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Sa gratzia: l’amore è lanciare i piatti.

Sa gratzia

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Di Lorella Marietti

In Sardegna c’è un rituale antico di cui sono depositarie le madri: è sa gratzia, o sa ‘ratzia, la grazia, che consiste nella rottura di un piatto ai piedi degli sposi, all’uscita di casa o sul sagrato della chiesa.

 

Il piatto va riempito con chicchi di grano, granelli di sale, petali di fiori, caramelle e monetine, che rappresentano auguri di prosperità, saggezza, dolcezza e ricchezza. Ma perché mandarlo in frantumi?

 

Ci sono almeno due risposte. La prima è stata formulata dagli antropologi, secondo cui la rottura del piatto indicherebbe metaforicamente la perdita della verginità della sposa. Ne parla anche la scrittrice sarda Grazia Deledda, accostando questo significato a un altro tipico simbolo di illibatezza, l’abito bianco.

 

La seconda interpretazione è rintracciabile nella cultura popolare della Grecia, dove vige la medesima tradizione di rompere i piatti ai matrimoni e inoltre si tratta di un popolo con cui la Sardegna ha avuto molti contatti fin dall’antichità. Seguendo questo filone, il rituale rimanderebbe a un gesto di rottura con il passato da parte degli sposi.

 

In quest’ottica il piatto rappresenta il legame con la casa dei genitori e l’atto di romperlo simboleggia il distacco definitivo dalla famiglia di origine, quasi un nuovo taglio del cordone ombelicale, passaggio non solo materiale ma anche psicologico e affettivo, sempre necessario per la costruzione di una nuova famiglia.

 

Questo è anche il motivo per cui il piatto deve andare a pezzi quando viene lanciato a terra: se ciò non avviene, la credenza popolare vi legge un futuro incerto per gli sposi.

 

Un significato che può sembrare scaramantico ma in realtà rimanda a una verità profonda messa in luce dalla psicologia contemporanea: il mancato svincolo dal proprio nucleo familiare d’origine rappresenta un grave fattore di rischio non solo per lo sviluppo emotivo della singola persona, ma anche per la formazione e il mantenimento delle sue relazioni affettive.

 

In effetti basta pensare ai problemi che possono nascere in seno alla coppia quando non sono state superate le dipendenze psicologiche verso la madre o il padre, quando non si riesce a gestire le intromissioni dei genitori o quando nascono i proverbiali conflitti con la suocera.

 

Questa esigenza di svincolo è così umana da essere perfino evidenziata nella Bibbia. Allora non c’erano gli psicologi ma c’era una sapienza pratica ed esperienziale che veniva tramandata di generazione in generazione. Nel libro della Genesi si dice che l’amore spinge l’uomo e la donna a compiere due cose collegate tra di loro: «lascerà suo padre e sua madre e i due saranno una carne sola».

 

È interessante notare che lasciare la famiglia di partenza, come atto che è indice di maturità affettiva e psicologica e di autonomia della coppia, appare indispensabile per fare dei due una sola carne, cioè vivere un’unità profonda e sperimentare quello stato di grazia (sa gratzia) dell’amore che sa fondere senza confondere.

 

Così quel piatto frantumato pubblicamente ai piedi degli sposi, come se facesse risuonare nell’inconscio collettivo che ogni matrimonio deve spezzare un passato e inaugurare un futuro, sembra celare una verità che attraversa i millenni, una saggezza inaspettata per un gesto considerato per lo più folcloristico, una modernità sorprendente in una tradizione da riscoprire in tutta la ricchezza dei suoi significati.

 

Immagine: Il piatto di Sa Gratzia, foto di Silvia Corona (pagina ufficiale Facebook).

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