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PER FEDE O PER SPORT. Preti laici e atleti monaci: che succede?

La nuova ascesi contemporanea non sembra passare più per il cristianesimo, ma si esprime invece nel grande sport.

PER FEDE O PER SPORT Don Alberto Ravagni

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Di Lorella Marietti

Mentre la Chiesa italiana registra a febbraio defezioni clamorose come quella del prete-influencer Alberto Ravagnani e quella di don Giovanni Gatto che afferma di essere portavoce del malessere sottotraccia di molti pastori, le Olimpiadi di Milano-Cortina 2026 consacrano un modello vocazionale che ricorda, per rigore e sacrificio, l’ascetismo cristiano dei monaci del deserto.

 

Così, da un lato, vediamo sacerdoti che lasciano l’altare motivando la scelta con il bisogno di realizzarsi, di essere autentici, di vivere pienamente, come se la vocazione fosse diventata un peso insopportabile, una costrizione da cui liberarsi piuttosto che una chiamata da onorare. E, dall’altro lato, l’agone olimpico racconta storie edificanti di disciplina ferrea sia mentale che fisica, accompagnate da parole come responsabilità, fuoco interiore, sacrificio.

 

Stiamo assistendo a una grande sostituzione simbolica della religione con lo sport? Vengono in mente le grandi vocazioni cristiane di un tempo, come quella che aveva spinto Francesco d’Assisi a rinunciare ai beni materiali, o madre Teresa di Calcutta a dedicarsi ai “più poveri tra i poveri”, o san Massimiliano Kolbe a offrire la sua vita al posto di quella di un padre di famiglia in un campo di concentramento, o don Bosco a salvare ogni giorno i ragazzi di strada sbandati o prossimi a delinquere («Dammi le anime, prendimi tutto il resto» era la sua incessante preghiera a Dio). Oggi le vocazioni assolute sembrano essersi spostate dall’altare alla pista.

 

Dall’inizio dell’anno, infatti, si sono alternate testimonianze emblematiche da una parte e dall’altra. Come le parole pronunciate dall’ “ex don” Alberto Ravagnani nel video YouTube in cui ha annunciato l’abbandono del sacerdozio: «Faccio veramente tanta fatica a stare dentro questo ruolo» e ha snocciolato le sue difficoltà nel vivere il celibato – «di fatto non riuscivo a rispettarlo davvero» – ma anche il suo «disagio a celebrare la Messa, perché dovevo gestire un rito che ormai vedevo che non parlava più alle persone» e il peso del suo «ruolo istituzionale. Un prete rappresenta la Chiesa, no? Però io di fatto faticavo sempre più a starci dentro».

 

In parallelo Arianna Fontana, l’atleta che oggi ha più medaglie olimpiche nella storia dello sport italiano, diceva su “Italy Segreta” prima che iniziasse Milano-Cortina: «Porto l’Italia con orgoglio, non come un peso, ma come una responsabilità che ho scelto» e sulla rivista “Undici” raccontava: «Ho ancora quello che chiamo fuoco» pur riconoscendo che «la cosa complessa è rimanere sempre ad alti livelli, non solo fisicamente ma mentalmente». Tuttavia i suoi momenti più difficili, ossia «quando devi decidere se ritirarti o continuare», spiegava ancora su “Italy Segreta”, hanno fatto la differenza: proprio «quei momenti hanno rivelato di più su di me di qualsiasi vittoria. Mi hanno insegnato chi sono…».

 

Qualche mese fa don Alberto era stato criticato per esser diventato sui social il testimonial di una marca di integratori sportivi con lo slogan «Santo sì, ma anche sano» e frasi come «Ciccini, pregare non basta». L’ex sacerdote racconta ancora su You Tube: «Sentivo tanti dubbi sulla dottrina della Chiesa, che non avevo mai avuto. Sono stato molto a contatto con i ragazzi, e mi sono messo veramente in ascolto delle loro domande. Le ho ritrovate anche in me stesso. Mi hanno fatto riflettere come non era mai successo. … Così sono andato in crisi».

Di tutt’altro tenore le dichiarazioni di Federica Brignone, due medaglie d’oro a Cortina-Milano 2026 dopo il terribile infortunio patito meno di un anno fa, la quale racconta ai microfoni di Raisport il suo «crederci sempre, anche nei momenti più difficili. Perché ne ho avuti». Pure nell’intervista post-operazione aveva detto ai giornalisti: «Non sono una che molla. Tirerò fuori il meglio anche da tutto questo». Viceversa l’ex prete-influencer Ravagnani, intervistato nel poadcast di Giacomo Poretti, ha ripetuto: «È molto difficile, forse impossibile, forse neanche sano, che io mi sforzi di restare dentro un ruolo-vestito che ormai mi sta stretto, quindi lascio».

 

Allo stesso modo un altro ex sacerdote, don Giovanni Gatto, all’inizio di febbraio ha chiesto la dispensa dal ministero sacerdotale in una lettera inviata a Papa Leone, ammettendo di aver avuto tra il diaconato e il presbiterato, due relazioni con due donne. E racconta al “Corriere del Veneto”: «Dopo un lungo percorso umano, spirituale e psicologico, ho capito che, per il mio bene e la mia serenità, non riesco più a fare il prete e quindi a stare solo». Precisa anche di essere stato contattato, dopo la sua decisione, da tanti altri sacerdoti che lo hanno ringraziato per aver fatto emergere quello che provano anche loro: «Mi dicono: io amo essere prete, amo la mia fede. Ma non riesco più a vivere senza affetto, senza una relazione, senza qualcuno che mi aspetti a casa».

 

Anche in questo caso, come un limpido controcanto, si staglia la voce di un’altra atleta: «Non puoi continuare a rivolgere lo sguardo a ciò che hai escluso, perché allora una parte di te non è concentrata sul percorso scelto», poichè «se hai scelto in pienezza, non vi è rinuncia». Parola di Sofia Goggia, medaglia di Bronzo in discesa libera a Milano-Cortina 2026 e prima sciatrice della storia a ottenere tre podi olimpici consecutivi in questa specialità, ma soprattutto testimone di una vittoria della “tenuta mentale” dopo l’ultimo grave infortunio e un lungo percorso di recupero scandito negli anni da nove interventi chirurgici. Qualche tempo fa Sofia, nel podcast BSMT di Gianluca Gazzoli, aveva parlato del modo con cui vive la sua vocazione sportiva, quasi una bellissima “catechesi” laica: «Io non parlo mai di sacrificio nel senso di ‘rinuncia’. Perché la parola sacrificio, dal latino ‘sacrum facere’, indica etimologicamente una cosa diversa: fare con sacralità ciò che hai scelto di fare e, nel momento in cui scegli qualcosa, sai a priori che escluderai altro, e quindi puoi concentrarti sulla bellezza di ciò che hai scelto».

 

Certamente un albero che cade fa molto più rumore di una foresta che cresce (saggezza cinese), così come ci sono “abbandoni della tonaca” molto mediatici e vocazioni sacerdotali che fruttificano in silenzio. Tuttavia, poiché il sacerdote svolge un ruolo di rilievo pubblico – proprio come l’atleta – ed entrambi rappresentano qualcosa che va oltre loro stessi – la religione e la Chiesa, lo sport e la nazione – c’è parecchio su cui riflettere in questi primi due mesi del 2026.

 

Immagine: don Alberto Ravagnani, foto di Alessandro De Bellis.

 

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