Il 1° gennaio è la festa di Maria, “madre di Dio”, che nella tradizione cristiana è stata accostata alla biblica “donna forte” (Proverbi 31). Un archetipo femminile che trova echi suggestivi nella poesia in lingua sarda di Antioco Casula, detto Montanaru (1878-1957) e nelle opere di Grazia Deledda, Premio Nobel per la Letteratura (1926).
Nei ritratti femminili di questi autori traspare, infatti, il contesto culturale generato dalla cristianizzazione profonda della Sardegna, non come imposizione dottrinale astratta ma come quotidianità vissuta attraverso le confraternite, i novenari, le feste patronali e i riti liturgici.
Il tema biblico della “donna forte” si ritrova ad esempio nei versi del poeta Montanaru che definisce la donna di Desulo “una figura forte come un leccio”, così come ne esalta l’abilità al telaio quasi a creare un parallelo tra i suoi versi e la Bibbia. Da un lato, infatti, appare la donna forte che “si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani, stende la sua mano alla conocchia e le sue dita tengono il fuso” e dall’altro lato c’è Maria tessidora che fa “cantare il lavoro” e mette tutto “in armonia”, e anche Sa tia de filare (“La zia tessitrice”), che tesse “mattina e sera” con “mani venose”.
Allo stesso modo la donna barbaricina celebrata dal poeta è quella che amministra le finanze della casa, che gestisce i terreni o gli immobili di famiglia, proprio come la donna forte della Bibbia “sorveglia l’andamento della sua casa” o “è soddisfatta, perché il suo traffico va bene”.
Anche Grazia Deledda, nel suo romanzo cardine “Marianna Sirca”, tratteggia una donna economicamente indipendente e intraprendente, che gestisce proprietà e capitali come la donna biblica che “pensa ad un campo e lo compra”. Pure negli altri due romanzi dello stesso ciclo narrativo, “L’incendio dell’oliveto” e “La madre”, la donna Sarda difende la ragione, l’ordine sociale e l’etica, richiamando la funzione della donna biblica che “apre la bocca con saggezza e sulla sua lingua c’è dottrina di bontà”.
C’è poi un aspetto fortemente solidale che unisce la donna della Scrittura – la quale “apre le sue palme al misero, stende la mano al povero” – e la donna Sarda che tradizionalmente partecipa alla gestione delle opere di carità nelle confraternite, vere e proprie strutture di aiuto economico e sociale oltre che spirituale, così come durante i novenari le donne diventano protagoniste della preparazione e organizzazione dei pasti offerti a tutti e dell’accoglienza dei pellegrini.
Non manca infine un termine sardo che sembra quasi tenere conto dell’associazione tra la donna forte e Maria che è la madre del “più forte”, cioè Gesù (Luca 11,20-22; Matteo 12,28-29). È la definizione “sa meri” (la padrona, la signora) con cui viene riconosciuto il ruolo della donna Sarda nella gestione della vita quotidiana. Il significato di questa parola sembra proprio ricollegarsi al nome Maria in lingua ebraica, Maryàm o Miryàm, che si traduce con “signora”.
Immagine: Filippo Figari, Il corteggiamento, Affreschi Sala dei Matrimoni, Palazzo Civico Cagliari.
