NEWSARDE.IT Il quotidiano online della Sardegna

Logo Newsarde
Home Notizie Cultura C’era una volta il soft power nuragico

C’era una volta il soft power nuragico

Le radici millenarie dell’altra faccia del potere, ossia la capacità di persuadere, convincere, attrarre e diffondere i propri valori e ideali.

CONDIVIDI

Di Lorella Marietti

La tesi storiografica formulata dall’archeologa Fulvia Lo Schiavo, che vede la Sardegna come porto franco nuragico per il commercio metallurgico nell’età del Bronzo, colloca l’isola non solo al centro dello scenario economico e produttivo dell’epoca, ma la situa anche all’interno di un indispensabile contesto di credibilità, prestigio, forza dell’immagine e buona reputazione, in una parola il cosiddetto soft power.

 

Il termine è stato coniato per la prima volta alla fine degli anni ’80 del XX secolo dal professore statunitense Joseph Nye, che ha parlato di Soft Power per indicare la capacità di un popolo di esercitare influenza sulla scena globale senza utilizzare la coercizione, la forza militare o le sanzioni economiche (hard power), ma tramite l’attrazione e la persuasione generate da un potere di convincimento “morbido”.

 

Un esempio classico è il soft power degli Stati Uniti che ha dominato il Novecento costruendo un nuovo immaginario attraverso il cinema hollywoodiano, il jazz e il rock, la cultura pop, le merci-simbolo del proprio stile di vita come centri commerciali, fast food e blue jeans, la tecnologia della Silicon Valley, ma anche una potente narrativa di libertà, opportunità e modernità.

 

Parlando di superpotenze culturali, si può anche dire che il soft power dell’Italia non ha eguali: oltre ad avere tesori storici, artistici, architettonici e paesaggistici unici, vanta più siti del patrimonio mondiale UNESCO di qualsiasi altro Paese, ha un’onnipresenza globale della sua cucina e dei suoi iconici marchi di lusso di fama internazionale, trasmette un’arte di vivere che veicola un’immagine di eccellenza e raffinatezza, gusto, design, creatività e bellezza attraverso i prodotti e le esperienze del “made in Italy”.

 

Impossibile ignorare, poi, l’esempio più recente e dinamico a livello globale: il soft power della Corea del Sud, noto come Korean Wave o Hallyu. Questo fenomeno è trainato dall’esportazione massiva e strategica della sua cultura popolare: il K-Pop (con gruppi musicali amatissimi come i BTS), i K-Drama (come la famosa serie televisiva Squid Game), il cinema (con film cult come Parasite) e la moda. L’Hallyu ha trasformato l’immagine della Corea del Sud da nazione tecnologicamente avanzata a un centro di creatività e stile giovanile a livello globale. L’attrazione esercitata dalla sua cultura non solo aumenta la domanda di prodotti coreani, ma consolida la posizione geopolitica del Paese, rafforzandone l’influenza diplomatica e il prestigio internazionale.

 

Ma il concetto di soft power ha radici millenarie ed è stato esercitato, ad esempio, anche nell’antica Atene che offriva la propria lingua, la filosofia, la democrazia, il teatro e l’epica come un modello a città e popoli anche molto lontani. Tanto che l’egemonia culturale ellenica si impose con la forza delle idee persino sugli invasori: Macedoni prima, Romani poi.

 

E la civiltà nuragica? Anch’essa poteva aver trasformato la propria identità culturale – in questo caso l’eccellenza tecnologica e architettonica – in un vero e proprio strumento di soft power, proiettando un’immagine di autonomia, sofisticazione e capacità strategica nell’Età del Bronzo, coerentemente con il modello interpretativo del “porto franco sardo” fra due mondi, quello del Mediterraneo orientale e dell’Egeo, e quello della parte più occidentale dell’Europa affacciata sull’oceano Atlantico.

 

Non una terra isolata, dunque, ma un hub strategico e una zona franca: una ricostruzione non priva di fondamento archeologico, come indica il ritrovamento in Sardegna di una grande quantità di lingotti di rame oxhide provenienti da Cipro, i migliori per formare le leghe di bronzo nelle fucine nuragiche, ma anche il rinvenimento di manufatti sardi sbarcati nella penisola iberica e a Creta: materie prime e prodotti in entrata e in uscita che mostrano la centralità dell’isola sarda nella trasformazione di metalli strategici e nel circuito degli scambi commerciali dell’epoca, in linea con la sua funzione di “porto franco”.

