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Il sonno degli eroi e dei santi (58)

Le case del pellegrino, il sonno e la guarigione: un’eredità nuragica ancora viva nei sagrati sardi

Santuario nuragico

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Di Lorella Marietti

In Sardegna accade spesso di imbattersi in chiese campestri edificate a ridosso di resti nuragici, peculiarità che si aggiunge a quella di essere circondate dalle singolari abitazioni temporanee chiamate cumbessias (o muristenes).

 

Tre elementi architettonici curiosamente integrati tra loro, che non trovano riscontro altrove e che sembrano tessere un filo conduttore millenario, rivelando una continuità spirituale che attraversa epoche e religioni.

 

Dormire nelle cumbessias accanto alle chiese, infatti, sembra evocare l’antichissima incubatio della civiltà nuragica, ossia la terapia del sonno sacro praticata presso le tombe degli eroi divinizzati.

 

Aristotele, nei suoi scritti poi ripresi da Simplicio nei “Commentari agli otto libri di Aristotele”, descrive un rituale particolare dell’isola: le persone afflitte da mali si recavano a dormire per cinque giorni presso il tempio di un eroe, liberandosi così da ossessioni, incubi notturni e altre infermità (dai disturbi nervosi ai traumi, fino alle convulsioni epilettiche). I corpi di questi eroi venerati in Sardegna si erano conservati intatti (probabilmente erano imbalsamati), “simili più a dormienti che a trapassati”, e gli antichi Sardi si coricavano accanto a loro per trovare la guarigione.

 

Come ha evidenziato Raffaele Pettazzoni nel suo saggio “La Religione Primitiva in Sardegna”, questa pratica trasformava l’eroe defunto in guaritore, creando un ponte sacro tra mondo dei vivi e dei morti, e verosimilmente i luoghi deputati a tale rito erano i santuari nuragici con i loro piccoli locali, capanne e logge che circondavano le costruzioni principali e i cui resti mostrano spiccate analogie con le cumbessias che punteggiano ancora oggi i sagrati delle chiese campestri sarde e che, a loro volta, richiamano la biblica festa delle Capanne.

 

Diversi sinodi sardi vietavano ai fedeli di dormire nelle chiese, dove vi erano urne con reliquie e anche tombe di cristiani illustri, e la costruzione delle cumbessias poteva esser stata una efficace alternativa, già “collaudata” dagli antichi Sardi e per giunta “avvallata” dalla Bibbia.

 

Comunque sia la cristianizzazione dell’isola non spezzò i fili spirituali precedenti, ma li reinterpretò. Le cumbessias dei santuari cristiani ereditarono la funzione delle antiche strutture nuragiche e forse anche quella delle capanne temporanee per i fedeli descritte nel libro di Neemia. Così per nove giorni i pellegrini cristiani dormivano nelle dimore accanto alla chiesa del santo, pregando novene e goccius e chiedendo grazie di guarigione – spirituali, psicologiche e fisiche – come quelle che un tempo si invocavano presso gli eroi nuragici.

 

Come documenta Dolores Turchi nel suo scritto “L’incubazione nella civiltà nuragica”, dobbiamo probabilmente a papa Gregorio Magno il fatto che i nuraghi non siano stati distrutti. Infatti il pontefice romano, all’alba del settimo secolo, tracciò in una lettera le linee guida dell’attività missionaria cristiana, raccomandando di non distruggere i templi “in modo che la gente, non vedendoli distrutti, abbandoni nel suo cuore l’errore, conoscendo e adorando il vero Dio, ancora più volentieri nei luoghi dove era solita andare”.

 

In Sardegna questo passaggio dal retaggio religioso precedente a quello cristiano è ben visibile in tutti i luoghi in cui le chiese sono state affiancate ai complessi nuragici, ad esempio Santa Vittoria di Serri, Santa Cristina a Paulilatino, Santa Sabina a Silanus, San Giovanni Sinis a Cabras, dove sono presenti anche le cumbessias.

 

A Sant’Antioco, dove i nuraghi rinvenuti sono ben 43, si registra dopo il 1615 un’affluenza record di pellegrini in seguito alla scoperta del sepolcro del santo omonimo, nelle catacombe sotto la chiesa, e moltissimi dormono nelle capanne costruite intorno al sagrato e anche nelle grotte della necropoli.

 

Massimo Pittau, nella sua “Storia dei Sardi Nuragici”, ha censito duecentottanta nuraghi dedicati a santi e quattordici chiamati “cresia” (chiesa), mentre la toponomastica conserva tracce eloquenti del sonno degli eroi con nomi come Nuraghe Sa Tumba, Nuraghe Su Musuleu, Nuraghe Mortos, Nuraghe de Is Animas. Senza dimenticare i numerosi altri che portano il nome di altare o di cattedrale (Sa Sea).

 

Viene da chiedersi cosa sopravviva oggi di queste pratiche millenarie. Mentre si approfondiscono le indagini sulla civiltà nuragica, le cumbessias campestri si svuotano e le novene si accorciano, la ricerca contemporanea riscopre il valore terapeutico del sonno, dell’ambiente e della comunità.

 

Ad esempio la medicina del sonno si basa sul principio che, dormendo, si riparano tessuti, si consolida la memoria, si eliminano tossine dal cervello. E anche gli studi delle neuroscienze sui sogni indicano il ruolo che questo linguaggio inconscio riveste nei processamenti emotivi e nella risoluzione dei traumi.

 

Allo stesso modo la medicina moderna sta riconoscendo l’importanza dell’ambiente nella guarigione: ospedali che introducono elementi naturali, terapie all’aperto, architettura terapeutica.

 

E oggi le nuove frontiere della psiconeuroimmunologia studiano l’interazione tra il comportamento, l’attività mentale, il sistema nervoso, il sistema endocrino e la risposta immunitaria degli esseri umani, sistemi storicamente studiati in comparti separati dal punto di vista didattico ma in realtà molto uniti tra di loro, che ad esempio mostrano connessioni tra gli stati psicologici (stress, fiducia, supporto sociale) e la guarigione.

 

Forse i Sardi, nella loro relazione intima con eroi e santi, in ambienti comunitari sacri e naturali, avevano intuito verità che la medicina moderna sta faticosamente riconquistando: che guarire non è solo questione di farmaci, ma di ritrovare un equilibrio profondo tra corpo, psiche, socialità e dimensione spirituale. Le pietre dei nuraghi e i muri delle cumbessias conservano questa memoria, testimoni silenziosi di una continuità che attraversa i millenni, come se aspettasse di essere pienamente compresa.

 

 

Immagine: Santuario nuragico e chiesa di Santa Vittoria di Serri (Ca), foto di Bibi Pinna, in fonte web: nurnet.net

 

 

 

 

 

 

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