell’apostolo e lo riferisce a Gesù, ricevendo come ricompensa il paradiso, e da qui in poi il libro procede con la descrizione della Passione di Cristo.

 

Questo fantasioso contesto di carattere pasquale si ricollega ad altre due ipotesi, questa volta storiche, riconducibili al binomio Natale-Pasqua. La prima riguarda il diario in lingua latina della pellegrina Egeria (probabilmente oriunda della Spagna) che andò in Terra Santa intorno al 381 e documentò per la prima volta la tradizione della Messa alla Vigilia di Natale.

La donna riporta che la celebrazione consisteva in una veglia di mezzanotte a Betlemme e da qui partiva una fiaccolata fino a Gerusalemme, che terminava all’alba nella Basilica del Santo Sepolcro (chiamata anche “Chiesa della Risurrezione”), congiungendo così sul piano liturgico la Natività con la Pasqua. La seconda ipotesi è quella che connette il termine “Messa del Gallo” con il fatto che la Messa della vigilia natalizia di mezzanotte veniva celebrata anche nella Basilica di San Pietro in Gallicantu a Gerusalemme, chiesa che conserva la memoria del pianto di pentimento di Pietro avvenuto al canto del gallo.

 

Mezzo secolo dopo papa Sisto III, ispirato dalla tradizione liturgica dell’Oriente cristiano, avrebbe perciò istituito una messa di mezzanotte dopo il canto del gallo nella primitiva Basilica di Santa Maria Maggiore (il cui protocanonico onorario è di diritto il re di Spagna e questo potrebbe spiegare il legame con la tradizione spagnola della “Misa de Gallo”): qui il pontefice romano aveva creato una grotta della Natività simile a quella di Betlemme, da cui la chiesa prese l’iniziale nome di “Santa Maria ad praesepem” (dal latino: praesepium, mangiatoia).

 

Il nesso con i riti della Chiesa di Gerusalemme sembrerebbe la ricostruzione più attendibile dell’origine della “Messa del Gallo”: infatti, trattandosi di una celebrazione voluta da un Papa, è plausibile che si fondasse su una motivazione liturgico-teologica relativa alla tradizione apostolica, per giunta coerente con le meditazioni dei primi cristiani sul Natale-Pasqua.

A ciò si può aggiungere che il Papa, in quanto successore di Pietro, non poteva certo essere indifferente al tradimento petrino e al significato di questa caduta profondamente umana.

 

In tale ottica la “Messa del Gallo” celebrata nella notte della Vigilia di Natale poteva non solo unire simbolicamente la Natività con la Passione, ma anche rappresentare un invito per tutti i fedeli a vegliare (letteralmente) e a vigilare (interiormente) sulla debolezza della natura umana: infatti, nonostante Pietro dichiari più volte nei Vangeli la sua fedeltà a Gesù, nelle ore più cruciali dirà per tre volte di non conoscerlo, scoprendo al canto del gallo di non essere così coraggioso e leale come credeva.
Come dicono i teologi, il canto del gallo non scandisce soltanto l’ora del rinnegamento, ma ricorda a Pietro le parole di Gesù, gli rivela la sua umana fragilità e favorisce l’incontro del suo sguardo con quello di Gesù, suscitandogli il pentimento accompagnato dal pianto (Mt 26,74-75; Lc 22,60; Mc 14,72), e questo iter è paradigmatico per tutti i credenti.

 

Ma l’antica tradizione sarda del Natale sembra riservare ancora un piccolo enigma pasquale, così interessante da meritare un ulteriore approfondimento.

(continua)

 

Immagine: Gesù Bambino con agnello di Bernardino Luini (1480-1532) – VENERANDA BIBLIOTECA AMBROSIANA Milano

 

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