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Novembre, il mese dai molti nomi. (22)

Sardegna simbolica - Una rubrica dedicata alla spiritualità del popolo sardo

Monumento a Francesca Warzee

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Di Lorella Marietti

Novembre è chiamato Donniasantu nel sud della Sardegna e Santandria nel nord dell’isola, prendendo i nomi delle due feste con cui il mese si apre e si chiude: quella di Tutti i Santi il primo novembre e quella dell’apostolo sant’Andrea il 30 novembre.

 

Ma sono attestati anche i nomi Mese de sos mortos – soprattutto nella zona di Bosa – e Mes’e de Santu Sadurru in onore del patrono di Cagliari, retaggio antico di quando la festa di san Saturnino si celebrava il 23 novembre (accadeva fino al 1621).

 

Cosa lega tra di loro queste diverse denominazioni, a parte il fatto di richiamare le principali feste cristiane del mese?

 

Certamente tutti i nomi sono riconducibili al tema della morte, quasi fosse un sinonimo di novembre, poiché tutte le figure nominate non sono più su questa terra. I santi, poi, secondo la fede cristiana, sono già in paradiso, anche quelli che non sono stati ufficialmente riconosciuti, motivo per cui nel IX secolo venne istituita da papa Gregorio IV la festa del primo novembre per celebrarli tutti.

 

Per quanto riguarda la commemorazione del 2 novembre dedicata ai defunti, complementare alla festa di Ognissanti che la precede, fu proposta dall’abate benedettino sant’Odilone di Cluny che ebbe l’idea di consacrare un giorno completo alla preghiera universale per tutte le anime del purgatorio, in continuità con l’uso monastico del VII secolo di pregare per aiutare il loro passaggio in paradiso.

 

Il legame tra queste due feste novembrine è rintracciabile nel “Credo” cristiano, dove l’espressione «Credo nella comunione dei santi» rimanda alla connessione mistica esistente tra coloro che operano ancora sulla terra e quelli che vivono nell’altra vita in Paradiso e in Purgatorio.

 

C’è poi un altro tema che sembra accomunare implicitamente i nomi sardi di novembre: una metafora agricola invernale che può essere applicata a chi muore e che rimanda alla speranza di una vita dopo la morte. Si tratta del seme che, proprio a novembre, è deposto sottoterra e dorme in attesa di germogliare, passando così dal buio alla luce, dal sonno a una nuova forma di esistenza. Infatti il chicco di grano, ritornando alla terra, diventa promessa di nuove spighe e dunque simbolo di un fruttuoso ridestarsi.

 

Un’immagine che, nel Vangelo di Giovanni (12, 24.26), viene utilizzata da Cristo per parlare della sua morte e risurrezione, paragonandole al chicco di grano caduto in terra che morendo produce molto frutto, e aggiungendo che la medesima fecondità sarà la cifra di tutti i suoi discepoli – «se uno mi vuole servire mi segua e dove sono io, là sarà il mio servo», ed è interessante notare che nella lingua ebraica popolare usata da Gesù il termine servo indica anche l’agnello.

 

Quest’ultima corrispondenza appare particolarmente evidente nei santi martiri – proprio come Santandria e Santu Sadurru – poichè sono coloro che hanno seguito «l’Agnello di Dio» (Gv 1, 29.36) fino in fondo, fin sulla Croce, e come diceva Tertulliano nel II secolo «il sangue dei martiri è seme di nuovi cristiani», mentre sant’Ignazio di Antiochia, prima di essere gettato in pasto alle belve, scriveva: «Sono frumento di Dio e sarò macinato dai denti delle fiere per divenire pane puro di Cristo».

 

Il tema della vita eterna è ripreso, insieme a quello della rovina eterna, nella parabola del grano e della zizzania, erba nera che assomiglia al grano e che nel pensiero religioso ebraico è considerata un frumento degenerato, imbastardito, prostituito (la parola ebraica zunim, zizzania, deriva dalla radice zanah che significa prostituirsi).

