“Sa die de Sa Purissima” è il nome dato in Sardegna alla festa dell’Immacolata.
L’antico titolo sardo anticipa di qualche secolo il dogma (o verità di fede) proclamato da Pio IX l’8 dicembre 1854, come dimostrano diverse chiese isolane intitolate alla Purissima molto prima di quella data. Si possono ricordare la chiesa della Purissima a Cagliari edificata nel 1554, quella di Iglesias costruita nel 1578, quella di Lodè in provincia di Nuoro nel 1739, quella di Tempio Pausania nel 1761.
Questa curiosa anticipazione si spiega col fatto che, fin dai primi tempi cristiani, si era radicata tra i credenti la convinzione della totale assenza di peccato in Maria. Già nel IV secolo, sant’Efrem definiva la Madonna «tutta pura, immacolata, incorrotta, inviolata». E, nell’antica preghiera Horologion delle Chiese ortodosse, si invocava la Madonna con le parole: «godendo della tua assistenza, o Purissima, io non ho nessun timore».
Anche se i due termini “Purissima” e “Immacolata”, utilizzati come sinonimi nella devozione popolare, non sono perfettamente sovrapponibili dal punto di vista teologico – il primo è più generico, il secondo indica che Maria è stata preservata dalla macchia del peccato originale – l’iconografia della Purissima nelle chiese sarde è già quella dell’Immacolata Concezione: Maria splendente di luce, a figura intera sopra la luna, che tiene sotto i piedi la testa del serpente, simbolo del peccato originale e del male, e porta sul capo una corona di dodici stelle.
Un’immagine tradizionale che nasce dall’incrocio di due passi biblici: quello di Genesi 3,15, dove Dio dice al serpente: «Io porrò inimicizia tra te e la donna, tra la tua stirpe e la sua stirpe; questa ti schiaccerà la testa e tu le insidierai il calcagno», e quello di Apocalisse 12,1: «Un segno grandioso apparve nel cielo: una donna vestita di sole, con la luna sotto i suoi piedi e, sul capo, una corona di dodici stelle».
Proprio questa corona celeste di dodici stelle ha ispirato l’illustratore francese Arsène Heitz nella creazione dell’emblema che ha dato origine alla bandiera europea, anche se il legame iconografico con la simbologia mariana verrà raccontato dal suo autore molto più tardi, il 28 ottobre 2004, come riporta il settimanale britannico “The Economist”.
Una storia singolare che comincia quasi in sordina nel 1955, quando le dodici stelle disposte in cerchio su uno sfondo blu vengono scelte come simbolo dell’allora Consiglio d’Europa durante la seduta dell’8 dicembre 1955. Trent’anni dopo, nel 1986, i Paesi dell’Unione Europea adotteranno lo stesso simbolo per la loro bandiera comune.
Che rilievo viene dato all’origine biblica del vessillo e al parallelismo con la data della festa dell’Immacolata? In realtà nessuno, presumibilmente perché l’Unione Europea, perseguendo i principi di laicità e pluralismo, fa una netta distinzione tra identità religiosa e politica.
Infatti sul sito dell’Unione Europea si legge che «la bandiera europea è costituita da un cerchio di 12 stelle dorate su uno sfondo blu. Le stelle simboleggiano gli ideali di unità, solidarietà e armonia tra i popoli d’Europa. Anche il cerchio è simbolo di unità, sebbene il numero delle stelle non abbia niente a che fare con il numero dei paesi dell’UE».
Allo stesso modo nella risoluzione approvata dal Consiglio d’Europa vi era scritto che «le dodici stelle d’oro rappresentano tutti i popoli d’Europa – compresi quelli che non possono ancora partecipare alla costruzione dell’Europa nell’unità e nella pace».
Secondo alcuni studiosi come Norman Davies nel suo “Europe: A History” del 1996 e José Casanova in “Public Religions in the Modern World” (1994), anche se l’adozione della bandiera europea non è stata intenzionalmente collegata alla simbologia e alla festività mariana, le radici storico-religiose dell’Europa hanno avuto – e continuano ad avere – un impatto sulla sua identità culturale e politica.
Forse per questo l’espressione “gruppo (o coalizione) dei volenterosi”, adottata dai Paesi europei che stanno mediando per fermare la guerra russo-ucraina, sembra richiamare il versetto biblico «Pace in terra agli uomini di buona volontà». È il canto, tradotto dalla lingua greca e latina del Vangelo di Luca, che gli angeli intonano quando Maria dà alla luce il figlio Gesù, «principe della pace» nelle profezie messianiche di Isaia. Non a caso papa Leone ha iniziato il suo pontificato parlando della pace di Cristo «disarmata e disarmante».
Ma c’è anche un aspetto allegorico, quasi profetico, che può essere applicato alla realtà contemporanea dell’Unione Europea e che sembra trasparire proprio dall’emblema della sua bandiera. Infatti, secondo le parole dell’Apocalisse, la donna celeste che porta la corona si trova nel travaglio del parto e da lei deve nascere la vita nuova del mondo, mentre un dragone rosso cerca di attaccarla. Una condizione che sembra rispecchiare simbolicamente anche la situazione storica di un’Europa che patisce notevoli difficoltà, ma nonostante tutto è ancora gravida di nuove possibilità.
