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Fuoco Amico, Fuoco Nemico: la Sardegna ha smarrito il rispetto per le fiamme? (59)

Quando il fuoco univa: storia, cultura e leggi sarde dimenticate nell’epoca dell’incendio impunito

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Di Lorella Marietti

Come ogni anno il fuoco ritorna in Sardegna e, nel 96% dei casi, la responsabilità è umana. Sia per motivi dolosi che per grave incuria. Bruciano sempre più le aree protette, gli incendi si avvicinano ai centri urbani, la prevenzione appare assente. Ma, un tempo, che relazione avevano i Sardi col fuoco?

 

Il fuoco in Sardegna è sempre stato un elemento chiave della vita associata. È vero che, da un lato, poteva essere impiegato per distruggere i beni di rivali e nemici, spesso anche come strumento di vendetta. Però il fuoco era soprattutto un alleato. Nella vita familiare come in quella sociale, produttiva e anche religiosa.

 

Il fuoco era al servizio della comunità. Per esempio in cucina si imparava a conoscerlo e ad usarlo con sapienza: basta pensare alla cottura del Pistoccu, il pane biscottato, che veniva cotto due volte in forno, o anche la cottura lenta e paziente degli arrosti sardi. Due modi emblematici di “addomesticare” con arte il fuoco, di utilizzarlo con maestria e creatività, a differenza dell’incendio che è esplosione irrazionale e distruzione.

 

Con i fuochi e con i ceri accesi in occasione delle feste, le comunità si riunivano e la gente esprimeva la propria devozione, compiendo gesti rituali e benedicenti che erano quasi come degli antidoti agli usi fraudolenti del fuoco. Gli stessi santuari campestri rendevano sacre le campagne e le zone alberate. Si pregava nei novenari immersi nella natura, si facevano bivacchi per cucinare e mangiare insieme.

 

Attorno ai roghi veniva danzato su ballu tundu. I compari balzavano sopra le fiamme per fare il salto dell’eterna amicizia durante i fuochi di sant’Antonio Abate o di san Giovanni Battista. La legna era preziosa per accendere i caminetti davanti ai quali si trascorrevano le notti d’inverno, si condivideva la vigilia di Natale, si raccontavano storie e aneddoti. Il fuoco rimandava a sentimenti positivi, a legami che univano, al calore domestico e umano.

 

Ma questa sacralità del fuoco si traduceva anche in regole precise. Il fuoco era vitale pure per l’economia isolana e per questo gli ordinamenti normativi della Sardegna bassomedievale contro i danni inferti dal fuoco si presentano come strumenti di difesa delle risorse ambientali e, soprattutto, come forme di protezione del lavoro e della produzione, come mostra l’interessante ricerca “Fuoco e acqua negli ordinamenti normativi della Sardegna bassomedievale” di Francesco Borghero e Francesco Salvestrini.

 

Per esempio il Breve di Villa di Chiesa contiene norme sul controllo, la tutela e la gestione dei boschi e delle zone alberate perché queste risorse naturali erano connesse all’attività di estrazione mineraria, che richiedeva legname per armare le pareti interne delle miniere e soprattutto da usare come combustibile da ardere per gli impianti di fonderia.

 

Nei testi sardi emanati fra il XIII e il XIV secolo era anche contemplata e normata la pratica dell’abbruciamento dei pascoli da parte dei pastori per far crescere l’erba nuova, così come la pratica agronomica del debbio, che bruciava sterpi, stoppie e cotica erbosa per concimare la terra. Questi fuochi erano però vietati durante il periodo estivo, quando maggiore era il rischio di incendi, e inoltre erano previste per chi provocava gli incendi delle sanzioni che andavano dall’ammenda al pagamento dei danni, fino alla pena capitale.

 

Negli Statuti di Sassari l’incendiario doloso che non aveva di che pagare l’ammenda inflittagli, veniva condannato all’impiccagione (I, 41, 42), mentre nelle Ordinazioni dei consiglieri di Cagliari l’incendio doloso di una casa o di un possedimento presso il Castello, che metteva in pericolo l’intera città, era condannato per contrappasso con il rogo di colui che lo aveva appiccato.

 

Stessa pena capitale era prevista dalla Carta de Logu d’Arborea, che regolamentava anche le indagini e le azioni della corte di giustizia. I giurati (jurados) del relativo villaggio provvedevano alla raccolta delle prove, all’arresto e alla traduzione in giudizio dei malfattori presso la corte giudicale, mentre i curadores, i funzionari giudicali (armentargios) o gli ufficiali amministrativi a capo dei villaggi (maiores de villa) stimavano i danni inferti al villaggio e ai terreni contigui, denunciandoli alla corte giudicale, che si occupava pure della requisizione dei beni dell’incendiario (cap. 48).

 

Oggi le pene previste dal Codice penale (fino a 10 anni per incendio doloso) si traducono di rado in condanne effettive perchè mancano le prove, le indagini finiscono in vicoli ciechi, l’impunità trionfa. E, a monte, manca una vera rete di sorveglianza: interessante notare come il Breve di Villa di Chiesa prevedesse le cosiddette “guardie delle vigne” e, in generale, gli antichi ordinamenti sardi contemplassero l’attività di una serie di ufficiali pubblici che vigilavano sul rispetto delle norme.

 

Entrava qui in gioco il principio della responsabilità collettiva, di derivazione bizantina, recepito nei testi normativi bassomedievali sardi. Una catena di garanzia e collaborazione che collegava, implicitamente, l’intera comunità con la responsabilizzazione dei singoli: ad esempio gli Statuti di Sassari codificavano questa consuetudine nel “giuramento di scolca”, che obbligava i membri di ogni collettività alla custodia della pace sociale e alla denuncia dei reati (I, 16).

 

Attualmente il bosco non è più considerato un bene comune, né un pezzo vivo di comunità, mentre in passato la sua tutela derivava dalla consapevolezza che l’ambiente fosse fonte di vita per l’intera comunità e che potesse dare ossigeno al territorio in tutti i sensi. Anche la positiva valenza culturale, psicologica e sociale del fuoco, la sua “frequentazione” simbolico-rituale, allenavano al rispetto e al controllo ordinato di questo elemento. Erano significati condivisi da tutti, dai bambini agli anziani, durante le feste e in tutti quei luoghi menzionati dai testi normativi nei quali, con l’ausilio del fuoco (e anche dell’acqua), si celebravano e rinnovavano le pratiche dell’esistenza.

 

Da dove ripartire? Senz’altro dal senso di comunità, che oggi sembra schiacciato dall’individualismo diffuso in tutti i campi, non solo quelli che vengono incendiati.

 

Immagine: Incendio in Sardegna, foto Ansa.

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