Nella tradizione sarda l’Epifania non ha mai avuto come protagonista la vecchietta con la scopa, figura “di evidente origine non indigena” secondo l’antropologo e filologo sardo Francesco Alziator, diffusa in tutta la penisola e l’Europa, personificazione al femminile dell’inverno e simbolo di un ciclo che si chiude per passare dal vecchio al nuovo, dal freddo e dal buio all’allungarsi del periodo di luce.
Secondo il Dizionario Etimologico della Lingua Italiana di Manlio e Michele A. Cortelazzo,
la “befana”, corruzione lessicale del termine “epifania”, era già nominata nel dialetto popolare del XIV secolo specialmente nelle terre dell’antica Etruria (Toscana e Tuscia nell’attuale Lazio settentrionale), mentre appare per la prima volta in italiano nel 1535.
Non così in Sardegna, dove non c’era traccia della befana e nella Carta del Logu dei Giudicati Sardi, promulgata nel 1392, si legge che l’Epifania si chiama Pasca Nuntza (letteralmente “Pasqua dell’Annuncio”) e in seguito, verso la fine del XV secolo, l’Epifania prenderà il nome di Pasca de is tres Reis (Pasqua dei tre Re).
Circa l’utilizzo del termine “pasca”, lo studioso Max Leopold Wagner ipotizza nel suo Dizionario Etimologico Sardo che la parola “pasqua” fosse impiegata come semplice sinonimo di festa, ma questa tesi non è condivisa dallo studioso di linguistica e onomastica Mauro Maxia perché in tal caso il termine sarebbe stato adoperato in tutte le ricorrenze e non solo in alcune.
Per quanto riguarda la definizione Pasca Nuntza, o anche Paschinùnti, l’Annuncio a cui si riferisce è verosimilmente quello dei pastori di Betlemme, visto che ricevono dagli angeli proprio l’annuncio della nascita del Salvatore (Lc 2,8-15) e questo li rende a loro volta i primi annunciatori di questo evento (vv. 16-18).
L’episodio dell’Annuncio dei Pastori, ritenuto centrale nel Medioevo, diventa una scena fissa del presepe e delle rappresentazioni artistiche sulla Natività, nelle quali i pastori sono collocati solitamente a destra e i magi a sinistra.
“L’Annuncio dei Pastori” è anche il titolo di molti dipinti medievali e rinascimentali, tra cui il più celebre è quello di Rembrandt. Inoltre in Sardegna la scelta di ricordare i pastori nel giorno dell’Epifania esprimerebbe bene la realtà economico-sociale-tributaria dei Giudicati isolani.
Verso la fine del Quindicesimo secolo, con l’arrivo degli Spagnoli in Sardegna, la Pasca nuntza comincia a essere associata alla festa dei tres Reyes Magos, molto sentita nella Penisola iberica, tanto da introdurre nella lingua sarda “sa Pasca de is tres Reis”, anche detta “Pasca de is tres Gurreis”, “Pasca de is tres Urreis” e “Pasca de sos tres Rese” a seconda delle zone dell’isola, con chiaro riferimento ai Re Magi (Mt 2, 1-12).
Tornando alla tesi che indica il termine “pasca” come sinonimo di festa, si può pure notare che non spiegherebbe il motivo per cui il Natale è chiamato “Paschixedda”, cioè piccola Pasqua (con un’improbabile traduzione in “piccola festa”) in relazione a sa Pasca Manna, cioè la Pasqua grande, solennità che a sua volta sarebbe da leggere come festa manna e basta, perdendo inverosimilmente il suo riferimento pasquale.
Appare invece tutto più chiaro se si considera l’origine religiosa di queste festività e il relativo influsso sia bizantino che latino sulle tradizioni sarde.
Infatti, da un lato, i cristiani d’oriente univano simbolicamente il Natale e la Pasqua sulla base di un parallelismo tra le «fasce» con cui Maria avvolge il Bambino e le «bende funerarie» con cui Giuseppe di Arimatea avvolgerà Gesù dopo averlo calato dalla croce, un paragone che mette insieme anche la deposizione di Gesù nella «mangiatoia» (simbolo dell’altare) e la sua successiva deposizione nel «sepolcro» dopo la sua crocifissione (Lc 2,7 e Lc 23,53).
Ancora oggi i libri liturgici bizantini danno alla festa del Natale anche il titolo di Pasqua, contemplando Gesù come l’Immolato fin dall’inizio.
Dall’altro lato, nel Concilio di Tours del 567, la Chiesa romana stabiliva che il “tempo di Natale” durava dodici giorni, dal 25 dicembre al 5 gennaio, collegandosi così all’Epifania: questo spiegherebbe l’utilizzo del termine “pasca” non solo per il giorno di Natale, ma anche per le altre festività natalizie.
In conclusione, prima che in Sardegna arrivasse la Befana, poi chiamata sa femia vecchia o sa bacucca ‘eccia con sa scova, la festa dell’Epifania era dominio dei Pastori e dei Re Magi, la cui importanza era tale da aver dato il nome alla festività stessa.
E naturalmente non potevano non aver ispirato anche dei rituali culinari come il Dolce dei Tre Re con tre legumi mescolati all’impasto (una fava, un fagiolo e un cece), Is cattas de sa Dìa de is Tres Gurreis (le frittelle del Giorno dei Tre Re) o anche il Canto de sos tres Rese intonato dai bambini che bussavano alle porte per avere in cambio dolci, frutta secca e talvolta qualche moneta.
Immagine: Adorazione dei Magi, Ignoto tardo manierista sardo post 1567, Pinacoteca Nazionale di Cagliari.
