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S’Ammuntadori: il demone notturno che ti inchioda al letto. (63)

Dal mito al disturbo del sonno: tra demoni notturni, riti popolari e intuizioni mediche ante litteram.

Demone del sonno

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Di Lorella Marietti

Una tradizione popolare sarda che anticipa di secoli la Sindrome della Paralisi del Sonno e che si ricollega alle visioni spaventevoli curate con l’incubazione nuragica

 

Nel cuore della notte sarda, quando il silenzio avvolge le case addormentate, può manifestarsi una presenza tanto invisibile quanto terrificante: S’Ammuntadori, letteralmente “l’Ammutolitore”, colui che toglie la parola.

 

Nei racconti della tradizione questo demone del sonno non ha corpo eppure si posa sul petto di chi dorme, lo sveglia e lo paralizza. La vittima è cosciente ma è completamente immobilizzata, senza voce per gridare aiuto, senza forza per muovere anche solo un dito. Il respiro si fa affannoso, il torace è oppresso da un peso invisibile ma drammaticamente reale: è S’Ammuntadori, che tiene prigioniere le sue vittime in una dimensione sospesa tra sonno e veglia.

 

La saggezza popolare ha sviluppato diverse strategie per tenere lontano questo demone notturno. Ad esempio la recita di alcuni “brebus”, termine che deriva da “verbo”, cioè parole ritenute attive, potenti, capaci di produrre effetti concreti di protezione o anche di guarigione. Un’altra tecnica è la vigilanza: si dice che i pastori, quando riposavano all’ombra, cercavano di non addormentarsi per evitare il rischio di un’aggressione da parte di S’Ammuntadori. In casa, invece, si ricorreva a uno stratagemma: si collocavano sul letto i propri abiti in modo da depistare il demone e fargli credere che dentro quegli indumenti vuoti ci fosse la persona addormentata.

 

Storie per creduloni? Non proprio: quello che la tradizione sarda descrive come l’azione di S’Ammuntadori trova oggi una precisa spiegazione scientifica nella Sindrome della Paralisi del Sonno (SPS), un fenomeno che rientra nell’ampia categoria delle parasonnie, ossia i disturbi associati al sonno. Nel nostro caso la sindrome si verifica durante parziali risvegli dalla fase REM del sonno, che è contraddistinta dall’assenza di tono muscolare e dalla frequente associazione con l’esperienza allucinatoria del sogno.

 

Durante questi episodi, la coscienza emerge mentre il corpo mantiene ancora le caratteristiche del sonno REM, così la persona è sveglia ma è come paralizzata, prova una sensazione di soffocamento e può essere colpita da allucinazioni: voci che bisbigliano all’orecchio o presenze minacciose nella stanza.

 

In tutte le culture tradizionali esistono descrizioni simili di questo fenomeno, condite di elementi sovrannaturali e magici. Nell’isola di Terranova si parla della Old Hag, una strega che assale chi dorme lasciandolo incapace di urlare o muoversi. Nella cultura degli Inuit è uno spirito malvagio conosciuto come Uqumangirniq (o Aqtuqsinniq), che cerca di impossessarsi del corpo di una persona che dorme. In Giappone si chiama Kanashibari e viene descritto come uno spirito che esercita una pressione sul petto. Nel centro Italia si parla della pandafeche, una figura spettrale che si mette sopra chi dorme o al suo fianco. Interessante notare che, in tempi di maggiore laicizzazione, questi demoni e streghe possono essere sostituiti da extraterrestri nelle narrazioni contemporanee, mantenendo però invariate le caratteristiche fondamentali dell’esperienza.

 

La prima descrizione documentata del fenomeno risale addirittura al 400 a.C., in un libro cinese sui sogni. Più tardi, intorno al 200 d.C., il medico Galeno si era già posto il problema di identificarne le cause scientifiche. E nell’alto medioevo il medico persiano Al-Akhawayni Bukhari aveva stilato il primo quadro clinico completo di questa sindrome, sebbene la ritenesse una conseguenza dell’epilessia. Ma è la Sardegna nuragica che sembra aver sviluppato (per prima?) una soluzione terapeutica specifica per questo problema: l’incubazione onirica.

 

Basta andare a quanto riportato nella “Fisica” di Aristotele, il quale scrive che «in Sardegna vi erano degli eroi presso le cui tombe andavano a dormire coloro che volevano liberarsi dalle apparizioni spaventevoli». Questa notizia viene ripresa anche da Tertulliano: «Aristotele scrive che un certo eroe della Sardegna liberava dalle visioni coloro che andavano a dormire nel suo tempio». Pare ragionevole pensare che, nella categoria di queste visioni spaventevoli, potesse rientrare anche quello che la tradizione popolare sarda avrebbe chiamato molto più tardi S’Ammuntadori.

 

Secondo Dolores Turchi, studiosa delle tradizioni, le consuetudini ancora vigenti in Sardegna – o venute meno nel nostro secolo – possono essere ricondotte a epoche molto antiche e perfino a quella nuragica. «Le vecchie credenze non scompaiono facilmente, specie se sono ben radicate nell’animo popolare e a maggior ragione se si dimostrano reali e hanno basi scientifiche» osserva nel suo scritto “L’incubazione nella civiltà nuragica”.

 

La figura di S’Ammuntadori conferma che le culture antiche, pur non disponendo delle nostre conoscenze neurobiologiche, avevano sviluppato interpretazioni e risposte che, alla luce della scienza moderna, si rivelano sorprendentemente appropriate e, in alcuni casi, terapeuticamente efficaci.

 

In effetti l’incubazione onirica sarda descritta da Aristotele anticipava concetti di benessere psicofisico che oggi ritroviamo nella moderna medicina del sonno. Allo stesso modo i “brebus” della tradizione sarda possono anche essere visti come una tecnica di rilassamento e controllo mentale: quello che oggi chiameremmo training autogeno e che si avvale di formule verbali. Anche il gesto ripetuto e costante di riporre e sistemare gli abiti della giornata in un certo modo, così da creare un fantoccio di stoffa per “ingannare” S’Ammuntadori, poteva rientrare nelle odierne pratiche terapeutiche preventive che includono delle routine regolari da compiere prima di addormentarsi.

 

In definitiva, S’Ammuntadori ci ricorda che l’esperienza umana, nelle sue manifestazioni più profonde e universali, trova sempre una via per essere raccontata, compresa e affrontata.

 

Immagine: L’incubo di Johann Heinrich Füssli, 1781, Detroit Institute of Arts.

 

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