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Parole armate (52)

Parole armate

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Di Lorella Marietti

Nella Bibbia c’è una parola pronunciata da due diverse tribù, gli Efraimiti e i Galaaditi, per riconoscere l’amico dal nemico: è shibboleth e il modo di articolarla diventa spia dell’origine di chi la dice. Se sbaglia la pronuncia, vuol dire che appartiene all’altra tribù e perciò muore.

 

La potenza di questo test linguistico ha travalicato la Bibbia colpendo l’immaginario umano e diventando un paradigma universale, tanto che il termine ebraico shibboleth è entrato a far parte di altre lingue per indicare parole e idee che possono essere usate come segno di riconoscimento di una identità linguistica, geografica, sociale e culturale.

 

Anche nella storia di Cagliari la richiesta di ripetere nara cixiri (“dì ceci” in sardo) si trasformò in un “shibboleth” popolare durante l’insurrezione del 1794 contro il dominio piemontese. Chi non sapeva pronunciare bene la parola non era sardo e veniva rispedito in Piemonte.

 

Come nell’episodio biblico, si trattava per gli stranieri di una parola difficile da pronunciare in modo esatto e rapido a causa della sua particolare articolazione fonetica: una parola-bandiera utilizzata come una sorta di passaporto sonoro per decidere chi accogliere e chi respingere, un baluardo linguistico e una linea di demarcazione netta tra chi era nativo di quella terra e chi no.

 

Non sono purtroppo mancate anche tragiche e violente persecuzioni come il “massacro del prezzemolo” della Repubblica Dominicana avvenuto nel 1937, quando il dittatore Rafael Trujillo utilizzò la pronuncia spagnola della parola perejil (prezzemolo) come shibboleth per identificare e uccidere gli haitiani creoli di origine francese.

 

Un esempio contemporaneo di shibboleth è apparso anche durante la guerra in Ucraina: è la parola paljaˈnytsja, “pane” in ucraino, la cui pronuncia risulta ostica per i madrelingua russi e perciò è una sorta di parola d’ordine per individuare eventuali infiltrati.

 

È un caso che tutte queste “parole di prova” siano anche nomi di alimenti? Cixiri (ceci), perejil (prezzemolo), paljaˈnytsja (pane) e lo stesso termine ebraico shibboleth ha come significato primario quello di “spiga”.

 

Si può notare che il cibo, proprio come la lingua, è un pilastro fondamentale dell’identità culturale. Il cibo di un altro popolo può creare curiosità, contatto e apertura, generare convivialità e favorire la comprensione reciproca, o viceversa può provocare diffidenza, avversione e rifiuto di assaggiarlo. Inoltre il cibo può essere utilizzato per marcare differenze e creare senso di esclusione, come nel caso di alimenti associati a classi sociali o a gruppi etnici specifici, che possono diventare simboli di separazione.

 

Del resto parlare insieme e mangiare insieme sono due modi per nutrirsi della stessa esperienza. E inoltre lo shibboleth è stato anche metaforizzato: in un articolo uscito su “The New Yorker” si è parlato di Israele e Palestina in questi termini, a partire dalle proteste nei campus universitari americani.

 

Nelle diverse narrazioni su Israele e Palestina sono state evidenziate una serie di shibboleth o frasi/parole che non possono essere dette o, al contrario, frasi/parole che devono essere dette, per stabilire la propria posizione, pur sapendo che si tratta di semplificazioni che non portano chiarezza definitiva alla storia impigliata di ebrei e palestinesi ma piuttosto ne eliminano la complessità, diventando semplicemente e brutalmente parole-armi, come nel caso di “sionista” o “terrorista”.

 

In quest’ottica appare ancora più significativa la recente esortazione di Leone XIV agli operatori della comunicazione: «Disarmiamo le parole e contribuiremo a disarmare la Terra».

 

Immagine: Illustrazione di Nicholas Konrad / The New Yorker.

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