L’elezione di Robert Francis Prevost al soglio pontificio, con la scelta inattesa del nome “Leone XIV”, ha riacceso l’attenzione sull’importanza dei nomi.
Soprattutto nelle antiche civiltà, e con una risonanza particolare nella mentalità biblica, il nome racchiudeva l’essenza stessa della persona, ne svelava la verità intima, ne prefigurava il destino, ne rappresentava perfino la missione.
Ad esempio nella Bibbia il nome Mosè, che in ebraico significa “tratto fuori dalle acque”, rimanda sia al suo ritrovamento in fasce dentro una cesta sul Nilo, sia al suo futuro ruolo di liberatore che condurrà il popolo d’Israele fuori dalle acque del Mar Rosso.
Un altro caso emblematico è quello di Abramo, che riceve da Dio stesso il suo nome (Gen 17,5), il cui significato è “padre di molti popoli”, e in effetti è considerato dai musulmani, dagli ebrei e dai cristiani il padre comune delle loro fedi, dal quale discendono le loro tre religioni.
Allo stesso modo Simon Pietro riceve il suo nome-destino da Gesù, che associa il nome Pietro alla pietra su cui edificherà la sua Chiesa ((Mt 16,18). I successori di Pietro, cioè i Papi, continuano ad assumere un nome nuovo, che anche oggi è interessante leggere come un nome-presagio o, se si preferisce, un nome-programma.
Benedetto XVI, che aveva voluto lo stesso nome dell’eremita fondatore del monachesimo occidentale, è stato il Papa meno esposto sotto il profilo mediatico e comunicativo, un Papa-teologo riservato, schivo e profondo, custode dei valori “non negoziabili” della Chiesa cattolica, che nel 2013 si è ritirato in un profondo silenzio dopo le dimissioni dal soglio pontificio, annunciando di voler servire la Chiesa con una vita dedicata alla preghiera.
Il pontificato di Papa Francesco presenta senza dubbio molte analogie con lo stile di vita e il pensiero di san Francesco d’Assisi, a cominciare dalla comune insistenza sulla necessità della pace. Anche il Santo predicava senza sosta la pace nei litigiosi comuni medievali sempre in guerra fra loro e la centralità di questo tema si rivela pure nel motto francescano “pace e bene”, come anche nel Cantico delle Creature (“Laudato si’, mi’ Signore, per quelli ke perdonano per lo Tuo amore”) e perfino nel suo Testamento, in cui san Francesco riferisce che il Signore stesso gli mise nel cuore di salutare tutti con le parole: «il Signore ti dia pace».
Il Santo di Assisi, inoltre, cercava e amava quel “prossimo” spesso respinto e ignorato o disprezzato dalla società, come il povero, il lebbroso, il perdente, l’ultimo. Anche a Papa Bergoglio stavano molto a cuore queste figure: dai carcerati ai senzatetto ospitati in Vaticano, dai malati agli anziani.
San Francesco predicava anche il distacco dalle ricchezze e la dignità della povertà, e Papa Francesco aveva fatto delle scelte diverse dai suoi predecessori, come avere una Papamobile utilitaria, vivere nell’appartamento di Santa Marta anzichè nel Palazzo Apostolico, o farsi seppellire con le scarpe vecchie e consumate di tutti i giorni.
San Francesco è sinonimo di fratellanza universale e amore per il creato, e Papa Bergoglio ha scritto le due Encicliche ‘Fratelli tutti’ e ‘Laudato sì’.
San Francesco d’Assisi, poi, è ricordato per l’incontro fraterno e il dialogo di pace con il sultano d’Egitto e Palestina all’epoca della V crociata (1219), e Papa Francesco ha sottoscritto nel 2019 il documento di Abu Dhabi con il leader musulmano Al-Tayyeb, il Grande imam della Moschea-Università di al-Azhar: una Dichiarazione d’intenti congiunta sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune.
Venendo a oggi, cosa potrebbe avere in comune il nuovo Papa Leone XIV con chi ha portato il suo nome prima di lui?
Leone Magno, il primo a utilizzare questo nome, è ricordato per la sua chiarezza nella definizione della dottrina cristiana, come anche per aver incontrato nel 452 Attila, capo degli Unni che stavano saccheggiando l’Italia, e per averlo dissuaso dal proseguire la guerra di invasione.
“La pace sia con voi’ è il saluto di Leone XIV nel suo primo discorso: sono le prime parole del Cristo Risorto e inoltre il nuovo Papa ha parlato della pace di Cristo come di una “pace disarmata e disarmante”. Questi riferimenti cristologici si accordano bene con un altro Leone: il cosiddetto “Leone di Giuda” che nel libro dell’Apocalisse indica proprio Gesù Cristo, il discendente di Davide, che ha vinto la morte e il male.
L’ultimo Leone prima di Papa Prevost, Leone XIII, pose le basi della dottrina sociale della Chiesa con l’enciclica “Rerum Novarum”, affrontando le condizioni dei lavoratori e il rapporto tra capitale e lavoro. In un’ottica simile, il nuovo Papa ha detto che oggi la Chiesa è chiamata a “rispondere a un’altra rivoluzione industriale e agli sviluppi dell’intelligenza artificiale, che comportano nuove sfide per la difesa della dignità umana, della giustizia e del lavoro”.
Ma Leone XIII è noto nella Chiesa anche per essere l’autore della celebre preghiera a san Michele Arcangelo, l’antagonista di Lucifero. Una preghiera scritta in seguito a una visione mistica dai connotati apocalittici, in cui il Pontefice vide le tenebre che avvolgevano la Terra e legioni di demoni che si diffondevano nel mondo.
Il nuovo Papa Leone XIV è stato eletto l’8 maggio, festa di san Michele Arcangelo, e nel suo primo discorso è anche risuonata la frase: “Il male non prevarrà”. Parole che riecheggiano quelle ascoltate dal predecessore Leone XIII prima della visione, quando udì la promessa di Gesù a Pietro sul fatto che le porte dell’inferno che non sarebbero prevalse (Matteo 16,18).
Il nome come sigillo dell’essere, come chiave del destino e come bussola: un modo suggestivo per immaginare il cammino del nuovo Pontefice e della Chiesa intera.
Immagine: Firma di Papa Leone XIV, in fonte web Wikimedia Commons.
