Oggi, a Expo 2025 Osaka, la cultura sarda si intreccia con quella giapponese attraverso i fili dell’artista Maria Lai (1919–2013), le cui opere parlano un linguaggio universale di connessione e meraviglia.
È l’evento “Maria Lai. Un filo sulla mappa del mondo”, organizzato dall’Assessorato alla Cultura della Regione Sardegna: un viaggio nell’opera e nella filosofia di una delle artiste più originali del XX secolo.
I fili utilizzati da Maria Lai, cuciti, ricamati, annodati o sciolti, in tutte le loro forme (linee, tessuti, nastri…), simboleggiano legami, relazioni, memoria, trame dell’esistenza, ma anche dialoghi con altri artisti: con gli architetti costruiva spazi e memorie, con i musicisti faceva cantare il filo, con gli stilisti vestiva l’invisibile.
Inoltre, con l’opera “Legarsi alla montagna”, Maria Lai realizza nel 1981 a Ulassai, suo paese natale, il primo esempio di arte relazionale in Italia. Stravolgendo il classico rapporto tra autore e spettatore, l’intera comunità diventa parte integrante e fondamentale della creazione artistica.
L’opera, incentrata su un nastro azzurro lungo 27 km, viene realizzata in tre giorni. Il primo giorno il nastro viene tagliato, il secondo è distribuito agli abitanti e il terzo è legato fra porte, finestre e terrazze di case, ridisegnando così le relazioni vecchie e nuove fra donne, bambini, pastori e anziani. Infine il nastro viene legato da scalatori esperti al Monte Gedili sopra il paese. Il messaggio è forte e chiaro: tenere unite la natura e l’uomo, come anche la sacralità delle montagne e quella delle famiglie.
Maria Lai lasciò a ogni abitante la scelta di come legarsi al proprio vicino. Così dove non c’era amicizia il nastro passava teso e dritto nel rispetto delle parti, invece dove l’amicizia c’era si faceva un nodo simbolico e dove c’era un legame d’amore veniva fatto un fiocco e al nastro si legavano anche dei pani pintau.
È interessante notare che anche il Giappone parla il linguaggio dei fili, cosa che sembra creare un gemellaggio simbolico con la Sardegna. La poetica giapponese si esprime con il filo mizuhiki, la cui tradizione risale a oltre 1400 anni fa, e il filo rosso del destino, che nasce da un’antica leggenda orientale.
Il filo mizuhiki è una decorazione artistica realizzata a mano e inizialmente utilizzata nei riti religiosi e nei cerimoniali di corte, poi divenuta popolare per sigillare lettere e doni destinati a persone importanti.
Questo filo è realizzato attorcigliando la carta giapponese fino a formare dei sottili cordoncini, poi colorati con procedure simili a quelle della tintura dei kimono. Nel corso dei secoli sono state sviluppate molte tecniche di intreccio e legatura del mizuhiki, ognuna con un proprio significato, che simboleggiano la connessione con il potere divino e auspici di felicità.
La leggenda del filo rosso del destino, molto diffusa in Giappone, racconta che ogni persona porta fin dalla nascita un invisibile filo rosso che lo lega alla propria anima gemella. Questo filo può allungarsi o annodarsi nel tempo, ma non si romperà mai, perché le due persone sono destinate prima o poi a trovarsi e amarsi.
Così l’incontro tra la Sardegna e il Giappone racconta anche due modi diversi e ugualmente affascinanti di seguire le tracce del filo che collega le persone e le cose del mondo.
Immagine dell’evento su Maria Lai. Fonte web: Pagina Facebook Fondazione Stazione dell’Arte Ulassai.
