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PER FEDE O PER SPORT (2). Vocazioni assolute di ieri e di oggi.

Dalla fiamma olimpica degli atleti al fuoco sacro dei santi, un viaggio nelle passioni umane che richiedono la totalità dell’essere.

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Di Lorella Marietti

Le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina 2026 hanno confermato la vocazione dello sport con la S maiuscola, che ambisce a celebrare alcune tra le dimensioni migliori degli esseri umani. Parliamo, infatti, di un’eccellenza originata da virtù universali come la capacità di auto-disciplina, la tenacia, l’elaborazione delle sconfitte, la lealtà: qualità così ammirate da aver ispirato il termine “sportività” per riassumerle tutte. Non per nulla, dietro la prestazione che determina la vittoria, c’è una forte componente interiore che riguarda il miglioramento personale, la tensione positiva verso un sogno perseguito fin da bambini e il legame profondo con coloro che accompagnano e sostengono il percorso (l’allenatore, la squadra, la nazione).

 

Così si può notare una certa assonanza tra gli atleti olimpionici, che incarnano quell’umanità i cui limiti si vogliono superare, e i santi della tradizione cristiana che trascendono il normale agire umano con un servizio agli altri “da record”. Ad esempio san Francesco d’Assisi non si limitava a prendersi cura dei lebbrosi, ma li baciava e li abbracciava teneramente; madre Teresa percorreva le strade di Calcutta non solo per soccorrere i mendicanti e i moribondi lasciati tra le immondizie, ma anche per portarli sotto il suo stesso tetto; il santo medico Giuseppe Moscati andava ogni sera a visitare gratuitamente i malati dei bassifondi di Napoli, dopo essersi diviso tra l’ospedale e il suo studio medico (dove c’era un cappello capovolto con la scritta: “Chi ha metta, chi non ha prenda” tuttora conservato nella sua casa-museo); san Luigi IX – non a caso chiamato il “re-monaco” – invitava ogni settimana a corte le famiglie più povere e le nutriva servendole personalmente a tavola.

 

Certamente quelli dei santi sono primati molto particolari, inerenti al bene che si può fare, all’amore fraterno, alla giustizia, alla solidarietà. Tuttavia, alla base del loro agire, c’è un mettersi in gioco e un voler andare oltre sé stessi, c’è la disponibilità a correre un rischio e una passione fuori dall’ordinario che li accomuna agli atleti mossi dallo spirito olimpico. Infatti, per gli uni e per gli altri, si può parlare di risposta a una chiamata, di corrispondenza a un’urgenza interiore che, nel caso del santo, è identificata con un progetto divino da cui scaturisce una missione e, nel caso dell’atleta olimpionico, è comunque la percezione di un destino personale. In entrambi i casi è una vocazione che coincide con lo scopo della propria esistenza, con una vita riuscita, capace di trasmettere e diffondere valori positivi, pur sopportando ostacoli e sofferenze.

 

Viene in mente il leggendario campione olimpico Pietro Mennea, il cosiddetto “monaco della velocità”, che in un’intervista del 3 giugno 2012 a “La Repubblica”, parlando della sua carriera sportiva e dei suoi rigorosi allenamenti, diceva: «La fatica non è mai sprecata. Soffri, ma sogni». A Milano-Cortina 2026 gli ha fatto eco la sciatrice Lindsey Vonn, tornata a gareggiare a 41 anni, dopo cinque anni di ritiro: nonostante la sua rovinosa caduta in pista, ha dichiarato dall’ospedale che l’unico vero fallimento risiede nel non provare a sfidare i propri sogni. Due esempi di convinzione incrollabile che possono ispirare altre persone.

