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La vita è una festa

Ballo tondo simbolo di festa

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Di Lorella Marietti

Qualcuno ha detto che un tempo la vita dei Sardi ruotava tutta intorno alla festa.

Dai matrimoni alle nuove nascite, dai santi del calendario alla memoria dei defunti, dalla vendemmia alla tosatura delle pecore, tutto veniva celebrato festosamente insieme. Con cura e con trasporto, con ricette particolari, con gesti rituali, con il ballo, il canto e la poesia.

 

Erano coinvolti interi paesi, dai bambini agli anziani, e inoltre le famiglie si spostavano con le loro traccas per raggiungere mete di pellegrinaggio come Sedilo per la festa di Sant’Antinu, o come l’isola di Sant’Antioco per la festa del martire patrono.

 

Poiché la festa scandiva i momenti salienti della vita familiare, dell’annata agropastorale e dell’anno liturgico, era un evento-esperienza che rivestiva una funzione non solo sociale e aggregativa, ma anche psicologica, spirituale e cosmica.

 

Infatti il concetto di festa nasce come tempo rituale e comunitario che accompagna il ciclo della vita, della natura e dell’anima, perché da una parte la festa è piena di rimandi simbolici che parlano alla memoria collettiva, e dall’altra parte educa alle relazioni umane, alla programmazione comune, all’organizzazione, al coordinamento e all’operatività condivisa.

 

Non per nulla la festa abbraccia tre fasi: la preparazione e l’attesa, che in certi casi inizia perfino mesi prima, orientando al futuro i pensieri e le azioni, i desideri e le speranze; lo svolgimento della festa, esaltazione del momento presente e raggiungimento dell’obiettivo; infine il ricordo della festa, nei discorsi e nei cuori, vale a dire l’interiorizzazione che ne estende la valenza e la portata nel tempo.

 

Ancora oggi la Sardegna continua a dare importanza al senso della festa, sebbene in misura minore rispetto al passato, ma comunque significativa rispetto ad altri luoghi.

 

È un peccato che un malinteso senso di modernità abbia spinto il mondo contemporaneo a recidere i fili della memoria storica e a non comprendere più il linguaggio simbolico delle tradizioni. La conseguenza è che le feste stanno perdendo la loro funzione di ponte fra il ciclo temporale e la dimensione senza tempo, tra la vita quotidiana e la vita interiore, tra il mondo delle cose e il mondo delle relazioni, ma anche tra le diverse generazioni, come evidenzia Alfredo Cattabiani, studioso di simbolismo, storia delle religioni e tradizioni popolari.

 

In passato la festa rimandava alle radici e all’identità di una comunità, a un’idea di bene comune alimentato anche attraverso le preghiere e gli esami di coscienza che si svolgevano durante le feste dei santi. Creava quel tipo di legami che si mantengono saldi in presenza di un senso di appartenenza. Offriva forme di solidarietà e punti di riferimento comunitari che aiutavano a condividere fatiche e pesi, mentre ora la strategia del carpe diem sembra la risposta più facile alla mancanza di valori.

 

Oggi la festa è perlopiù associata a uno svago privato e sempre più individualista, a un’occasione di relax, di acquisti o di semplice vacanza, dal verbo vacare, essere vuoto, privo di impegni.

 

Tuttavia questa stessa etimologia può esser letta in modo diverso, perché il “vuoto”, il “vacuum”, può essere visto anche come uno spazio libero e liberato dalle abitudini, dalla routine quotidiana, dai ruoli e dalle aspettative sociali.

 

In questo senso la vacanza, la festa, è anche un modo per uscire dalla vita di tutti i giorni, entrare in connessione con sé stessi e rinnovarsi.

 

Un punto di vista più interiore che si sposa bene con le grandi feste che segnano i periodi forti dell’anno – Natale, Pasqua, ma pure le celebrazioni dei santi in concomitanza con la rinascita della natura – e che può essere spinto fino alle profondità della vita spirituale, tanto che i monaci carmelitani parlano di un vacare-deo, cioè svuotarsi per trovare Dio dentro di sé, perché il centro dell’anima è Dio, e così vivere quotidianamente alla presenza di Dio.

 

Del resto nella Bibbia il giorno dedicato alla festa, lo Shabbat, ovvero “Quiete”, rimanda alla felicità, al silenzio, alla pace e all’armonia, tutti sinonimi di vita eterna, come a indicare che la festa è la presenza dell’Eternità nel tempo.

 

Immagine: Ballo Sardo (Gruppo Folk Ittiri Cannedu), foto di Cristiano Cani, in fonte web: Wikipedia.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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