 

In questo quadro l’autorità nuragica doveva trasmettere un’immagine di forza e stabilità per poter garantire la sicurezza marittima e terrestre, abbattere il rischio di pirateria e, di conseguenza, poter offrire un “diritto di asilo” ai mercanti in un’epoca in cui i pericoli del viaggiare e del commerciare pesavano molto più di qualunque eventuale profitto. In altre parole doveva attrarre e persuadere gli altri popoli, convincerli che l’isola sarda fosse un paradiso commerciale protetto per il quale gli operatori fossero disposti non solo a pagare (ad esempio con lingotti), ma anche a fidarsi e affidarsi, perché la reputazione e la credibilità sono una parte essenziale del soft power.

 

In questo ruolo cruciale della Sardegna nel commercio internazionale si inseriscono senza sforzo – o, meglio, ne appaiono il fondamento – tutti gli elementi propri della società nuragica, la sua natura singolare e i suoi artefatti. La sua stessa caratteristica di “mondo a sé”, spesso interpretata dagli studiosi come isolamento, può acquistare un significato diverso, di unicità, proprio alla luce del soft power.

 

Si potrebbe allora dire che il cuore del soft power della Sardegna nuragica risiedeva nella sua avanzata metallurgia, che era la scoperta tecnologica della sua epoca. La capacità di lavorare i metalli non era solo funzionale alla produzione di armi e utensili, ma era essa stessa un veicolo di prestigio e autorità nel circuito globale delle rotte e dei mercati.

 

La produzione dei bronzetti era l’apice dell’abilità degli artigiani sardi: figure eleganti di guerrieri, sacerdotesse e capotribù, realizzati con un procedimento sofisticato che iniziava con la modellazione dell’oggetto “a cera persa” e si concludeva con la colata del bronzo liquido a temperature superiori ai 1300 gradi. La lavorazione del bronzo richiedeva la conoscenza e l’estrazione di rame e galena argentifera, oltre alla complessa fusione della lega (9 parti di rame e 1 di stagno): un’arte di alta specializzazione che si traduceva in prestigio culturale e ricchezza economica.

 

Il controllo di questa tecnologia avanzata comunicava ai popoli vicini e ai mercanti internazionali che la civiltà nuragica possedeva conoscenze e abilità tecniche non comuni. Al tempo stesso la produzione figurativa, che rappresentava le classi sociali, era simbolo di status e capacità di governo. Gli arcieri, i cavalieri, i guerrieri con elmo, spada e scudo, i capi con mantello, bastone-scettro e daga, come anche le figure sacerdotali, proiettavano un’immagine di organizzazione sociale, religiosa e politica, coesione interna e prontezza militare, essenziali per la stabilità e la sicurezza di un “porto franco”.

 

Anche l’imponenza architettonica e la diffusione capillare degli oltre 7000 nuraghi – spesso con villaggio annesso – simboleggiavano l’identità del popolo sardo, la sua sovranità sul territorio e la sua capacità di mobilitare risorse e manodopera su vasta scala, indipendentemente dal dibattito sulla funzione primaria di questi insediamenti (fortezza militare, secondo l’archeologo Giovanni Lilliu, o cittadella sacra secondo le interpretazioni più moderne).

 

Pure la produzione di modelli ridotti di navi in bronzo poteva rappresentare un ulteriore e potente veicolo di soft power. Infatti le navicelle nuragiche costituiscono un fenomeno unico nel Mediterraneo per quantità, qualità artistica e soprattutto per l’attenzione riservata ai dettagli tecnici e nautici, come evidenzia l’archeologa subacquea Giuseppa Lopez. Queste navicelle, ritrovate anche in Etruria, in Campania e in Calabria, si distinguono per il loro realismo tecnico – anche se spesso rinvenute in contesti votivi o funerari – e possono essere considerate una dichiarazione visiva della competenza marittima sarda, della capacità – effettiva o simbolica che fosse – di allestire flotte e navigare nel Mare Mediterraneo: un messaggio chiaro a mercanti e popoli stranieri che in Sardegna potevano contare su una rete logistica ben protetta.

 

Un elemento iconografico particolarmente interessante è l’alberatura a forma di torre di alcune navicelle nuragiche, quasi volesse rappresentare – come una sorta di “insegna nazionale” – la struttura dell’edificio più rappresentativo della civiltà: il nuraghe. In questo modo il simbolo dell’identità terrestre veniva proiettato sul dominio marittimo, rafforzando la sovranità sull’acqua. Un’idea di marketing potentissima, un brand di sicurezza e solidità che parlava da solo, attraverso la circolazione e la diffusione di questi oggetti nelle rotte commerciali globali.

 

Così, anche in assenza di fonti scritte, la civiltà nuragica poteva comunicare i suoi valori e i suoi ideali attraverso la produzione dei suoi manufatti: veri e propri manifesti non verbali e simboli visivi di quella che oggi verrebbe definita brand identity o brand reputation.

 

Immagine: Il bronzetto di Uta che rappresenta un capo nuragico (Foto in fonte web: Arte Svelata).

CONDIVIDI

Cerca

Articoli recenti