Quando l’associazione Nurnet ha recuperato all’asta di Christie’s la statuetta nuragica femminile decorata con il motivo delle spirali, che raffigura una sacerdotessa o una sciamana, ha restituito alla Sardegna non solo uno dei suoi tesori dispersi, ma anche un’affascinante simbologia condivisa nel mondo antico.
Infatti la spirale è un simbolo del sacro femminile legato sia alle nascite che alle rinascite. La linea curva e continua di questo segno, che non si chiude mai, evoca il movimento dell’universo, i cicli lunari e la circolarità del tempo, la forma dei germogli e delle galassie, i vortici d’acqua e le conchiglie, intrecciando la fecondità della natura con quella del grembo femminile, unendo origine e ritorno, vita e morte, attraverso l’idea di penetrare nel misterioso utero della Terra per poi riemergere.
Questa simbologia è molto diffusa nell’arte preistorica e protostorica della Sardegna e di diversi contesti mediterranei e del vicino Oriente, sancendo la funzione di generazione, ciclicità e sacralità attribuita al principio femminile. Infatti l’osservazione dei cicli naturali (biologici, lunari, solari) spingeva le culture umane a rappresentare il movimento dinamico dell’esistenza e il mistero della generazione operando un parallelo tra il corpo della donna e il cosmo.
In Sardegna, nell’area funeraria archeologica delle domus de janas di Montessu – una quarantina di tombe prenuragiche in uso dal Neolitico finale (3200-2800 a.C.) fino al Bronzo antico (1800-1600 a.C.) – le numerose spirali incise o scolpite testimoniano il culto della dea madre e a volte ne rappresentano i seni, chiaro richiamo alla fecondità, e anche gli occhi, come possibile rimando al potere sciamanico femminile (l’occhio che vede oltre, la chiaroveggenza).
Allo stesso modo in Europa orientale, nella Cultura di Cucuteni-Trypillia (5500 – 3000 a.C. circa), le spirali sono applicate a parti del corpo della donna, in questo caso sul ventre e sugli ampi fianchi delle statue di argilla e dei vasi antropomorfi dalle forme femminili, associando il ciclo cosmico e dinamico (la spirale) alla donna (la dea o la sua devota ) come matrice della vita.
Anche nell’arte minoica di Creta (dal 3000 a.C. fino al 1050 a.C. circa) il simbolismo spiraliforme collega i cicli cosmici (solari e lunari) con il corpo femminile e con il culto della grande dea, mentre nell’antico Egitto la doppia spirale è presente nell’ideogramma che indica l’utero e inoltre è associata a Meskhenet, dea del parto e patrona delle nascite, ma anche creatrice del Ka, la parte vitale dell’anima essenziale per la rinascita dopo la morte.
Nella Cultura Megalitica di Malta (circa 3600–2500 a.C.), la spirale è una decorazione dominante e monumentale, incisa su grandi blocchi di pietra. L’architettura stessa dei templi, con le sue strutture ad absidi semicircolari, è considerata da alcuni studiosi (come Marija Gimbutas) una rappresentazione fisica dell’utero della “Grande Madre mediterranea”. Entrare nel tempio o scendere nell’Ipogeo sotterraneo, dove il simbolo a spirale è prominente, era inteso come un atto rituale di “entrare nell’utero della Dea” (la terra-utero misteriosa) per la rigenerazione e il passaggio dalla morte alla vita, sia in senso iniziatico e sciamanico di conoscenza di sé e dell’universo, sia in senso ultraterreno dopo la morte.
Nell’isola sarda, l’architettura funebre di Montessu poteva avere una funzione simile di passaggio alla vita immortale. Come evidenzia lo studioso Marcello Cabriolu, gli ambienti interni delle tombe sono sempre di forma sub-circolare, quasi a indurre una sagoma uterina per il defunto che veniva deposto in posizione fetale e per di più l’acqua piovana che qui veniva convogliata suggerisce un’associazione con le acque del parto, il liquido amniotico. In questo modo il legame con la dea madre, simboleggiato dalle numerose spirali disseminate sulle pareti, diventava anche un grembo architettonico in cui si completava il ciclo di nascita-morte-rinascita.
La sacerdotessa dalle mille spirali racconta così una storia mediterranea condivisa, quella di un antichissimo potere femminile legato a una maternità non solo biologica ma anche spirituale,
Un potere di nascita e rinascita inteso su più piani, un archetipo che univa le culture del mare antico, un messaggio di sacralità della vita e della morte che oggi sembra dimenticato ma che aveva una funzione protettiva concreta: ciò che è sacro non può essere violato senza rompere l’ordine stesso dell’esistenza.
Immagine: La statuetta nuragica femminile recuperata da Nurnet all’asta di Christie’s.
Foto in fonte web: nurnet.net
