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Morire dallo spavento: lo shock che toglie energia vitale.

La “medicina dello spavento” in Sardegna per guarire dai traumi sepolti nell’inconscio.

La medicina dello spavento

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Di Lorella Marietti

La Sardegna convive con una medicina popolare molto antica e variegata. Tra i suoi riti di guarigione occupa un posto importante la cosiddetta “terapia dello spavento”, ancora oggi praticata a chi è colpito da un forte shock o evento traumatico equiparabile, appunto, a uno spavento.

 

La ricerca riportata sul sito Sardegna Cultura mostra che questa cura viene esercitata per la maggior parte da guaritrici residenti nelle province di Cagliari e Nuoro. Le pratiche hanno come base comune la recitazione di “brebus” e preghiere, mentre si differenziano per gli elementi usati (acqua, fumo, terra, pietre calde) e per i gesti compiuti.

 

In realtà la Sardegna non è l’unica depositaria di questo tipo di medicina popolare. Come emerge dal saggio di Italo Signorini dell’Università di Roma “La Sapienza”, che tratta di spavento e sindromi, è molto diffusa nel mondo la credenza negli effetti morbiferi di uno shock, o di un forte, prolungato e costante stato emozionale che deriva da uno spavento.

 

Questa credenza è presente soprattutto in America Latina e nel bacino del Mediterraneo. Il trauma che spaventa nel profondo è chiamato susto o espanto nelle terre di lingua spagnola, assustu in Sardegna, scantu in Sicilia. Ed è definito semplicemente “paura” nelle regioni italiane centrali: in effetti l’etimologia di “spavento” deriva dal latino “temere” e rimanda a un moto dell’animo della famiglia della paura.

 

L’idea base della “malattia dello spavento”, spiega Signorini, è quella di una “perdita” di forze spirituali. Gli studiosi contemporanei hanno collegato questa ‘perdita’ a condizioni di disordine neuro-psicologico e psichiatrico: anoressia, insonnia, astenia, depressione, ansietà e ritiro dalle normali attività e responsabilità sociali. Alcuni studi associano la malattia dello spavento a relazioni interpersonali stressanti e a un meccanismo di adattamento a proprie inadeguatezze sul piano sociale. In altre parole è una perdita di tranquillità interiore, di controllo emotivo, di relazione serena con sé stessi e con gli altri.

 

In Italia centrale l’idea che lo spavento faccia “perdere” qualcosa appare evidente nelle descrizioni dei suoi effetti: perdita di forze (in particolare delle gambe), perdita di appetito e di sonno, perdita di colore, perdita dell’equilibrio nervoso, cessazione delle mestruazioni, crescita rallentata dei bambini.

 

Nel contesto messicano degli Huave, i malesseri dello spavento possono essere causati dall’azione, dal pensiero o dalle emozioni di un essere umano vivo oppure defunto, cosa che ricorda i due tipi di “ombra” della tradizione sarda, nominati anche nei brebus: “chi esti umbra de bìu, nci torridi de innui nd’esti bessiu; chi esti umbra de mottu, nci torridi innùi fuidi attottu” (se è ombra di vivo, ritorni da dove è uscito; se è ombra di morto, ritorni dov’era).

 

La studiosa Dolores Turchi ha riscontrato nei rituali sardi diversi riferimenti a tombe e defunti, come se in Sardegna la medicina dello spavento fosse derivata dall’antichissima pratica di incubazione nuragica che – secondo gli scritti di Aristotele, Tertulliano, Simplicio e altri – consisteva nel dormire vicino alle salme di eroi defunti per guarire da visioni spaventevoli e incubi notturni.

 

Lo storico delle religioni Raffaele Pettazzoni fu il primo che provò a unire questi scritti antichi con i dati dell’archeologia sarda, in particolare le Tombe dei Giganti, mentre altri studiosi ipotizzarono successivamente che l’incubazione si svolgesse in nuraghi complessi (santuari e villaggi).

 

In tutti i casi la Turchi ha ravvisato tracce di questo primitivo potere taumaturgico dei defunti in alcuni paesi sardi, ad esempio nella zona della Planargia, in località come Sindia, dove la vecchia guaritrice non poteva intervenire con la medicina dello spavento se nel paese non moriva qualcuno. La stessa cosa accadeva anche a Macomer.

 

Un vero e proprio contatto tra il vivo e il morto avveniva, poi, durante la terapia utilizzata nella zona del Barigadu, fino agli anni 50-60 del Novecento, per curare l’epilessia che era considerata un male sacro. Anche a Samugheo la guaritrice introduceva l’epilettico nella stanza dove si trovava un defunto e, dopo aver recitato le sue preghiere, metteva il paziente a contatto con la salma.

 

Invece a Orgosolo, a Mamoiada e in altri paesi della Barbagia, per liberarsi dallo shock causato da grossi spaventi (tra cui credere di aver visto lo spirito di qualche defunto, specialmente se colpito da morte violenta), bisognava rotolarsi per tre volte davanti al cimitero del paese, oppure davanti a tre chiese. Sul sito di Sardegna Cultura si legge che c’è ancora qualcuno che pratica il rito della “imbruscinadura” nel cimitero, facendo stendere il malato su tre tombe di persone morte di morte violenta.

 

In generale emerge in Sardegna una relazione molto particolare con la morte: non terrore dell’ignoto, ma familiarità quasi naturale con l’aldilà, vissuta come dimensione accessibile e benefica, persino terapeutica. Anche le tradizioni familiari e sociali del passato rivelano un rapporto quasi confidenziale, sicuramente domestico, con la morte: il defunto veniva vegliato in casa notte e giorno dai suoi cari, mentre parenti e amici avevano il compito di procurare il pranzo e la cena per diversi giorni. Inoltre veniva offerto da bere po s’anima de su biadu (per l’anima del beato) agli uomini che si intrattenevano la sera nella casa del defunto.

 

Singolare, poi, la cena dei morti allestita in molti paesi sardi alla vigilia del primo novembre, con la tavola apparecchiata per i defunti della famiglia e il cibo preparato per loro. O anche la variante sarda della festa di Halloween, chiamata in alcuni paesi Su prugadoriu (Il purgatorio), in altri Su mortu mortu (Il morto morto) o Sas animeddas (Le anime): qui i bambini fanno ancora il giro delle case per chiedere dolcetti, caramelle e frutta secca, recitando cantilene come “Animas de prugadoriu (Siamo anime del Purgatorio), Ave Maria”.

 

Non mancano poi numerose leggende sarde in cui le anime dei morti e gli spiriti errabondi fanno visita al mondo dei vivi o svolgono attività parallele come le panas, le donne morte di parto, che lavano i panni nei pressi dei fiumi cantando tristi litanie e che non devono mai essere interrotte, altrimenti si incorre in sciagure.

 

Normalmente il rapporto con la morte dovrebbe essere fonte di spavento, invece in Sardegna guarisce dagli spaventi. Un paradosso che sembra rivelare qualcosa di essenziale: la consapevolezza che, per guarire dai traumi più profondi, talvolta bisogna attraversare simbolicamente quella dimensione limite che più ci spaventa. I Sardi lo sanno, a quanto pare, da millenni.

 

Immagine: Immagine: Donna sarda in preghiera, Collezione Fondo Ballero, Ilisso. Fonte web: Sardegna Digital Library

 

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