Nella lingua sarda il Natale è chiamato la piccola Pasqua o anche Pasqua di Natale, “Pasca de Nadale” o “de Navidade”, mentre la solennità pasquale è “Sa Pasca manna”, la Pasqua grande. È una singolare terminologia che unisce le due maggiori feste cristiane, quasi fossero la stessa cosa, ed è riportata nella Carta de Logu promulgata da Eleonora d’Arborea alla fine del XIV secolo.
In realtà questa espressione sarda ha radici antichissime, che l’isola sembra avere assorbito e custodito nei millenni. Infatti la stessa associazione Natale-Pasqua era stata già fatta dai primi cristiani, che avevano colto nei Vangeli delle somiglianze simboliche e profetiche tra il racconto della nascita di Gesù e quello della sua morte e resurrezione.
In quei tempi si dava grande importanza alla Sacra Scrittura perché, oltre a ritenerla ispirata da Dio, forniva ai credenti elementi preziosi per comprendere meglio la missione del fondatore del cristianesimo. Inoltre il linguaggio biblico era considerato ricco di significati simbolici e rimandi tutti da scoprire.
Così nella descrizione del Bambino Gesù “avvolto in fasce e deposto in una mangiatoia” (Luca 2,7) era stata vista una duplice allegoria pasquale. La prima legata alla novità della fasciatura, perchè ai neonati ebrei si fasciavano solo le gambe, mentre il bambino “avvolto in fasce” evocava l’agnello che nel sacrificio ebraico veniva bendato tutto. In quest’ottica le parole di Giovanni Battista su Gesù adulto – “Ecco l’agnello di Dio” (Giovanni 1,29) – chiudevano il cerchio.
La seconda allegoria pasquale riguardava la mangiatoia. Secondo i Padri latini (come ad esempio Gregorio Magno, Ambrogio, Agostino e Leone Magno) questo oggetto in legno prefigurava già la croce su cui Gesù sarebbe stato adagiato da adulto, così come la funzione della mangiatoia veniva paragonata al nutrimento spirituale della mensa eucaristica, dove Gesù stesso sarebbe diventato il cibo delle sue Pecorelle.
Anche i doni dei Magi al Bambino erano stati interpretati in senso pasquale da Origene e altri esegeti cristiani: l’oro come tributo al Re celeste, che sarebbe stato glorificato dopo la resurrezione; l’incenso per adorare il Figlio di Dio, che sarebbe asceso al cielo; la mirra per la sua futura sepoltura dopo la morte sulla croce.
Tutti questi rimandi pasquali appaiono sintetizzati in modo semplice e immediato nella lingua sarda, in cui il Natale è diventato direttamente una “piccola Pasqua”. Ma come erano entrati questi ragionamenti teologici nella tradizione isolana?
Gli indizi sembrano condurre ai Bizantini giunti in Sardegna nel 534 d.C. e rimasti qui fino al Medioevo, visto che nel loro rito liturgico si proclama esplicitamente che “Natale è Pasqua”. Inoltre l’icona bizantina del Natale esprime lo stesso binomio, perché il Bambino in fasce è simbolicamente raffigurato in una mangiatoia a forma di sarcofago, mentre la grotta della sua nascita è rappresentata come un sepolcro, così da prefigurare la tomba dove Gesù verrà deposto da adulto – ancora una volta avvolto in fasce, come si usava fare con i defunti ebrei – per poi risuscitare all’alba della Pasqua, quando i discepoli non troveranno più il suo corpo ma soltanto “le bende per terra” (Giovanni 20,6).
È interessante notare che la stessa simbologia è presente pure in Spagna, dove il Natale è detto “Pascua de Navidad” e il fiore rosso della Stella di Natale si chiama in spagnolo “Flor de Pascua”, mentre la festa pasquale è detta “Pascua de Resurrección”. Del resto la penisola iberica è stata a sua volta una provincia dell’Impero bizantino dal 552 al 624 e potrebbe aver raccolto la medesima eredità teologica.
Anche a Gerusalemme, città dei primi discepoli cristiani, vi era traccia di questa tradizione che univa le due feste. Ne parla la pellegrina Egeria che andò in Terra Santa intorno al 381 e documentò nel suo diario l’antichissima celebrazione orientale del Natale. Si trattava di una veglia di mezzanotte che si svolgeva a Betlemme, città nativa di Gesù, seguita da una lunga fiaccolata a piedi fino a Gerusalemme, dove all’alba si arrivava nella Basilica del Santo Sepolcro (chiamata anche “Chiesa della Resurrezione”), congiungendo così sul piano liturgico la Natività con la Pasqua.
Colpisce la ricchezza di questi linguaggi simbolici, che mostravano un fermento intellettuale e spirituale contagioso, tanto da lasciare un segno non solo nella teologia, nell’arte e nella devozione, ma anche nella lingua dei popoli.
Immagine: Icona bizantina della Natività. Fonte web Etsy.