 

Spiegando questa parabola ai discepoli, Gesù dice che «il campo è il mondo, il seme buono sono i figli del Regno, la zizzania sono i figli del Maligno» e «come si raccoglie la zizzania e la si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo» (Mt 13, 38.40) per gli irriducibili, ai quali toccherà una «risurrezione di condanna» per il male compiuto, così come vi sarà una «risurrezione di vita» per quanti fecero il bene (Gv 5,29)

 

Dunque la semina novembrina con tutta la sua simbologia agricola funebre – non ultimo il fatto che il cimitero cristiano è chiamato anche camposanto – sembra fare da collante nelle denominazioni che si danno in Sardegna all’undicesimo mese dell’anno, da Donniasantu a Mese de sos mortos, da Mes’e de Santu Sadurru a Santandria.

 

Il fatto, poi, che la simbologia morte-vita del seme fosse presente anche nel mondo non cristiano fa riflettere su come il rapporto con la natura stimolasse pensieri e sentimenti comuni, ispirando popoli diversi a coltivare la loro spiritualità fin dalla notte dei tempi. Ugo di san Vittore, mistico teologo medievale menzionato da Dante nella Divina Commedia, definisce la natura come «l’autografo libro di Dio».

 

Così, nel mondo greco, il chicco di grano è simbolo di morte e rinascita negli Inni omerici e nei Misteri Eleusini (considerati prellenici) ed è interessante osservare che Gesù fa il suo discorso sul seme che deve morire per portare frutto proprio quando arrivano alcuni Greci che chiedono di lui (Gv, 12, 20-21), come se spiegasse in chiave messianica un simbolo già noto e, forse, perfino profetico.

 

Del resto non sarebbe la prima volta che nella Bibbia i pagani intuiscono la venuta di Cristo: lo fa Balaam, figlio di Peor, il pagano che profetizza la nascita di Gesù dicendo «lo vedo, ma non ora; lo contemplo, ma da lontano: una stella spunta da Giacobbe, uno scettro sorge da Israele» (Numeri 24,17). Vicino al regno di Giuda, in Transgiordania, è stata rinvenuta un’iscrizione dell’VIII secolo a.C. che menziona una visione avuta in sogno da un profeta di nome Balaam, figlio di Peor, come riporta l’Enciclopedia Treccani. I Magi stessi, che seguono la stella apparsa in oriente (Mt 2, 1-2), provenivano dal mondo pagano e forse conoscevano la profezia di Balaam.

 

Questo non deve sorprendere perché, secondo i primi Padri della Chiesa, i «raggi dell’unica verità» sono in qualche misura rintracciabili anche in mezzo al paganesimo, in quanto Dio è eterno. Il filosofo cristiano Giustino (I sec.) chiama queste tracce «semi del Verbo» (semina Verbi) e pure il Concilio Vaticano II riprende questo termine per designare ciò che di «vero e santo» ci può essere anche nelle culture non cristiane.

 

San Paolo riprende l’immagine del chicco di grano nella lettera ai Corinzi – comunità, guarda caso, della Grecia – per spiegare la risurrezione cristiana: «Ciò che tu semini non prende vita, se prima non muore» e, proseguendo nel paragone, dice che il corpo umano sepolto non è ancora il corpo risorto poiché «è seminato nella corruzione, risorge nell’incorruttibilità; […] è seminato nella debolezza, risorge nella potenza; è seminato corpo animale, risorge corpo spirituale. […] E come eravamo simili all’uomo terreno, così saremo simili all’uomo celeste» (1Cor 15, 42-44.49).

 

La spiga di grano era anche un emblema di Osiride, che esprimeva nell’antico Egitto il ciclo di vita, morte e rinascita, mentre in Europa i primi cristiani incontrarono la stessa metafora agricola in Irlanda. Qui si celebrava la festa celtica di Samahin, dedicata all’inizio dell’inverno quando la natura sembra morire con i suoi semi che scompaiono sotto la terra ma torneranno a dare nuova vita. Da questa celebrazione prenderà origine la festa di Halloween, i cui simboli s’intrecciano con le tradizioni sarde più antiche, ma questa è un’altra storia. Tutta da raccontare.

Immagine: Monumento a Francesca Warzee, scultore Giuseppe Sartorio (1894) – Cimitero di Bonaria, Cagliari (fonte web: Wikimedia Commons).

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