 

Sogni guidati dalla forza del desiderio, come ricorda la pattinatrice Arianna Fontana, l’atleta italiana più medagliata di sempre, che su The Owl Post del 3 febbraio 2022 affermava a proposito della sua vocazione sportiva e delle sue aspirazioni: «Ben prima di capire “come”, avevo chiaro in testa il “cosa” sarebbe stato il grande scopo della mia vita, l’obiettivo più grande. Il desiderio che guida tutti i pensieri e tutte le azioni». E ancora, in una conferenza motivazionale dove raccontava le sue scelte e la sua storia a un pubblico di giovani, evidenziava che «però, alla base di tutto, ci deve essere una forte passione e la voglia di migliorare» (TEDx Talks, Lo spazio per crescere, 6 giugno 2022). Un’ardente spinta interiore che, sulla Gazzetta dello Sport del 5 aprile 2025, sintetizzava così: «Quando sfreccio sul ghiaccio, sento il fuoco dentro».

 

Questa immagine del fuoco interiore ricorre di continuo nelle vocazioni dei santi: da sant’Agostino (per il quale deve ardere in te quello che vuoi accendere negli altri, come esorta nel Sermone 357) a santa Teresa d’Avila con la sua visione mistica del dardo angelico che la infiamma d’amore per Dio e per le anime, fino all’ardore di santa Caterina da Siena che diceva di sé «la mia natura è il fuoco» perché percepiva Dio come un «fuoco d’amore» che rendeva l’essere umano partecipe della sua stessa natura divina (Dialogo CX; Orazione XXII). La sua celebre esortazione «Se sarete quello che dovete essere, metterete fuoco in tutto il mondo!» (Lettera 368), richiama l’idea di una passione che, una volta accesa internamente, trasforma l’ambiente circostante.

 

Stesso ardore anche per l’inarrestabile Federica Brignone che, oltre a sentirsi “in missione” ogni volta che affronta la pista da sci, estende il suo slancio pure sul piano della sostenibilità ambientale, utilizzando la propria notorietà per sensibilizzare sulla crisi ecologica degli oceani e dei ghiacciai. Il suo progetto #traiettorieliquide – in cui l’atleta si fa fotografare tra i rifiuti plastici o mentre scia sott’acqua – nasce dalla forte connessione che la sciatrice sente con la neve, acqua allo stato solido, e dal presupposto che il corpo umano è composto di acqua: «In ognuno di noi esiste una piccola parte dell’oceano primordiale e proprio per questo siamo chiamati a preservarlo, non è più un problema distante, è un problema fondamentale per la nostra sopravvivenza. Riuscire a rendere consapevoli più persone possibili è la nostra missione».

 

Sono molti, poi, gli olimpionici impegnati nel sociale: si può ricordare il più grande velocista di tutti i tempi, il giamaicano Usain Bolt, che si occupa con la sua fondazione dell’istruzione e della salute dei bambini della sua terra natale, così come la doppia medaglia d’oro olimpica britannica Dame Kelly Holmes utilizza lo sport per ispirare e motivare i giovani che vivono in contesti svantaggiati e disagiati.

 

Questi esempi mostrano che i campioni hanno in comune con i santi anche la rappresentazione ideale di una comunità.

Dei santi è stato detto, infatti, che «profondamente incarnati nel loro ambiente e nella loro epoca, sono i più grandi figli di una terra, figure esemplari dei migliori talenti della loro gente» (L’Osservatore Romano del 29 aprile 2021), così come nel pensiero del fondatore dei Giochi olimpici moderni, Pierre de Coubertin, il campione è considerato un modello per la sua nazione e il simbolo vivente delle virtù del suo popolo e del suo tempo (“Le respect mutuel” del 1915 e “Textes choisis” del 1986).

 

Un parallelismo che si esprime non solo nella legge dell’ascesi ma anche in quella dell’abbassamento, quando gli uni e gli altri non testimoniano più i valori della loro alta vocazione. Ad esempio quando lo sport professionistico, anziché edificare e ispirare, si conforma al modello di una società basata sul consumo, sull’apparenza e sul successo, piegandosi alle logiche del denaro e dello spettacolo e cedendo anche a comportamenti scorretti. In modo analogo il percorso cristiano può appiattirsi nella mediocrità e si può rinunciare a essere campioni di Vangelo, cioè a essere santi nella grande partita della vita, che san Paolo riassume così: «Non lasciarti vincere dal male, ma vinci il male con il bene» (Rom 12, 21).

 

Immagine: Simbolo messicano del Sacro Cuore, in fonte web: Vecteezy.

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