Novembre è il mese dei morti per tutti, credenti e non credenti. L’autunno stesso è una metafora potente del rapporto tra la vita e la morte: la luce che si abbassa, le foglie che si staccano dagli alberi, l’arrivo dei primi freddi. Immagini che da sempre colpiscono l’immaginario e ispirano i poeti: versi malinconici come quelli del Cardarelli, che coglie «in quest’autunno che incede con lentezza indicibile, il miglior tempo della nostra vita e lungamente ci dice addio», o versi pieni di speranza come quelli di Shelley che in una sera d’autunno riflette sui semi sepolti nei «loro scuri letti invernali, dove giacciono nel freddo e nel profondo, ciascuno come una salma nella tomba, finché la tua azzurra sorella, Primavera, suonerà la sua tromba sopra la terra addormentata» risvegliando la vita.
L’economista Luigino Bruni osserva che le civiltà passate sapevano morire perché sapevano vivere e la fede era una grande risorsa per poter sperare in un buon incontro con l’angelo della morte, ma nel giro di un paio di generazioni è stato completamente dimenticato il mestiere del vivere e del morire, e se non ne troviamo presto un altro, la nuova pandemia sarà la depressione.
Il sociologo Stefano Allievi delinea il quadro contemporaneo di una società “analgesica” che dedica enormi energie per cercare di non invecchiare e allungare la vita a tutti i costi, cancellando il dolore e la morte dal panorama sociale. Questo non è senza conseguenze, perché far finta che la morte non esiste significa dimenticare – e quindi non saper gestire – una parte del ciclo della vita.
Questa rimozione della morte, secondo il filosofo Umberto Galimberti, ha un costo altissimo. Infatti la psicoanalisi ci insegna che ciò che reprimiamo non scompare, ma si manifesta in altre forme, spesso patologiche. Viceversa la consapevolezza che dobbiamo morire è un richiamo a vivere autenticamente, a dare valore a una giornata, a un legame, a una parola, proprio perché il tempo è limitato e, senza la morte, la vita sarebbe un flusso continuo e ininterrotto, privo di direzione, privo di scopo.
Nelle culture tradizionali la morte non viene ignorata, nascosta o esorcizzata, ma viene accolta consapevolmente, condivisa in famiglia e nella comunità, celebrata ritualmente. Nel libro “Da qui all’eternità: viaggiare per il mondo per trovare la buona morte”, la scrittrice e blogger Caitlin Doughty mette a confronto le usanze funerarie di tutto il mondo, scoprendo che le società che hanno il rapporto più maturo con la morte sono quelle che si prendono cura dei propri defunti e hanno anche la possibilità di partecipare ai rituali della vestizione, della veglia e della sepoltura. Al contrario, nella società americana in cui l’autrice vive, le persone non muoiono quasi più in casa, ma negli ospedali e nelle case di riposo, cosa che porta all’estraniazione della famiglia da tutto il processo della morte, lasciando che se ne occupino solo i professionisti e perdendo quell’atto di accompagnare il defunto che, da una parte, aiuta a elaborare il lutto, e dall’altra prolunga il legame.
Questa sapienza antica non è andata perduta nella Sardegna più tradizionale, dove ancora oggi gli anziani sono assistiti a domicilio e muoiono in casa per la maggior parte delle volte. Nell’abitazione si svolge anche la veglia funebre e si riceve la visita di parenti e amici per l’ultimo saluto.
Addirittura, nei tempi antichi, il corpo del defunto veniva lavato, vestito e composto in casa dai familiari, che lo adagiavano su un tavolo, sopra un tappeto chiamato Tapinu ‘e mortu. Una variante di questo tappeto/coperta erano is Fressadas, i drappi funebri ricamati con motivi simbolici come l’albero della vita, l’uva (per dire fecondità) e il cervo (variante dell’albero della vita per le sue corna ramificate). Il drappo funebre faceva parte del corredo della sposa, specie nelle famiglie agiate, come a indicare il legame esistente tra i grandi eventi dell’esistenza, felici o tragici che fossero, considerati tappe di un unico percorso. Il Museo Unico Regionale dell’Arte Tessile Sarda possiede cinque Tapinos de mortu, tra i quali il più antico risale al Settecento, e tre Fressadas, tutti ben conservati.
Un altro rituale domestico riguardava l’accensione e la custodia delle candele durante la veglia funebre: una donna si occupava (e preoccupava) di tenerle accese di giorno e di notte, sostituendole prima che si consumassero del tutto e vigilando affinchè la fiamma non si spegnesse, fino a quando la bara non fosse stata chiusa per il trasporto e la sepoltura in cimitero.
Una consuetudine tradizionale, ancora presente in Barbagia, è quella del corredo funerario: i familiari scelgono dei piccoli oggetti significativi da collocare nella bara per accompagnare il defunto nel suo viaggio ultraterreno. Nel caso di mio padre, che ha vissuto molti anni nel centro Sardegna e ha avuto un funerale barbaricino, sono stati messi un pennello da pittore, una sciarpa della tifoseria granata, una raccolta di fumetti di Tex Willer e un’immagine della Madonna del Carmelo, oltre al Rosario tra le mani. Un’usanza che richiama i corredi funebri nuragici e punici ritrovati nelle numerose necropoli della Sardegna, dove gli oggetti messi accanto al defunto rappresentavano effetti personali, status sociale, oggetti religiosi e simboli della vita che aveva condotto.
Elemento comune, tanto ai popoli antichi come alle culture tradizionali, è la convinzione che la morte sia un passaggio verso un altro mondo o un’altra vita perché lo spirito umano, o l’anima, non muore mai. Così si celebra non la fine ma un nuovo inizio, credendo in un ricongiungimento finale con i propri cari. Invece, dice ancora Caitlin Doughty, la cultura dominante di oggi è quella di far temere la morte, facendo finta che non esista.
Secondo il sociologo Stefano Allievi, dopo anni in cui lo slogan è stato “riprendiamoci la vita”, non ha torto chi ora consiglia anche di “riprenderci la morte” per riportarla a casa, in famiglia, nei nostri pensieri, nelle nostre discussioni. In una parola, nella nostra vita.
Immagine di Giuseppe Biasi, Veglia a un morto, xilografia, 1912, in fonte web: Catalogo generale dei beni Culturali.
